Lombalgia nell’atleta

La lombalgia nell’atleta è un evento frequente anche se la sua incidenza presenta un’estrema variabilità (10-80%) in relazione età, tipo di sport e livello agonistico. Nella maggior parte dei casi gli episodi di lombalgia sono legati ad un sovraccarico funzionale, causato dalla ripetizione ciclica di specifici gesti atletici, oppure ad un evento traumatico acuto, diretto od indiretto. Si ritiene pertanto che la lombalgia dell’atleta sia per lo più di origine meccanica e la natura del dolore benigna. Fattori predisponenti la lombalgia sono:

  • forma fisica inadeguata
  • alterazioni posturali
  • squilibrio muscolare di colonna ed arti inferiori
  • scarso riscaldamento prima dell’attività
  • incompleta riabilitazione dopo infortunio

A differenza della popolazione generale, la lombalgia nello sportivo sembra avere una minore influenza sulle capacità prestazionali nelle singole discipline. Ciò è dovuto alla migliore condizione atletica di base, alla maggior forza muscolare ed alla motivazione a proseguire la propria attività. Tra gli atleti, la lombalgia si riscontra più facilmente in coloro che praticano sport agonistico piuttosto che amatoriale. I traumatismi o i micro-traumatismi a livello della colonna sono responsabili di lesioni anatomiche, spesso associate, che interessano il disco intervertebrale (1), le articolazioni interapofisarie (2), gli istmi (3) ed i tessuti molli paravertebrali (legamenti, capsule articolari, muscoli).

  1. Le lesioni del disco, le fissurazioni dell’anulus, le protrusioni e soprattutto le ernie discali sono fenomeni che interessano più frequentemente i giovani atleti, in quanto la natura semifluida del nucleo polposo rende possibile la sua fuoriuscita attraverso l’anello fibroso lesionato da un trauma severo o da microtraumi ripetuti. Gli sport più frequentemente interessati da lesioni del disco sono ginnastica artistica e sollevamento pesi. Questo fenomeno è invece meno probabile negli atleti più anziani in cui il nucleo polposo perde progressivamente le sue caratteristiche di gel fluido e la struttura biomeccanica del disco cambia evolvendo in fibrosi.
  2. Le articolazioni posteriori (faccette) sono di frequente coinvolte insieme al disco nella genesi del dolore lombare, mentre è raro che siano l’unica causa responsabile. Quasi sempre si associa una rilevante contrattura della muscolatura, con la possibile presenza di trigger points, cioè aree localizzate di particolare sensitività e ipereccitabilità. Un attento esame clinico, condotto secondo le regole della medicina manuale, permette di identificare l’interessamento di tali strutture. Canottaggio, lancio, volley, basket e sci nautico sono gli sport in cui le apofisi posteriori sono più sollecitate.
  3. La lesione meccanica dell’istmo (ovvero la parte interarticolare della lamina di una vertebra lombare) in particolare a livello L5-S1, quando esita in frattura dà luogo ai quadri patologici di spondilolisi e spondilolistesi, fenomeni che hanno incidenza considerevolmente più alta nella popolazione sportiva rispetto alla popolazione generale. Le lesioni istmiche sono più frequenti nella ginnastica artistica, sollevamento pesi, tuffi, lotta, rugby ed atletica leggera.

Le alterazioni radiografiche più frequentemente osservate nello sportivo affetto da lombalgia comprendono alterazioni morfologiche del corpo vertebrale, ernie intraspongiose di Schmorl, scivolamenti del corpo vertebrale ed una ridotta altezza del disco. Così anche alla Risonanza Magnetica è stata riscontrata una maggiore incidenza di discopatie degenerative (reperto del cosiddetto black disk) negli atleti rispetto ai non atleti.

BIOMECCANICA DEL GESTO SPORTIVO: I fattori biomeccanici implicati nella eziopatogenesi della lombalgia nello sportivo sono relativi a forze di varia entità che agiscono in compressione, rotazione, tensione e taglio.

  • Le forze che agiscono in compressione vengono prevalentemente assorbite dalla sezione anteriore della colonna, con conseguente eccessiva sollecitazione del disco, aumento della pressione nel nucleo polposo e possibile fissurazione dell’anulus.
  • Le forze che agiscono con meccanismo rotatorio vengono distribuite in maniera analoga sia nella parte anteriore che in quella posteriore della colonna.
  • Le forze in tensione e taglio sono invece quelle generate dai movimenti di flesso-estensione e di inclinazione laterale della colonna ed agiscono soprattutto a livello della sezione posteriore del rachide.

Le attività sportive che impegnano in maniera importante le strutture della colonna con gesti atletici rivolti a tali tipi di sollecitazioni espongono di conseguenza l’atleta a un maggiore rischio di episodi di lombalgia ed è su questi sport che si è concentrata in particolare l’attività di ricerca, al fine di individuarne i fattori di rischio specifici e predisporre le strategie preventive e terapeutiche più appropriate. Per ogni atleta affetto da lombalgia è pertanto molto importante la raccolta dei dati anamnestici e la conoscenza dei principi basilari di biomeccanica del rachide applicata allo sport, al fine di potersi orientare il più precisamente possibile sui meccanismi lesionali. In tal senso sono di rilevante interesse i dati dei lavori scientifici che hanno studiato analiticamente le singole discipline sportive:

  • Ginnastica artistica: la maggior parte delle lombalgie (prevalenza 20%-30%, ma in alcuni studi arriva fino all’80%) riscontrate risulta essere dovuta ad alterazioni dell’istmo, con un’incidenza cinque volte superiore rispetto alla normale popolazione femminile come esito di eventi microtraumatici ripetuti in genere nel segmento L5-S1. La spiegazione di questa selettività nella sede di lesione risiederebbe nell’iperlordosi e nell’iperestensione del rachide, determinate dalle gestualità atletiche fondamentali di questo sport (spaccata frontale, spaccata sagittale, ponte, flic-flac), con conseguente aumento del sovraccarico della colonna vertebrale lombare nella massima estensione, tenuto conto che una lordosi accentuata si associa anche ad una ridotta escursione lombare in estensione. Tali alterazioni determinano un quadro clinico di spondiolisi che può evolvere nello scivolamento anteriore della vertebra soprastante su quella sottostante (spondilolistesi).
  • Pallacanestro: cadute, torsioni improvvise, rapidi cambi di direzione, brusche accelerazioni o decelerazioni, spostamenti improvvisi del centro di gravità, rotazioni e soprattutto la combinazione di questi movimenti, sono alla base delle lesioni più comuni che coinvolgono le strutture capsulo-legamentose e muscolari e le articolazioni apofisarie. Le continue sollecitazioni provocate dai movimenti di torsione, rotazione e flessione possono tuttavia causare anche lacerazioni dell’anulus fibroso con conseguenti alterazioni degenerative dei dischi intervertebrali, che sono un evento abbastanza comune nella pallacanestro.
  • Tennis: il 10-25% dei praticanti è affetto da lombalgia, ed il 38% dei professionisti è costretto a rinunciare ad almeno un torneo all’anno a causa della lombalgia. Durante i gesti atletici agiscono forze combinate di rotazione, flessione ed estensione che possono portare, se ripetute nel tempo, a lacerazioni anulari, protrusioni o ernie discali. Il servizio in particolare sembra causare la maggior parte delle lesioni lombari nel tennis, in quanto il giocatore si trova ad eseguire un movimento di rotazione ed iperestensione del rachide per colpire la palla con la racchetta. L’impatto con la palla è poi accompagnato da una rapida inversione della rotazione del rachide lombare, lanciando letteralmente il rachide dall’iperestensione e rotazione in senso antiorario alla rotazione in senso orario e all’iperflessione, con un movimento a spirale che trasferisce la forza torsionale ai segmenti spinali.
  • Pallavolo: la prevalenza della lombalgia è del 10-14%. I meccanismi lesionali sono simili a quelli del tennis con possibilità di infortunio sia nelle fasi offensive che difensive del gioco, che si traducono in lesioni legamentose o muscolari più frequenti nella schiacciata, lesioni delle faccette durante i passaggi di palla, lesioni discali durante il servizio. Il rischio di lesioni alle faccette appare essere elevato anche in quelle specialità dell’atletica leggera come il lancio del giavellotto e il salto in alto in cui il gesto tecnico sottopone la colonna ad una forte sollecitazione in iperestensione.
  • Nuoto: la lombalgia rappresenta ~10% di tutti gli infortuni. La predisposizione di determinate strutture della colonna a sviluppare particolari lesioni è in relazione alla biomeccanica degli stili. Lo stile libero e il dorso, infatti, aumentano la rotazione assiale lombare e quindi soprattutto le forze di torsione, ponendo l’anulus fibroso particolarmente a rischio, mentre la farfalla e la rana, che impongono un aumento dell’estensione del rachide lombare, possono facilmente determinare danni alle faccette articolari. Nell’esecuzione di questi due stili l’atleta d’elite è particolarmente a rischio per un’ondulazione esagerata che accresce inevitabilmente il rischio di lesioni alle faccette dovute ai microtraumi ripetuti.
  • Sci alpino: la lombalgia ha una prevalenza di ~ 8%. Sono i movimenti ripetitivi di rotazione della colonna e la posizione a tronco flesso prolungata i maggiori responsabili delle lesioni di taglio che si possono verificare a carico dell’anulus e del disco. Sono da aggiungere anche le sollecitazioni vibratorie e compressive durante i balzi. Da notare che il primo caso riportato in letteratura di un nucleo polposo erniato, è stato relativo a uno sciatore infortunato.
  • Ciclismo: la prevalenza della lombalgia è fino al 30%. Il rachide lombare subisce sollecitazioni molto intense in senso sia statico che dinamico, sia per entità che per durata. Le sollecitazioni statiche riguardano la postura obbligata del corpo dell’atleta sulla bicicletta per un tempo protratto:in questo modo il disco intervertebrale subisce una compressione circa quattro volte maggiore rispetto la normalità. le sollecitazioni dinamiche agiscono tramite il peso stesso del corpo del ciclista, che si sposta alternativamente sul lato destro e sinistro (secondo il pedale su cui si imprime la spinta, sollecitando in modo pressoché pendolare le faccette articolari intervertebrali. La sella troppo alta può causare inoltre un movimento eccessivo dell’articolazione sacro-iliaca, con possibile insorgenza di dolore lombare irradiato ai glutei.
  • Calcio: il mal di schiena non è segnalato di frequente, l’incidenza più elevata in uno studio è stata del 14%. I quattro meccanismi più comuni delle lesioni al tratto lombare sono estensione, flessione, torsione e compressione che di solito corrispondono rispettivamente a lesioni alle faccette, ai dischi, ad entrambi gli elementi. Gli impatti ripetuti che si verificano durante salti, colpi di testa, corsa, contrasti, scontri di gioco possono determinare, invece, lesioni da compressione come spondilolisi, spondilolistesi ed anche fratture delle apofisi traverse. Anche posture o dinamica del passo scorrette a seguito di traumatismi alle articolazioni degli arti inferiori possono predisporre a lombalgia. La presenza di squilibri posturali costituzionali o secondari a precedenti infortuni può avere un ruolo molto importante nella genesi della lombalgia nel calciatore professionista sottoposto a importanti carichi di lavoro.
RMN lombare

DIAGNOSI: Nella maggior parte dei casi di lombalgia i tentativi di formulare una diagnosi precisa risultano infruttuosi. In ogni caso l’approccio diagnostico deve prevedere una adeguata anamnesi ed esame obiettivo integrati, eventualmente, da esame strumentale più mirato possibile. L’esame obiettivo prevede l’osservazione della postura, la valutazione della motilità di rachide ed anche, l’individuazione dei punti dolorosi ed infine l’esecuzione di tests specifici. Si inizia osservando il paziente in ortostasi. Posteriormente osserviamo le simmetrie di bacino e spalle, dei triangoli del taglia e delle spine iliache postero superiori (SIPS). Inoltre, è importante valutare l’appoggio plantare con l’ausilio di podoscopio. Valutiamo poi la motilità del rachide lombosacrale su tutti i piani di movimento e la presenza o meno di scoliosi o atteggiamento scoliotico. La digito-pressione in sede di processi spinosi, legamenti interspinosi, articolazioni posteriori ed articolazioni sacro-iliache può evidenziare invece processi discopatici o disfunzioni sacro-iliache. Lateralmente osserviamo le curvature rachidee, la rotazione del bacino e l’atteggiamento di anche e ginocchia. Anteriormente è importante osservare l’asse delle ginocchia e l’orientamento della rotula. Posizionando il paziente supino, osserveremo la simmetria delle spine iliache anteriori superiori (SIAS) e dei malleoli per valutare eventuali dismetrie agli arti inferiori. Valutiamo poi l’articolarità delle anche su tutti i piani, effettuiamo tests specifici per evidenziare l’accorciamento delle catene anteriori (test di Thomas), delle catene posteriori (ischio-crurali) e le articolazioni sacro-iliache (test di Patrick e di Gaenslen). Infine, effettuiamo una valutazione neurologica periferica, con il test di Lasègue per il nervo sciatico, i riflessi osteo-tendinei rotulei ed achillei e la sensibilità cutanea. A paziente prono effettuiamo il test di Wasserman. Per quanto riguarda gli esami strumentali, nei traumi acuti può essere di aiuto la radiografia tradizionale per sospetto di frattura e l’ecografia per interessamento muscolo-tendineo. In una spondilolisi con eventuale listesi la proiezione radiografica standard deve essere integrata dalle proiezioni oblique e dall’esame dinamico che possano documentare la lesione dell’istmo (segno del cagnolino “decapitato”) ed il grado di scivolamento vertebrale. Nelle lombalgie acute o croniche con sintomatologia sciatalgica o deficit neurologici è più indicata la Risonanza Magnetica Nucleare, in grado di documentare lo stato dei dischi intervertebrali e della spongiosa ossea vertebrale e la presenza di ernie o protrusioni. La TAC è esame di secondo livello e si utilizza in caso di interessamento patologico dell’osso o in presenza di materiale ferromagnetico in grado di interferire con la RMN.

PRINCIPI DI TRATTAMENTO: La gestione dell’atleta affetto da lombalgia è nella maggior parte dei casi di tipo conservativo, una volta escluse condizioni patologiche severe come fratture o radicolopatie compressive tali da richiedere interventi ortopedici e/o neurochirurgici. È evidente che il piano terapeutico dovrà essere sempre personalizzato tenendo conto della disciplina sportiva praticata e del livello agonistico. In ogni caso, in special modo negli atleti professionisti in cui una rapida ripresa dell’attività agonistica è di fondamentale importanza, il ricorso ad un trattamento farmacologico con FANS e Miorilassanti (eperisone cloridrato, tiocolchicoside), anche in associazione per via intramuscolare, è in genere il primo provvedimento terapeutico adottato dal medico sportivo sia negli episodi acuti che ricorrenti, ma anche nei casi cronici di dolore lombare. La manipolazione vertebrale è un altro provvedimento di dimostrata efficacia specie negli episodi acuti di lombalgia, solo se praticata con accortezza da operatori qualificati ed esperti. Nei casi di lombalgia ormai cronicizzata, dove la causa del dolore si deve ricercare nelle situazioni di sovraccarico è indispensabile programmare un adeguato protocollo riabilitativo. Per questo motivo assume molta importanza prevenire e correggere le posture scorrette e ripristinare l’equilibrio biomeccanico tra le catene muscolari anteriori e posteriori. Un accorciamento dei flessori delle anche (ileo-psoas e retto femorale) determina, ad esempio, una eccessiva antiversione del bacino incrementando la lordosi lombare. Questi fattori favoriscono l’allungamento degli estensori delle anche (grande gluteo e ischiocrurali) ponendoli in situazione di svantaggio biomeccanico e causando un precoce reclutamento dei muscoli estensori lombari. All’opposto un accorciamento degli ischiocrurali causa una eccessiva retroversione del bacino diminuendo la lordosi lombare. Questa situazione stressa gli estensori lombari sovraccaricando la colonna. Il protocollo riabilitativo prevede:

  • In fase acuta il controllo del dolore e dell’infiammazione mediante riposo attivo, utilizzo di fasce lombari elastiche o steccate da scegliere in base alla gravità del quadro clinico, terapia farmacologica e strumentale (Elettroterapia antalgica, Laserterapia ad alta potenza e diatermia le più utilizzate) associate a terapia manuale decontratturante con tecniche classiche e/o mio-fasciali. Il taping neuromuscolare può in questa fase contribuire alla diminuzione del dolore attraverso i suoi effetti decontratturante ed antalgico.
  • In fase subacuta sono fondamentali gli esercizi terapeutici che, iniziati precocemente, sono in grado di favorire la scomparsa del dolore, ripristinare la funzione e prevenire ricadute. Gli esercizi sono volti prevalentemente al recupero articolare rachideo e del corretto ritmo lombo-pelvico, al riequilibrio posturale ed alla tonificazione muscolare. Il rinforzo contestuale e sinergico della muscolatura addominale, lombare e dei glutei è molto importante per diminuire i sovraccarichi a livello del rachide lombosacrale. In particolare, la tonificazione della muscolatura del “core” (diaframma, pavimento pelvico, multifido, trasverso ed obliqui dell’addome) attraverso esercizi specifici di core stability, costituisce un’ottima protezione attiva dagli stress a livello lombare. Fondamentale è associare esercizi di stretching con posture globali ed analitiche da effettuare in base al tipo di muscoli retratti e rivolta prevalentemente alle catene anteriori (ileo-psoas) a quelle posteriori (ischio crurali e tricipite surale), al piriforme ed ai glutei. Accanto ai classici esercizi tipo back school, possono essere utilizzate tecniche specifiche di Mckenzie nel caso di protrusioni e/o ernie discali e la rieducazione posturale globale (Méziere o Suchard).
  • Infine, la fase di remissione è volta al ritorno allo sport. In questa fase una corretta riprogrammazione del gesto atletico è presupposto indispensabile per il recupero della prestazione sportiva e per la prevenzione delle ricadute. Ciò si ottiene attraverso un processo di apprendimento che comporti la modifica delle meccaniche corporee, la scomposizione e successiva ricomposizione, parziale o totale, del gesto atletico. L’apprendimento di esercizi e strategie di stabilizzazione se correttamente realizzato, diviene tuttavia un meccanismo riflesso di base ed un vero e proprio comportamento atletico in grado di garantire sicurezza al rachide ed anche di migliorare l’efficienza del gesto atletico.

* si ringrazia per la stesura del testo l’amico e collega Dr. Paolo Simonazzi

Sindrome femoro-rotulea

La sindrome femoro-rotulea (SFR) e la tendinopatia sotto-rotulea (ginocchio del saltatore) sono le cause più frequenti di dolore anteriore di ginocchio. La SFR ha una maggiore ha una incidenza maggiore nei giovani adulti (18-30 anni) ed in particolare nel sesso femminile (2,5 volte più dei maschi). Tra le discipline sportive sono maggiormente affetti corridori (soprattutto quelli in montagna), danzatori, pattinatori, sollevatori di peso e le discipline di salto.

La SFR è una sindrome clinica caratterizzata da dolore rotuleo o perirotuleo, che compare spontaneamente o durante le attività quotidiane come eseguire le scale (in discesa), correre od accovacciarsi. Il dolore può comparire anche mantenendo a lungo la posizione seduta (segno del “cinema” o dell’”aereo”). La sintomatologia dolorosa tende a peggiorare progressivamente, limitando le normali attività quotidiane e le attività sportive, con conseguente riduzione della qualità della vita dei soggetti affetti.

La SFR è la conseguenza di una alterata escursione della rotula sulla troclea. In condizioni non patologiche, durante il movimento di flesso-estensione di ginocchio la rotula si sposta dall’alto al basso e non trasversalmente. In massima estensione la rotula tende ad essere spinta all’esterno perché il quadricipite ed il tendine rotuleo formano un angolo ottuso, ma viene stabilizzata dalla contrazione del muscolo vasto mediale obliquo (VMO), dalla tensione del legamento alare mediale e dal fatto che la faccia esterna della troclea è maggiormente prominente rispetto a quella interna.

Disegno che evidenza i profili di rotula e troclea ed il loro rapporto (da Sanchis Alfonso, 2006)

Nell’ambito della sindrome femoro-rotulea i quadri patologici più importanti sono:

  1. lnstabilità rotulea
  2. Iperpressione esterna

Il perdurare di queste alterazioni può determinare una progressiva sofferenza della cartilagine rotulea con iniziale edema e rammollimento (Grado I, sec. Outerbridge) fino alla formazione di lesioni osteocondrali (Grado IV). L’instabilità rotulea può favorire la sua lussazione traumatica (trauma indiretto in valgo-rotazione esterna o diretto), evento più frequente nei giovani sportivi e nel sesso femminile. Dopo una prima lussazione il quadro d’instabilità può peggiorare, favorendo nuovi episodi (in questo caso si parla di sublussazione recidivante di rotula). Esiste inoltre un’associazione tra SFR e tendinopatie dell’apparato estensore, soprattutto il sotto rotuleo.

Angolo Q

Le cause di scorretta escursione rotulea sono diverse:

  1. Malallineamenti: l’allineamento dell’apparato estensore si valuta misurando sul piano frontale l’angolo (angolo Q) formato dalle linee immaginarie tra la spina iliaca anterosuperiore (SIAS) ed il centro della rotula (vettore di forza del quadricipite femorale) e tra il centro della rotula e la tuberosità ischiatica (angolo anatomico della rotula). Questo angolo nel soggetto normale ha un’ampiezza < 20°. In caso di iper-pronazione del piede, rotazione esterna tibiale, antiversione femorale o valgismo di ginocchio l’angolo Q aumenta, favorendo l’insorgenza di SFR. Inoltre, sul piano sagittale una rotula eccessivamente alta favorisce sia instabilità che iperpressione rotulea.
  2. Displasie: le displasie di rotula o della troclea femorale sono fattori favorenti la SFR. Tra queste citiamo ipoplasia della rotula, rotula bipartita, ipoplasia del condilo femorale laterale (che favorisce lo scivolamento laterale rotuleo); altre alterazioni displasiche sono ipoplasia del vasto mediale obliquo e tuberosità tibiale troppo esterna.
  3. Alterazioni funzionali: La debolezza dei muscoli abduttori ed extra rotatori delle anche provoca il valgo dinamico di ginocchio (adduzione di femore ed abduzione di tibia) che predispongono l’iperpressione rotulea esterna; l’ipotono del quadricipite femorale (in particolare del VMO), la lassità del legamento alare mediale e la retrazione di vasto laterale, alare laterale e bandeletta analogamente favoriscono la traslazione rotulea laterale. Tra le cause estrinseche citiamo scorretti allenamenti o eccessivi carichi sportivi.

Diagnosi: All’esame obiettivo si può evidenziare ipotono del quadricipite e/o del vasto mediale, accorciamento delle catene laterali e posteriori; a volte è presente lieve versamento nello sfondato sotto quadricipitale; la compressione passiva della rotula ed il test della raspa* sono tipicamente positivi, provocando dolore e scroscio articolare; dolorosa può essere anche la contrazione isometrica del quadricipite contro resistenza tra 0 e 30° di flessione. Una eccessiva traslazione o inclinazione laterale della rotula indicano, invece, instabilità rotulea; Il tilt rotuleo laterale è determinato dalla lassità del legamento alare mediale e contemporanea retrazione/rigidità dell’alare laterale. Nelle instabilità anche il test di apprensione* risulta positivo. Per quanto riguarda gli esami strumentali, la radiografia convenzionale con proiezioni assiali a 30°-45°-60° gradi riescono ad evidenziare una displasia rotulea o trocleare. La RMN evidenzia invece la presenza di versamento articolare, alterazione della cartilagine femoro-rotulea e lesioni associate.

Tilt laterale della rotula in caso d’instabilità

Trattamento: è per lo più conservativo; in fase acuta è necessario ridurre i carichi sportivi. In questa fase si consigliano FANS, crioterapia, terapie strumentali antalgiche (Tecar, Laser, Ultrasuoni) e terapia manuale mio tensiva, abbinata allo stretching di ischio-crurali, vasto laterale, gemelli e tensore della fascia lata; Ridotto il dolore iniziano gli esercizi terapeutici (ET). Gli ET sono effettuati coinvolgendo in sinergia rachide lombosacrale, anche e ginocchia e sono volti principalmente al:

  • Potenziamento selettivo del vasto mediale obliquo, per sfruttare il suo effetto “centrante” sulla rotula; importante è anche il rinforzo di abduttori ed extrarotatori delle anche che migliorano la cinematica del ginocchio e riducono il valgo dinamico. Si inizia con il rinforzo isometrico ed isotonico in catena cinetica chiusa, evitando la flessione eccessiva delle ginocchia. La catena cinetica aperta e la cyclette (a sellino alto) vengono inserite successivamente.
  • Detensione di ischiocrurali, tensore della fascia lata, gemelli e legamento alare laterale
  • Esercizi propriocettivi statici e dinamici, per migliorare la cinematica degli arti inferiori e ridurre il valgo dinamico
  • Graduale ripresa della corsa su tapis roulant

Durante il percorso riabilitativo possono essere utilizzate ginocchiere con centraggio rotuleo e praticato il taping tipo McConnel o il Kinesio Taping, al fine di ridurre l’inclinazione e la lateralizzazione rotulea. Nei difetti di appoggio plantare come ad esempio le ipepronazioni, sono indicati plantari correttivi. In caso di sofferenza o lesione della cartilagine si rivelano utili gli integratori per il trofismo osseo e cartilagineo e le infiltrazioni con acido ialuronico o PRP al fine di ridurre l’infiammazione e dare un supporto trofico alla cartilagine.

Nei casi più gravi o non responsivi al trattamento conservativo, si rende necessario l’intervento chirurgico di release dell’alare laterale, associato alla trasposizione della tuberosità tibiale.

*- Il test della raspa si effettua a ginocchio esteso, spingendo con la mano la rotula dall’alto verso il basso; a questo punto si chiede di contrarre il quadricipite. La manovra è positiva se provoca dolore e scroscio articolare.

– il test di apprensione si effettua con il ginocchio esteso; l’esaminatore blocca lateralmente la rotula. Richiedendo al paziente di flettere il ginocchio la rotula tendenderà a sublussarsi, provocando dolore.

Dolore calcaneare

Il dolore calcaneare (o talalgia) è molto comune sia nella popolazione generale che nello sportivo (oltre il 10% della popolazione e fino al 18% tra gli sportivi). Colpisce con maggiore frequenza gli sportivi (ballerini, podisti, saltatori), le persone attive oltre i 40 anni ed i bambini dagli 8 ai 13 anni. I principali fattori di rischio sono scorretto appoggio plantare (in particolare il piede cavo che genera sovraccarico al tallone ed alla catena posteriore), obesità, utilizzo di calzature inadeguate, deambulazione o corsa su terreni duri o sconnessi, lavoro prevalente in piedi, deficit muscolari o di articolarità di piede e caviglia.

I meccanismi causali sono: sovraccarico funzionale (più frequente), traumi, patologie nervose e reumatiche. Sono coinvolti in primis fascia plantare e tendini, poi nervi periferici, osso e tessuti molli (cuscinetto adiposo calcaneare e sperone). Le caratteristiche del dolore (meccanico o infiammatorio), la sua localizzazione e l’esame obiettivo di piede e caviglia possono facilitare la diagnosi.

Da un punto di vista topografico il dolore calcaneare si classifica in: plantare (A), posteriore (B), mediale (C) e laterale (D).

Alcune delle cause di dolore calcaneare. Da: Priscilla Tu. Heel Pain: diagnosis and managment. Am Fam Physician. 2018;97(2):86-93.

A) Plantare:

  • La causa più frequente è la fascite plantare (per approfondimento vai a Fascite plantare), che si presenta con dolore a livello del bordo infero-mediale del calcagno specialmente durante i primi passi dopo il riposo; tipico il dolore al tallone mediale alla mattina scendendo dal letto. Meno tipico è il dolore lungo la fascia plantare, per la presenza di un ispessimento nodulare a 2-3 cm distalmente all’inserzione. L’esame ecografico evidenzia bene i quadri di fascite, mostrando flogosi, ispessimento e degenerazione inserzionale, oppure l’ispessimento infiammatorio nodulare nel caso della forma atipica. La terapia è basata sul riposo funzionale, terapia manuale, allungamento mio-fasciale, terapie strumentali (laser, tecar, onde d’urto), plantari correttivi. Le infiltrazioni ecoguidate forniscono una valida opzione terapeutica nelle forme iperacute o in quelle resistenti alle terapie tradizionali.
  • Lo sperone calcaneare plantare è un’escrescenza ossea puntiforme a livello della tuberosità calcaneare, subito sopra alla fascia plantare, probabilmente nel contesto della muscolatura intrinseca del piede (in particolare il muscolo flessore breve delle dita). La causa della formazione dello sperone è un adattamento del corpo a stress meccanici. Lo sperone è presente nel 15% della popolazione e ha come fattori predisponenti età avanzata, obesità, sport di fondo, presenza di fascite, artrite e scorretto appoggio plantare. Il dolore è generalmente al centro del tallone che peggiora durante la deambulazione e la stazione eretta prolungata. Nel 50% dei casi lo sperone risulta asintomatico. La Rx tradizionale è diagnostica per lo sperone. Le onde d’urto focali e radiali sono il gold standard per trattare gli speroni sintomatici.
Rx con evidenza di sperone calcaneare plantare e dorsale
  • La frattura da stress del calcagno consiste in una frattura non completa (coinvolge solo una corticale e parte della spongiosa) causata da sovraccarico funzionale ripetuto, tipica ad esempio di fondisti o mezzo-fondisti. Il calcagno è la sede più comune nel piede dopo i metatarsi. Si presenta con dolore sordo che peggiora durante la deambulazione/corsa o passando su una superficie più dura. Alla palpazione è apprezzabile un punto maggiormente dolente accompagnato da edema; la compressione medio-laterale del calcagno (test della “spremitura” del calcagno) è dolorosa. Le radiografie sono spesso negative, per cui si rende necessaria l’esecuzione di RMN che evidenzia bene l’edema spongioso presente nelle fratture da stress. La diagnosi differenziale è con la periostite che è un’infiammazione del periostio senza frattura. La terapia consiste nell’immobilizzazione in scarico o carico parziale (in tutore tipo walker), campi elettro magnetici pulsati (CEMP) e bisfosfonati (come Clodronato) intramuscolo.
  • La sindrome del cuscinetto calcaneare è causata dall’infiammazione o atrofia del tessuto adiposo sotto calcaneare. Si manifesta con dolore e tumefazione al centro del tallone, peggiorato dal cammino a piedi nudi o su superfici dure. La perdita di elasticità del tessuto dovuta all’età, l’aumento di peso e le infiltrazioni con steroidi (possono determinare atrofia sottocutanea) possono favorire l’insorgenza della sindrome. La terapia consiste nel riposo, terapia antiinfiammatoria, terapie fisiche come laser e tecar, utilizzo di solette ammortizzanti e calzature idonee.
  • Le neuropatie da intrappolamento interessano i nervi plantare mediale e laterale (nervi misti) che derivano dal nervo tibiale e che decorrono lungo la pianta del piede. Possono provocare dolore plantare accompagnato da parestesie, bruciore ed ipoestesia. La diagnosi differenziale è con la radicolopatia S1 a partenza lombare e con la fascite plantare che però non provoca parestesie o bruciore. La terapia è basata sull’utilizzo di neurotrofici, antiinfiammatori e riposo funzionale. Tra le terapie fisiche l’InterX risulta efficace.

B) Posteriore:

  • La tendinopatia achillea inserzionale (TA) è la principale causa di dolore calcaneare posteriore. La TA È caratterizzata da degenerazione inserzionale con ispessimento, calcificazione inserzionale e lesione parziale. Al power doppler può essere presente neo-vascolarizzazione tendinea. Frequentemente è accompagnata da borsite superficiale e/o retrocalcaneare. Rappresenta circa il 25% delle tendinopatie achillee e condivide con le altre forme la genesi da sovraccarico funzionale favorito da sovrappeso, disfunzioni metaboliche, attività sportive di corsa o la danza, piede a morfotipo cavo supinato. Nel 25% dei casi è inoltre presente la cosiddetta deformità di Haglund che consiste nell’alterazione del profilo postero-superiore del calcagno. Questa deformità può determinare una sindrome da conflitto con la borsa retrocalcaneare e con il tendine d’achille, nella sua parte ventrale, durante i movimenti ripetuti di flesso-estensione della caviglia. I sintomi tipici sono dolore durante e dopo l’attività fisica, algia alla palpazione inserzionale e rigidità mattutina. Può essere presente tumefazione e rossore in sede postero-laterale che sono espressione di borsite retro calcaneare superficiale. Il trattamento conservativo prevede il riposo funzionale, crioterapia, ortesi plantari, esercizi eccentrici e terapia infiltrativa ecoguidata. Tra le terapie strumentali le più efficaci sono laser ad alta potenza e onde d’urto (per approfondimenti vai a Tendinopatia achillea).
  • Il conflitto posteriore di caviglia consiste nell’attrito tra il tubercolo posteriore dell’astragalo (terzo malleolo) o l’os Trigonum (osso accessorio presente nel 10% della popolazione) ed i tessuti molli posteriori come il tendine flessore lungo dell’alluce e la borsa retrocalcaneare. Questo conflitto si manifesta soprattutto nelle donne che portano tacchi alti, nei ballerini per i movimenti ripetuti sulle punte dei piedi e nei saltatori che estendono bruscamente e ripetutamente la caviglia. Si manifesta con dolore e versamento al compartimento posteriore, esacerbati dalla flessione plantare passiva (effetto “schiaccianoci”). Nel caso di conflitto posteriore possono risultare utili le infiltrazioni ecoguidate nel comparto posteriore.
  • Il morbo di Sever fa parte delle cosiddette apofisiti (come quella di Osgood-schlatter nel ginocchio) e consiste nell’infiammazione a livello del nucleo di accrescimento calcaneare. Rappresenta la principale causa di dolore calcaneare in bambini e adolescenti tra gli 8-13 anni. È più frequente nei ragazzi che praticano calcio o sport di salto, soprattutto in allenamenti su superfici dure e con frequenti balzi. Anche un tendine d’achille rigido favorisce la comparsa di m. di Sever. Il dolore compare durante le attività prolungate e scompare con il riposo. La compressione medio-laterale del calcagno è dolorosa. Le Rx possono evidenziare aumentata irregolarità e diastasi ossea del nucleo di accrescimento. La terapia consiste in riposo funzionale soprattutto dai balzi, crioterapia, terapia antiinfiammatoria sistemica e locale, allungamento delle catene posteriori ed utilizzo di talloniere morbide.

C) Mediale:

  • tendinopatia del tibiale posteriore: le funzioni del muscolo tibiale posteriore sono la flessione plantare del piede e la supinazione dell’articolazione sottoastragalica. Il tendine decorre all’interno della sua guaina dietro il malleolo tibiale mediale e che si divide in due fasci: il fascio mediale, più robusto si inserisce alla tuberosità dello scafoide, il fascio laterale invece si inserisce alle tre ossa cuneiformi. È un importante muscolo cavizzante e stabilizzatore mediale della caviglia che viene particolarmente sollecitato negli sport che richiedono numerosi cambi di direzione (basket, calcio, salti, corsa). La causa principale di tenosinovite è l’overuse, favorito da sindrome pronatoria e sovrappeso. Inizialmente si manifesta come tenosinovite, nelle forme più avanzate come tendinosi fino alla rottura del tendine. Anche i traumi acuti come fratture del malleolo mediale o distorsioni in eversione possono determinare tendinopatia. I sintomi sono dolore e edema sotto malleolare mediale che può arrivare fino allo scafoide, positività alla inversione contro-resistenza del piede e difficoltà nell’andatura sulla punta del piede. La valutazione dell’appoggio può evidenziare iperpronazione della sotto-astragalica con avampiede abdotto e retropiede valgo (segno delle “troppe dita”) nel lato affetto per insufficienza del tibiale posteriore. Nei casi avanzati dove vi è collasso mediale si può evidenziare anche conflitto del seno del tarso con dolore sotto-malleolare laterale. La diagnosi è clinica ed ecografica, eventualmente accompagnata da Rx (può evidenziare uno scafoide accessorio o frattura) ed RMN. La terapia è prevalentemente conservativa basata sulla terapia farmacologica antiinfiammatoria, riposo funzionale, ortesi correttive dell’iperpronazione ed infiltrazioni ecoguidate. Si possono abbinare terapie fisiche come laser ed ultrasuoni. In caso di rottura del tibiale posteriore l’approccio è chirurgico.
Insufficienza del tibiale posteriore dx. Segno delle “troppe dita”.
  • tendinopatia del flessore lungo dell’alluce: Il tendine FLA decorre sotto al malleolo mediale, posteriormente al fascio vascolo nervoso mediale, giunge la regione plantare, incrocia il tendine flessore lungo delle dita e va a inserirsi alla base della F2 del primo dito. Il muscolo flessore dell’alluce flette l’alluce e concorre alla flessione delle altre quattro dita ed alla flessione plantare del piede. Il tendine si può infiammare a livello del tunnel tarsale (ballerine) oppure a livello della fibrocartilagine tra le ossa sesamoidee (podisti). Fattori favorenti sono il sovraccarico funzionale in flessione plantare, ipertrofia del muscolo FLA, conflitto posteriore di caviglia. I sintomi principali solo dolore, crepitio ed a volte “scatto” in sede sotto malleolare mediale, che aumenta stando sulle punte nella tendinopatia prossimale. Nella tendinopatia distale, dolore alla flessione dell’alluce contro resistenza e riduzione della forza di flessione dell’alluce. La terapia è basata su terapia farmacologica antiinfiammatoria, ghiaccio e riposo funzionale, terapie fisiche, ortesi correttive ed infiltrazioni ecoguidate. Nei casi avanzati o nella rottura del FLA può essere chirurgica.
  • sindrome del tunnel tarsale: sindrome da intrappolamento del nervo tibiale posteriore a livello del tunnel tarsale che è costituito dal retinacolo dei flessori, superficie mediale di calcagno ed astragalo, legamento deltoideo e malleolo mediale. Le principali cause sono tenosinovite cronica dei flessori, iperpronazione del retropiede, esiti di frattura, artriti, neoformazioni occupanti spazio. La sintomatologia consiste in dolore e parestesie a tallone, pianta del piede e dita, peggiorata dalla stazione eretta, deambulazione e corsa. Il riposo e lo scarico alleviano il dolore. L’esame clinico evidenzia dolore alla compressione del tunnel (test di Tinel), deficit di flessione delle dita e positività al test di dorsiflessione/eversione passiva. La RMN accompagnata da ecografia ed EMG sono gli esami diagnostici. La terapia è prevalentemente conservativa basata sulla terapia farmacologica (neurotrofici ed antiinfiammatori), riposo funzionale, ortesi correttive ed infiltrazioni ecoguidate. Tra le terapie fisiche l’InterX risulta efficace.

D) Laterale:

  • tendinopatia dei peronei: il peroneo breve e lungo sono i cosiddetti tendini peronei; essi decorrono attraverso il retinacolo dei peronei in sede retro e sotto malleolare esterno per inserirsi alla base del V metatarso (peroneo breve) ed alla base del I metatarso e cuneiforme mediale (peroneo lungo). Le loro funzioni principali sono di flessione plantare, eversione e stabilizzazione laterale di caviglia. La tenosinovite dei peronei (sono dotati di guaina sinoviale) è causata da overuse (sport di fondo, salto, calcio, basket, pallavolo), favorito da appoggio cavo-supinato, sovrappeso, instabilità antero-laterale a seguito di pregresse distorsioni di caviglia, incontinenza del retinacolo dei peronei, frattura di calcagno. Nelle fasi avanzate ci può essere tendinosi e rottura tendinea degenerativa. La rottura tendinea può essere anche acuta nelle distorsioni di caviglia in inversione. In caso di rottura del retinacolo dei peronei vi può essere lussazione tendinea che necessità riparazione chirurgica. Clinicamente è presente dolore postero-laterale alla caviglia, con irradiazione laterale al retropiede e mesopiede, aggravato dall’inversione passiva e dall’eversione attiva, edema, tumefazione e sensazione di cedimento; positivo è il Test di compressione peroneale (rotture longitudinali del peroneo breve). La terapia è conservativa nelle tenosinoviti, anche correggendo mediante plantari l’appoggio cavo-supinato. Può essere chirurgica in caso di rottura tendinea e lussazione acuta o cronica dei peronei.
  • sindrome del seno del tarso: il seno del tarso è lo spazio anatomico tra astragalo e calcagno, che contiene strutture vascolo-nervose e legamenti (interosseo o a siepe) deputati alla stabilità dell’articolazione sotto-astragalica ed alla propriocezione durante il passo. La sindrome del seno del tarso può essere causata da trauma distorsivo acuto o ripetuto in inversione e da sindrome pronatoria cronica che determinano instabilità dell’articolazione sotto-astragalica. Clinicamente si manifesta con dolore sotto al malleolo peroneale accompagnato da sensazione di instabilità durante deambulazione e corsa su terreni accidentati e nei salti. La diagnosi è clinica. La RMN può documentare la lesione dei legamenti sotto-astragalici. Il trattamento è conservativo basato protocolli specifici di rinforzo muscolare ed allenamento propriocettivo, utilizzo di bendaggio (taping) durante l’attività sportiva. Le infiltrazioni con steroidi nel seno del tarso posso essere efficaci nel dolore persistente.

Riabilitare la spalla dolorosa

Gli obiettivi che il riabilitatore si pone nel trattamento della spalla dolorosa sono:

  1. Riduzione della sintomatologia dolorosa
  2. Recupero dell’articolarità
  3. Recupero della forza e della funzione

Per ottenere questi obiettivi si propongono protocolli di trattamento che integrino le terapie fisiche (in particolare Laserterapia ad alta intensità, Diatermia, US a freddo, Onde d’urto) alla rieducazione funzionale ed alle terapie manuali. Molto efficaci in fase acuta e nelle forme degenerative sono le infiltrazioni ecoguidate con acido ialuronico.

RIEDUCAZIONE FUNZIONALE: per il recupero di una corretta funzionalità della spalla, in assenza di compensi, è indispensabile associare un protocollo riabilitativo da effettuare in palestra e in vasca terapeutica. Gli obiettivi progressivi da ottenere durante il trattamento sono i seguenti:

  1. Recupero della motilità articolare passiva e attiva
  2. Recupero della coordinazione muscolare e della propriocezione
  3. Recupero della forza

Il trattamento riabilitativo prevede prima di tutto il recupero dell’articolarità con mobilizzazione inizialmente di tipo passivo delle articolazioni scapolo-omerale e scapolo toracica, preceduti da esercizi di stretching capsulare. Vengono effettuate mobilizzazioni in elevazione e rotazione dell’arto superiore sul piano scapolare (piano protetto), ponendo attenzione alla correzione degli atteggiamenti scorretti di compenso.
Raggiunta un’elevazione passiva oltre i 150°, si passa a movimenti attivi che saranno prima attivi assistiti dal terapista e con l’ausilio del braccio controlaterale, poi puramente attivi. Molto utile risulta l’effettuazione degli esercizi allo specchio per facilitare la presa di coscienza e la correzione attiva da parte del paziente.
La fase successiva prevede un lavoro sulla gestualità e sul recupero della propriocettività articolare con esercizi specifici tipo percettivo motorio, eseguiti davanti allo specchio quadrettato, come seguire con la mano percorsi disegnati sullo specchio o disegnare in maniera immaginaria le lettere dell’alfabeto. L’ultima fase prevede il recupero della forza muscolare, con esercizi prima isometrici, poi isotonici con pesi e con l’ausilio di bande elastiche a diversa tensione, che permettono al paziente di effettuare contrazioni concentriche ed eccentriche e consentono un carico costante sull’unità muscolo-tendinea. Il rinforzo muscolare parte con il potenziamento degli stabilizzatori scapolari (in particolare trapezio superiore e gran dentato), poi degli abbassatori lunghi e dei rotatori dell’omero. Molto importante risulta la precoce introduzione della rieducazione in acqua che, grazie alle sue ben note proprietà, velocizza e ottimizza il lavoro di recupero.

Esercizio di rieducazione attiva assistita allo specchio

Dilatazione capsulare ecoguidata

La dilatazione capsulare ecoguidata (o idrodilatazione) è una tecnica utilizzata del trattamento della capsulite adesiva. Il trattamento cardine della capsulite rimane la terapia manuale abbinata alla kinesiterapia; la dilatazione capsulare può essere un presidio valido in grado di migliorare e velocizzare gli effetti della fisioterapia.

La dilatazione capsulare ecoguidata consiste nell’iniettare nell’articolazione gleno-omerale un mix di soluzione fisiologica, anestetici e steroidi, al fine di rompere le aderenze capsulari e di espandere lo spazio articolare. La presenza dello steroide inoltre riduce il dolore e la sinovite. Dopo il trattamento, il fisioterapista esegue la mobilizzazione passiva articolare allo scopo di massimizzare l’effetto della dilatazione capsulare. La tecnica è mini invasiva, ambulatoriale e di facile esecuzione da parte del medico esperto in interventistica ecoguidata. Il dolore per il paziente è minimo. L’approccio è prevalentemente posteriore (laterale o mediale). Alla idrodilatazione si può abbinare un infiltrazione ecoguidata con acido ialuronico nell’intervallo dei rotatori e nel legamento coraco-omerale.

Idrodilatazione capsulare ecoguidata con approccio postero-mediale

In caso di capsulite adesiva rivolgiti al Dr Alessandro Valent!

Riabilitazione dello stretto toracico

Il trattamento riabilitativo dello stretto toracico (o TOS, Thoracic Outlet syndrome) ha lo scopo di ripristinare i passaggi anatomici il cui restringimento ha provocato l’insorgenza della patologia. Esso si propone di:
1) far prendere coscienza al paziente della posizione che determina la chiusura dello stretto;
2) risolvere le contratture muscolari;
3) curare l’asse posturale di capo, rachide, spalle, in modo da fornire un punto di ancoraggio stabile per i muscoli che hanno un’azione di apertura della zona di conflitto;
4) rinforzare la muscolatura che ha un ruolo di apertura dello stretto (elevatori ed antepulsori del cingolo scapolare come trapezio, grande e piccolo pettorale).

Il trattamento inizia con la presa di coscienza delle posizioni che determinano il conflitto al fine di insegnare le posizioni corrette che una volta acquisite devono essere automatizzate. A questo scopo si fa assumere al paziente davanti ad uno specchio la posizione che determina un restringimento dello spazio; si passa quindi al movimento di apertura e gli si chiede di mantenere la posizione raggiunta per alcuni secondi in fase espiratoria.
Molto importante, in questa fase, risulta il lavoro respiratorio di cui si utilizza l’inspirazione diaframmatica lenta, seguita da un’espirazione costale: ciò permette di ottenere un abbassamento della prima costa e quindi un’apertura. Gli esercizi respiratori possono essere eseguiti sia in posizioni facilitanti a paziente supino con l’aiuto del terapista che pone le mani sulla parte alta del torace, sia à paziente seduto con gli avambracci appoggiati su un tavolo.
La successiva fase è rivolta al rilassamento muscolare e alla risoluzione delle eventuali contratture; a questo scopo si possono utilizzare tutte le metodiche classiche quali:

  • massoterapia decontratturante cervico-dorsale e del cingolo scapolare
  • massaggio trasverso profondo (MTP) delle inserzioni muscolari per risolvere contratture particolarmente importanti
  • esercizi di “tenuta-rilassamento”
  • eventuali terapie fisiche con il calore (diatermia, laserterapia) o elettroanalgesia (InterX).

Successivamente, per armonizzare il movimento delle varie componenti anatomiche, si interviene utilizzando mobilizzazioni passive lente sulla scapola in elevazione abduzione e basculamento esterno; sul cingolo scapolo-omerale in innalzamento e abbassamento; sul rachide cervicale in allungamento, con modiche trazioni e movimenti lenti su tutti i piani.
Gli esercizi rivolti al rinforzo vanno indirizzati alla muscolatura cervico-dorsale, al gran dentato, al trapezio e al piccolo pettorale. I diversi gruppi muscolari saranno più o meno coinvolti nell’esercizio a seconda della sede di compressione: se è interessato lo spazio interscalenico il lavoro sarà rivolto prevalentemente al muscolo trapezio e alla muscolatura cervico-dorsale; se sono interessati gli spazi costo-claveare e toraco-pettorale, il lavoro coinvolgerà anche i muscoli che agiscono sul cingolo quali il piccolo pettorale e il gran dentato, che antepongono la spalla.
Specificatamente, per il rinforzo della muscolatura cervico-dorsale si richiedono allungamenti assiali e contrazioni brevi per contrapporsi a sollecitazioni multidirezionali applicate al capo.
Per il rinforzo del m. trapezio, che tramite il fascio superiore solleva il moncone di spalla, si fa assumere al paziente la posizione seduta, in atteggiamento di rilassamento con le braccia lungo il corpo, e si fa compiere un movimento di elevazione delle spalle che deve essere mantenuto per almeno 5 secondi compiendo una espirazione forzata; lo stesso esercizio può essere eseguito contro resistenza utilizzando un peso; bisogna evitare un eccessivo abbassamento del cingolo nella fase di ritorno bloccandola con appoggi laterali.
Il rinforzo del gran dentato si ottiene a paziente supino, seduto e in ortostatismo. A paziente supino con l’arto superiore in anteposizione, elevato a 90° si richiede una spinta in avanti facendo compiere contemporaneamente una trazione forzata; poi il paziente esegue lo stesso esercizio da seduto, con le mani appoggiate al tavolo; sempre dalla posizione seduta si fanno eseguire movimenti di elevazione e anteposizione attiva, poi contrastata tramite resistenza esercitata dal terapista.
Infine in piedi con le braccia sollevate di 90° e mani appoggiate al muro, mantenendo i piedi aderenti al suolo, si fa compiere una flessione in modo da avvicinare il torace al muro (posizione di chiusura dello stretto) e ritorno lento cercando di curare l’antepulsione delle spalle. Il piccolo pettorale si rinforza con esercizi di anteposizione e abbassamento del moncone di spalla che possono essere liberi o contrastati.
È necessario, infine, che il paziente si attenga ad alcune norme igieniche per prevenire la recidiva della sindrome, ovvero:
non portare pesi eccessivi,
non dormire in posizione prona,
eseguire quotidianamente gli esercizi appresi,
evitare le posizioni a rischio.

Sindrome dello stretto toracico

La sindrome dello stretto toracico (o TOS, Thoracic Outlet Syndrome) consiste in una brachialgia, solitamente monolaterale, accompagnata da sintomi di tipo vascolare o neurologico periferico. La causa è la compressione di vasi o nervi che decorrono nel dotto toracico che è la regione anatomica attraverso cui decorre il fascio vascolo-nervoso che dal collo si porta all’ascella (arteria e vena succlavia e plesso brachiale). Il fascio vascolo-nervoso percorre tre restringimenti che in senso prossimo-distale sono rappresentati da:

  1. Spazio interscalenico: di forma triangolare, è delimitato inferiormente dalla prima costa, anteriormente dal ventre muscolare dello scaleno anteriore e posteriormente dallo scaleno medio. Attraversato dall’arteria succlavia e dal plesso brachiale che a questo livello da origine ai tronchi primari. A questo livello sono più soggetti alla compressione gli elementi inferiori del plesso. La vena succlavia passando al davanti dello scaleno anteriore non viene mai coinvolta da un conflitto a questo livello.
  2. Spazio costo-claveare: è lo spazio ad angolo acuto delimitato dalla clavicola e muscolo succlavio superiormente e la costa inferiormente. In un conflitto è la vena succlavia ad essere interessata, essendo addossata al bordo esterno del legamento costo-clavicolare.
  3. Spazio toraco-pettorale: il fascio vascolo-nervoso passa, nel suo insieme, tra l’inserzione tendinea del piccolo pettorale sul processo coracoideo e il piano costale sottostante.

Numerosi sono i fattori predisponenti la sindrome dello stretto toracico, ed in particolare anomalie ossee e muscolari.

Anomalie ossee:

  • costa cervicale: questa struttura articolata al processo trasverso e al corpo di C7, può dislocare, in alto l’arteria e il plesso brachiale determinando la sintomatologia. Ricordiamo comunque che la costa cervicale in molti soggetti è un reperto occasionale senza espressione clinica.
  • Mega-apofisi trasversa della VII vertebra cervicale.
  • Anomalie della clavicola per callo ipertrofico da frattura
  • Iperplasia della la 1° costa
  • Ipertrofia del processo coracoideo.

Anomalie muscolari: ricordiamo quelle a carico degli scaleni che possono essere rappresentate da un muscolo soprannumerario o accessorio, da una doppia inserzione, un’ipertrofia o uno spasmo per affaticamento dopo sforzi prolungati. Anche l’ipertrofia a carico dei muscoli pettorali può scatenare la sindrome compressiva.
Altre cause, ma anche le più frequenti, possono essere la caduta del moncone di spalla in seguito ad un atteggiamento posturale astenico da ipotonia-ipotrofia dei muscoli del cingolo; pregressi traumi cervicali; particolari attività professionali che possono portare ad atteggiamenti posturali scorretti come retroposizione e contemporaneo abbassamento delle spalle con collo fissato in estensione (l’attenti del militare..) o arto superiore abdotto oltre 90° ed extraruotato.

Clinica: la compressione degli elementi vascolo-nervosi del cavo ascellare è responsabile dell’insorgenza di disturbi nervosi e vascolari che possono essere presenti contemporaneamente o in modo isolato.
I sintomi da compressione nervosa possono presentarsi con dolore, ipoestesie, parestesie, ipostenie e ipotrofie muscolari con diminuzione della forza.
I disturbi vascolari possono essere causati dalla compressione della arteria succlavia oppure effetto di una sua vasocostrizione riflessa in seguito alla irritazione dei rami simpatici; sintomi tipici sono ipotermia con aumentata sensibilità al freddo, iposfigmia, comparsa di fenomeni ischemici, pallore, lesioni trofiche delle dita, preceduti da dolore da sforzo tipo “claudicatio” dell’arto superiore. Nei casi in cui sia interessato il sistema nervoso simpatico ci possono essere crisi vasomotorie che ricordano la Sindrome di Raynaud. L’interessamento della vena succlavia determina un ostacolo allo scarico che si manifesta con senso di pesantezza, dolori gravativi, tensione dell’arto superiore, edema e cianosi delle parti distali.
Il paziente affetto da TOS riferisce di solito parestesie notturne dell’arto superiore, specie della mano, che disturba il sonno e che si allevia con massaggio o pressioni della zona interessata. Altro sintomo riferito è il dolore, spesso di tipo sordo, gravativo, pulsante; solitamente riferito a livello della superficie antero-esterna della spalla, con irradiazione alla regione sovraclavicolare, al braccio, all’avambraccio e alla mano; altre volte si può manifestare con una dolenzia profonda diffusa o localizzata alle prime tre o alle ultime due dita. Meno frequentemente il dolore può diffondersi al rachide cervicale, alla regione occipitale, alla scapola, alla parete anteriore del torace.
L’esame obiettivo ricerca i deficit vascolari e neurologici. Si va ad esaminare lo stato della cute ricercando variazioni di temperatura, colore e trofismo; la sensibilità cutanea; la forza muscolare. Vi sono poi alcune manovre specifiche:
1. Il test di Adson (del violinista), test vascolare che si esegue a paziente seduto con le braccia appoggiate sulle ginocchia, si fa sollevare e ruotare il mento dal lato interessato in apnea inspiratoria. Il test è positivo qualora il polso radiale si riduca o scompaia. Questo segno è patognomonico di un conflitto a livello del triangolo degli scaleni accentuato dalla rotazione del capo e dalla elevazione inspiratoria della prima costa.
2. La manovra di Gowan-Velinsky, consiste nel determinare l’insorgenza dei disturbi tramite la retropulsione e abbassamento delle spalle a collo fissato in estensione (“attenti militare”). È positivo in caso di compressione costo-claveare.
3. La manovra di Wright consiste nella abduzione e extrarotazione delle braccia sollevate a 90° che può evidenziare un conflitto al di sotto del muscolo piccolo pettorale.

A completamento diagnostico si eseguono i seguenti esami strumentali:

  • Rx standard del rachide cervicale per evidenziare anomalie ossee come una costa cervicale o una megapofisi trasversa di C7.
  • Eco-doppler che registra le curve velocimetriche relative ai diversi segmenti vascolari (succlavia, ascellare, omerale e ulnare) di entrambi gli arti superiori durante l’esecuzione delle manovre dinamiche.
  • Elettromiografia che permette di evidenziare, tramite lo studio della velocità di conduzione motoria, la sede della lesione.

Diagnosi differenziale: Le principali patologie con cui fare diagnosi differenziale sono le cervico-brachialgie di origine cervicale (degenerative o in seguito ad ernia discale); la spalla dolorosa; le sindrome canalicolari dei nervi dell’arto superiore che si possono manifestare con una sintomatologia sensitiva e motoria nel territorio specifico alla sede di conflitto (la più frequente è la sindrome del tunnel carpale); l’algodistrofia simpatica dell’arto superiore; la sindrome di Pancoast dovuta a un tumore primitivo dell’apice polmonare può manifestarsi con una brachialgia con deficit sensitivo e motorio da invasione del tronco primario inferiore del plesso brachiale.

Trattamento: Il primo approccio è di tipo conservativo riabilitativo in quanto spesso la causa è posturale e questo trattamento risulta spesso sufficiente a controllare le forme di grado moderato. Il trattamento chirurgico va riservato ai casi di dolore persistente, di perdita significativa di forza, grave sintomatologia arteriosa, danni nervosi.

Protocollo riabilitativo dopo artroprotesi di anca

Il protocollo riabilitativo dopo artroprotesi di anca (ATA) ha come obiettivi principali il controllo del dolore post-operatorio ed il recupero funzionale, con il ritorno più precoce possibile alla vita quotidiana del paziente. Inoltre la rieducazione funzionale può prolungare la durata della protesi, attraverso il rinforzo muscolare che stabilizza la neoarticolazione, la rieducazione al cammino che riduce le sollecitazioni sull’anca e l’insegnamento di norme igieniche che è utile per limitare sovraccarichi e vizi posturali stressanti sulla protesi. Il trattamento riabilitativo è suddiviso in tre fasi (precoce, intermedia ed avanzata) che prevedono sedute biquotidiane secondo una progressione posturale.

Fase post operatoria precoce. In questa fase il riabilitatore si propone i seguenti obiettivi:

  • Prevenzione delle complicanze trombo-emboliche
  • Riduzione del dolore e degli edemi declivi
  • Recupero del range articolare
  • Insegnamento delle corrette posture
  • Presa di coscienza della contrazione muscolare
  • Propedeutica al carico
Mobilizzazione passiva dell’anca

In questa fase è necessario, prima di tutto, mantenere un corretto assetto posturale di rachide e bacino e dell’anca operata, posizionando un cuscino di abduzione (o valva antirotatoria) da supino. Il paziente deve imparare a cambiare postura evitando i movimenti lussanti e i sovraccarichi per l’anca, per cui nell’assumere il decubito laterale si pone un cuscino tra le ginocchia per mantenere l’anca in abduzione. Ugualmente, per quanto riguarda la posizione seduta, il paziente viene istruito ad assumerla sostenendo l’arto operato con quello sano. Nei primi giorni dopo l’intervento inizia la mobilizzazione attiva-assistita dell’arto operato con la ricerca precoce dell’estensione e la mobilizzazione con il rinforzo attivo dell’arto controlaterale. Si eseguono anche esercizi di basculamento pelvico e combinazioni di sequenze di movimento come flesso-estensione, abduzione, intrarotazione. Si inizia dalla posizione supina per passare, il giorno successivo, al decubito laterale quindi alla posizione prona e seduta, infine all’ortostatismo. È importante che il riabilitatore tenga anche conto della via d’accesso. In quella posteriore deve, ad esempio, evitare di forzare l’intrarotazione; in quella anteriore l’estensione e l’extrarotazione; infine nella via d’accesso laterale deve porre attenzione a non mettere in tensione eccessiva il medio gluteo in adduzione. La tonificazione muscolare dell’arto operato è inizialmente isometrica. Si associano inoltre esercizi di flesso-estensione e circonduzione della caviglia, contrazioni eccentriche delle catene posteriori e massoterapia drenante a scopo antitromboembolico (il paziente è dotato di calza elastica).

Il controllo del dolore post-operatorio si ottiene attraverso l’integrazione di terapie manuali mio-tensive (massaggio decontratturante o neuro connettivale), scarico dell’articolazione, terapie strumentali (laserterapia, diatermia e magnetoterapia) e terapia farmacologica (con farmaci che non interagiscano con la terapia antitrombotica). Alcuni Trials clinici hanno evidenziato che i bisfosfonati intramuscolari o per bocca, se assunti precocemente, sono in grado facilitare l’osteointegrazione protesica e diminuire il dolore post-operatorio.

Fase post operatoria intermedia. Gli obiettivi di questa fase sono:

  • Recupero del tono muscolare
  • Mantenimento delle corrette posture apprese
  • Rieducazione della coordinazione e dell’equilibrio
  • Training al carico ed alla deambulazione
  • Training all’esecuzione delle scale

In questa fase proseguono gli esercizi di mobilizzazione e si incrementa il rinforzo dei principali muscoli dell’arto inferiore attraverso esercizi isotonici ed eccentrici:

  • Grande gluteo per l’equilibrio antero-posteriore del bacino
  • Medio gluteo importante per mantenere l’equilibrio del bacino in appoggio monopodalico
  • Quadricipite e ischio-crurali.
Tempi di carico in base al tipo di protesi

Inoltre si esegue la contrazione contro-resistenza di più gruppi muscolari per preparare l’arto al carico (anca–ginocchio-caviglia). La verticalizzazione del paziente è ricercata precocemente. Il carico sull’arto operato viene concesso in tempi diversi a seconda che la protesi sia cementata o non cementata (vedi tabella). La deambulazione è preceduta da esercizi propedeutici al carico in cui il paziente impara a mantenere il carico corretto sull’arto sano e su quello operato con un buon equilibrio del bacino; inoltre si procede al recupero analitico delle fasi e della lunghezza del passo. Inizialmente la deambulazione si effettua tra le parallele e con l’ausilio di deambulatore alto con ascellari nel paziente con minore autonomia ed equilibrio. Nei pazienti con maggiore autonomia si utilizzano due antibrachiali su tragitti sempre più lunghi. Quando il paziente ha acquisito un buon equilibrio con gli antibrachiali, si esercita a salire le scale portando in avanti l’arto sano e a scendere le scale portando avanti l’arto operato. Lo svezzamento dall’antibrachiale omolaterale si effettua quando il paziente è in grado di mantenere l’appoggio monopodalico sul lato operato senza basculare il bacino. Il secondo bastone va abbandonato più avanti, quando la deambulazione è corretta. Se è presente una maggiore lunghezza dell’arto operato è consigliabile compensare parte della differenza con un rialzo al tallone.

Deambulazione su tapis roulant

Fase post operatoria avanzata. Questa fase prevede il ritorno alle normali attività quotidiane e allo sport, preceduta dall’incremento delle esercitazioni di tonificazione muscolare, articolarità e propriocezione da svolgersi a secco ed in vasca terapeutica. Infine al paziente viene insegnato come evitare i movimenti e le posture potenzialmente lussanti (extrarotazione e flessione anteriore) e gli esercizi di mantenimento da svolgere per conto proprio. Vengono inoltre consigliati ausili come l’alza water ed il calza scarpe lungo. Le tempistiche medie per il ritorno alle attività sono:

  • Lavoro sedentario e guida 30-45 gg
  • Lavoro pesante 60-75 gg
  • Sport:
    1. Cyclette e nuoto precoce
    2. Tennis, corsa, golf, sci 2-6 mesi

Esercizio eccentrico o contrazione eccentrica

La contrazione eccentrica od esercizio eccentrico consiste nella contrazione muscolare mentre l’unità muscolo-tendinea si allunga. Gli esercizi eccentrici fanno parte integrante dei protocolli riabilitativi in molte patologie muscolotendinee.  L’efficacia dell’esercizio eccentrico nelle tendinopatie è stata dimostrata in numerosi studi su tendine achilleo, rotuleo ed epicondiloidei. Questi specifici esercizi promuovono:

  • l’allungamento delle unità muscolo-tendinee,
  • la produzione di collagene tipo I,
  • la riduzione della neovascolarizzazione,
  • l’orientamento delle fibre collagene lungo in direzione del carico,
  • l’ipertrofia del tessuto tendineo.

Inoltre, con l’esercizio eccentrico si  riproducono le sollecitazioni fisiologiche a cui sono sottoposti muscoli e tendini durante i movimenti quotidiani e lo sport. Questi benefici effetti si traducono nella diminuzione della sintomatologia dolosa e nell’incremento funzionale, senza reazioni avverse.

Esercizio eccentrico per tendinopatia achillea, eseguibile con un gradino o uno step

Tra i tanti protocolli proposti quello di Alfredson H. per la tendinopatia achillea è forse il più utilizzato. Questo protocollo prevede l’esecuzione di 3 serie da 15 ripetizioni di esercizi eccentrici a difficoltà crescente, due volte al dì per 12 settimane. L’esercizio viene eseguito sia con ginocchia estese che flesse e prevede inizialmente la flessione plantare (stando sulle punte) per pochi secondi, seguita da un lento passaggio alla flessione dorsale massimale che deve essere mantenuta per 15-20 secondi.

Nel caso di tendinopatia rotulea il protocollo preso a modello è quello di Curwin e Stanish. Questo protocollo dura 6 settimane e prevede iniziale

Esercizio eccentrico per il tendine rotuleo

riscaldamento, stretching statico prima e dopo attività, esercizi eccentrici (mezzi squat) a velocità e carichi progressivi ed infine ghiaccio a massaggio per 3-5 minuti.

Negli infortuni muscolari, invece, gli esercizi eccentrici vengono utilizzati sia nella prevenzione che nel trattamento. Infatti, l’allenamento eccentrico favorisce l’ipertrofia muscolare, aumenta l’angolo di pennazione delle fibre, la lunghezza dei fasci, induce un’attivazione neurale e stimola la sintesi di collagene, producendo in tal modo maggiori guadagni di forza rispetto ai programmi concentrici o isometrici.

Presso il Poliambulatorio Medica plus è possibile eseguire diverse terapie riabilitative tra cui il protocollo eccentrico, sotto la supervisione del Dr. Valent.

Cervicalgia

Il dolore cervicale o cervicalgia è una patologia molto frequente (prevalenza nella popolazione generale di circa il 10%), tanto da risultare come seconda causa di astensione dal lavoro dopo la lombalgia, con implicazioni sociali ed economiche rilevanti. Le cause possono essere di vario genere:

  • Colpo di frusta cervicale
  • Spondiloartrosi
  • Ernia discale
  • Lesioni extravertebrali
  • Da cause riflesse
  • Da errata postura

Radiografia del rachide cervicale

Nella cervicalgia da “Colpo di Frusta” si verifica una distorsione del rachide cervicale in iperestensione o in iperflessione con una sublussazione. Nella maggioranza dei casi tali alterazioni vengono riscontrate nell’ambito del segmento compreso tra C3 e C7 e la loro gravità è condizionata dalla posizione del capo al momento della collisione e dalla preesistenza di lesioni degenerative. Infatti se la collisione sorprende il capo in posizione ruotata, per esempio a sinistra, il forame intervertebrale sinistro risulta deformato e ristretto in misura molto maggiore rispetto all’impatto con il capo rivolto in avanti e più marcate sono anche la costrizione delle faccette e la deformazione del canale vertebrale.

Tra i processi degenerativi vertebrali ricordiamo la spondiloartrosi, la uncoartrosi e la discopatia che sono le forme più frequenti e conosciute. Tali patologie si diagnosticano facilmente mediante radiografia tradizionale.

Ernia cervicale alla Risonanza Magnetica

L’ernia del disco cervicale è meno frequente come sede rispetto a quella lombare. Può presentarsi con una cervicobrachialgia con sede di irradiazione a seconda della localizzazione dell’ernia. La diagnosi di ernia discale si pone con l’esame clinico, coadiuvato dall’elettromiografia e dalla risonanza magnetica.

Per quanto riguarda le lesioni extravertebrali ricordiamo le sindromi miofasciali, che producono un tipico quadro clinico di rachialgia senza brachialgia. La loro insorgenza é legata al fatto che la maggior parte dei muscoli del collo non termina con veri tendini ma con formazioni miofasciali che si fondono con il periostio. Se queste vengono sottoposte ad una trazione eccessiva, come accade per esempio nello sforzo di mantenere a lungo una posizione scorretta, l’area d’inserzione può divenire sede di dolore spontaneo.

Nelle Cervicalgie riflesse il dolore può dipendere da affezioni di altri apparati ed altre articolazioni come ad esempio la temporo-mandibolare, stretto toracico, cingolo scapolare, apparato vestibolare. In tutte queste forme coesiste e predomina l’obiettività dell’apparato interessato evidenziabile con un’attenta anamnesi ed un accurato esame obiettivo. Per quanto riguarda l’articolazione temporo-mandibolare, la cervicalgia coesiste frequentemente e a volte può rappresentare il primo segno di una disfunzione della mandibola. Riguardo alle correlazioni tra rachide cervicale e cingolo scapolare si ricorda che ogni sindrome dolorosa della spalla provoca un’anomala sollecitazione in trazione del rachide cervicale per mezzo del trapezio superiore e degli scaleni.

Le errate posture rappresentano spesso la causa, ma più spesso la concausa della cervicalgia. Risultano particolarmente insidiose in quanto influenzate da diversi fattori: reattività psicoaffettiva ed emozionale del soggetto, abitudini di vita, la tensione sia emotiva che fisica che colpisce più spesso il collo che qualsiasi altro distretto somatico.

Trattamento: in fase acuta il trattamento è antalgico e decontratturante. A questo scopo è indicato il riposo associato alla terapia farmacologica (analgesici, antiinfiammatori e miorilassanti). Importante è un corretto allineamento posturale che si può ottenere con un collare o con un semplice cuscino basso. In questa fase può essere vantaggioso impostare un trattamento strumentale a scopo antalgico e decontratturante. Secondo la nostra esperienza troviamo utile:

  • Laser ad alta potenza
  • Diatermia capacitiva-resistiva
  • Elettroanalgesia

Quando un’accurata semeiotica ne pone l’indicazione, può essere utile in questa fase, per ottenere lo sblocco rachideo, la manipolazione vertebrale. Il trattamento chinesico inizia e termina con il massaggio eseguito a scopo sedativo e decontratturante. La chinesiterapia intesa come movimento attivo può essere controindicata nella prima fase del trattamento. Si predilige, invece, la mobilizzazione passiva che deve essere dolce, armoniosa e non deve provocare dolore. Inizialmente occorre agire solo sul tratto cervicale alto, evitando C4-C7, eseguendo piccoli movimenti passivi di flesso-estensione e di rotazione sull’atlanto-epistrofea, eseguiti sostenendo il capo con un asciugamano. Solo secondariamente si passa a movimenti che coinvolgono il rachide cervicale in toto e si associa alla mobilizzazione, una lieve trazione (pompage). Nella fase subacuta, ottenuta una riduzione della sintomatologia algica, obiettivo del trattamento sono la mobilizzazione, il rinforzo e il riassetto posturale. Si inizia con il massaggio e il trattamento dei punti dolenti. Il lavoro in articolarità deve essere estremamente graduale, eseguendo la mobilizzazione attiva del rachide cervicale in flessione, estensione, inclinazioni, rotazione e circumduzione, associando sempre l’autoelongazione. Il lavoro di rinforzo muscolare ai fini posturali viene svolto utilizzando contrazioni concentriche prima lente poi più veloci e contrastate; si utilizza inoltre il lavoro eccentrico ed il lavoro isometrico. La turba posturale più frequente è l’iperlordosi cervicale, dovuta ad uno squilibrio muscolare fra la loggia anteriore del collo e la posteriore. L’ipovalidità degli scaleni e del lungo del collo modifica la funzione dello sternocleidomastoideo che da flessore diventa estensore del capo, portando in iperlordosi il rachide cervicale. Con il perdurare di tale atteggiamento, inoltre, i muscoli della loggia posteriore si retraggono. In questi casi è necessario rinforzare la muscolatura anteriore ed allungare la muscolatura posteriore. Per il rinforzo della muscolatura anteriore utilizziamo contrazioni concentriche in flessione e in retropulsione, sia a paziente supino che seduto. Per allungare la muscolatura posteriore risulta utile il lavoro eccentrico in estensione a capo flesso. Ottenuta una buona articolarità e un discreto rinforzo muscolare si passa alla rieducazione posturale che inizia con la presa di coscienza dell’atteggiamento viziato non solo del rachide cervicale ma di tutti i tratti del rachide. La ricerca della postura corretta si attua facendo compiere movimenti di massima retroposizione e anteposizione del capo per giungere alla postura in posizione intermedia. Questo esercizio viene eseguito inizialmente a paziente supino, poi in quadrupedia e a paziente seduto, infine in ortostatismo davanti allo specchio. Ottenuta una buona coscienza del movimento di ante e retroposizione e della postura più idonea, si insegna al paziente come realizzarli nelle attività quotidiane. Inoltre, nei casi in cui il tratto C4-C6 va protetto, si insegna al paziente ad anteporre il capo prima di flettere, a retroporlo prima di estendere. Successivamente si effettua la rieducazione propriocettiva che consiste in sollecitazioni squilibranti alle quali il paziente deve resistere per raggiungere il controllo e la tenuta della posizione corretta. Gli esercizi vanno eseguiti prima ad occhi aperti poi ad occhi chiusi, senza e con l’ausilio di attrezzi. In fase di guarigione è maggiore la disponibilità fisica e psichica del paziente all’atto rieducativo. Il trattamento mira all’automatizzazione della postura corretta, che il paziente ha imparato ad assumere nella fase precedente e alla prevenzione delle recidive. Si consiglia inoltre il paziente di attenersi ad alcune norme igieniche per ridurre le sollecitazioni sul rachide:

  • Dormire con un cuscino di altezza media (o senza cuscino nelle fasi acute),
  • Mantenere una corretta postura da seduti e durante la lettura non sostenere il capo con la mano,
  • Porre la televisione all’altezza degli occhi,
  • In auto, sistemare lo specchietto retrovisore in maniera da non costringere il collo in lordosi e non posizionare il poggiatesta troppo in alto e in avanti,
  • Durante le attività lavorative che richiedono un impegno statico costante del rachide cervicale alternare la postura e mobilizzare il collo ogni 30-60 minuti.

Pubalgia

Linee di forza muscolari agenti sulle branche pubiche

La pubalgia o Groin Pain è un dolore che prende origine nella complessa regione anatomica dell’inguine. Alcuni autori (Jarvinen et Al, ’97) identificano 72 possibili cause di dolore inguinale. La sindrome retto-adduttoria è una delle forme più frequenti di pubalgia. Questa patologia consiste in una tendinopatia inserzionale, di origine microtraumatica, a carico dei muscoli adduttori e/o dei retti addominali. Nelle fasi più avanzate si può associare anche un artropatia della sinfisi pubica (Osteite pubica). La sindrome retto-adduttoria interessa dal 2% al 7% di tutti gli infortuni sportivi e colpisce prevalentemente i maschi. Le cause sono sovraccarico funzionale e microtraumatismi ripetuti di tipo torsionale e di trazione a livello delle inserzioni tendinee di addominali ed adduttori, in presenza di fattori predisponenti (alterazioni posturali, dismetrie, malocclusione, scorretto appoggio plantare..).

Gli sport più colpiti sono calcio, rugby, hockey, scherma, atletica leggera, sci di fondo e basket. Nel calcio sono molti i gesti tecnici che determinano sollecitazioni sulla sinfisi pubica attraverso l’azione combinata della muscolatura addominale ed adduttoria: calciata, dribbling, cambiamenti di direzione, contrasti di gioco “in scivolata”.

Si manifesta con dolore localizzato a livello inguinale o sovrapubico, con irradiazione alla faccia mediale della coscia, a livello della parete addominale e più raramente in sede perineale. Di solito la sintomatologia è monolaterale ma può essere anche bilaterale. Il dolore si presenta inizialmente “a freddo”, migliorando con l’attività. Successivamente compare durante la prestazione atletica con andamento ingravescente, tale da limitare o impedire l’attività. Nelle fasi avanzate può essere compromessa anche la vita di relazione.

Esame obiettivo in caso di pubalgia

La diagnosi si basa su un attenta valutazione clinica e strumentale (Rx tradizionale, Ecografia dinamica e RMN). La diagnosi differenziale è con lesioni muscolo-tendinee acute (ileo psoas, adduttori, retti addominali), ernia dello sportivo (che consiste in una debolezza delle pareti del canale inguinale e che ha una prevalenza di circa il 2% delle pubalgie), patologie urogenitali, neuropatie da intrappolamento (nervi femoro-cutaneo, ileo-inguinale ed otturatorio), patologie ossee di femore, bacino ed anca, conflitto femoro-acetabolare (FAI), radicolopatie, D.I.M. (disturbo intervertebrale minore, secondo Maigne), dolore pelvico cronico.

Il trattamento è prevalentemente conservativo e si differenzia a seconda della fase clinica, suddivisa in acuta, subacuta e di ritorno sul campo.

La fase acuta prevede l’assunzione di farmaci e l’utilizzo di terapie strumentali (Laserterapia ad alta potenza, diatermia ed onde d’urto) a scopo analgesico ed antinfiammatorio, associate a terapie manuali e rieducative volte alla detensione e al rilassamento muscolare. Tra i farmaci possono essere utili anche gli integratori per il trofismo muscolo-tendineo. Il Massaggio Trasverso Profondo (MTP) è invece effettuato per stimolare il microcircolo e ridurre la fibrosi. Nel caso della presenza associata di Osteite pubica le infiltrazioni con acido iauronico (eventualmente associate a preparato cortisonico retard) sono efficaci nel ridurre flogosi e dolore (per informazioni sul trattamento infiltrativo contattare il Dr. Valent). Non appena la sintomatologia lo consente si iniziano, a secco ed in acqua, gli esercizi di potenziamento muscolare isometrico di addominali, abduttori delle anche e della muscolatura del “Core” ed esercizi di tipo posturale (stretching globale e segmentale e posture di rilassamento). Gli adduttori, generalmente già accorciati e ipertonici, vengono tonificati in fase successiva.

Esercizio di Core stability

In fase subacuta si incrementa il potenziamento muscolare introducendo esercizi isotonici concentrici ed eccentrici e il ricondizionamento cardio-respiratorio a secco ed in acqua. Molto importanti sono anche gli esercizi di core stability che consistono nel rinforzo contestuale e sinergico della muscolatura addominale, adduttoria e lombare anche attraverso l’ausilio di Swiss-Ball. Il taping neuromuscolare risulta utile in tutte le fasi cliniche.

Nella fase di ritorno al campo si introducono andature, scatti, contrasti (negli sport di contatto) e gesti sport specifici, sempre più complessi, associati ad esercizi preventivi di tipo posturale e di rinforzo eccentrico per limitare più possibile le ricadute.

Il trattamento chirurgico è riservato nei casi refrattari alla terapia conservativa per più di 3 mesi e nel caso di ernia inguinale od ernia dello sportivo. Il ritorno allo sport avviene in circa 3 mesi. Tecniche chirurgiche:

  • Detensione adduttori con tenotomia percutanea
  • Riparazione laparoscopica canale inguinale (Genitsaris)
  • Intervento di Nesovic (plastica inguinale per equilibrare le tensioni)
  • Intervento di ernioplastica sec. Bassini

Pubblicazione Dr. Valent sulla Sindrome retto-adduttoria (2012): Pubalgia MLT

Distorsione di caviglia

La distorsione di caviglia è un evento molto frequente sia nello sport che nelle attività quotidiane. Essa rappresenta circa il 20% di tutti i traumi sportivi, con maggior incidenza nel basket, nella pallavolo e nel calcio. Circa l’85% delle distorsioni avviene in inversione (sopratutto per motivi di tipo anatomico e perchè vi è una prevalenza nella popolazione del morfotipo cavo-supinato), con interessamento prevalente del compartimento esterno della caviglia. Nella maggior parte dei traumi acuti vengono coinvolte strutture capsulo-legamentose, meno frequentemente si possono associare fratture o lesioni cartilaginee.  I legamenti maggiormente interessati da lesione sono il Peroneo-Astragalico Anteriore (LPAA), il legamento Deltoideo e la Sindesmosi Tibio-Peroneale. I fattori di rischio che predispongono alla distorsione di caviglia sono:

  • Piede cavo-varo
  • Lassità legamentosa
  • Terreni irregolari e tipo di sport

La classificazione anatomo-patologica (Lanzetta, 1977) dei traumi acuti in inversione è la seguente:

0°- non lesione legamentosa

1°- lesione parziale del LPAA

2°- lesione del LPAA e del LPC

3°- lesione del LPAA, del LPC e del LPAP

In base a criteri temporali le distorsioni di caviglia si classificano in:

  • acute
  • recenti su traumi distorsivi precedenti (entro 1 aa)
  • instabilità croniche (in soggetti predisposti)

La diagnosi è clinica attraverso attenta anamnesi ed esame obiettivo, con l’ausilio di valutazioni strumentali come l’ecografia, l’RX (standard e funzionali) e la RMN nei casi più gravi.

La terapia è nella maggior parte dei casi conservativa. Il trattamento conservativo si suddivide in fase acuta (3-7 gg), fase subacuta (7-15 gg) e della guarigione (15-30 gg).

In fase acuta il primo presidio è il classico protocollo Price con un periodo di riposo, astensione dal carico, utilizzo di ghiaccio e bendaggio compressivo per 3-5 giorni. In questa fase sono utili antinfiammatori ed antiedemigeni, Terapie Fisiche (Ultrasuoni, Tecar e Laserterapia) e massaggi di scarico.

In fase subacuta, quando cominciano ad attenuarsi l’edema e il dolore, si concede il carico progressivo con l’ausilio di cavigliere a gusci laterali. Si introducono esercizi di mobilizzazione articolare, prima passivi, poi attivi in prono-supinazione e flesso-estensione e precocemente esercizi propriocettivi con asciugamano e tavolette instabili, da svolgere con carichi progressivi partendo dalla posizione seduta, per poi passare al carico bipodalico e infine monopodalico. Scomparso il dolore si parte con il rinforzo muscolare tramite esercizi isometrici contro lo stipite della porta, isotonici con elastici e con alzate sui talloni e sulle punte. Sono da rinforzare inoltre anche i muscoli glutei. Se persiste dolore da versamento articolare o danno cartilagineo associato, può essere utile eseguire infiltrazioni articolari con steroide, ac. ialuronico o collagene.

Nella fase della guarigione si concede la corsa rettilinea e solo successivamente i cambi di direzione. Infine si introducono gli esercizi pliometrici (salti), i balzi laterali e le attività sport-specifiche.

Il trattamento chirurgico è riservato in casi selezionati (distorsioni di 3° grado nello sportivo) ed in caso di instabilità meccanica e funzionale associate, nonostante un trattamento riabilitativo di almeno 3 mesi:

  • Ricostruzioni anatomiche (generalmente da preferire)
  • Ricostruzioni non anatomiche tipo tenodesi (da scegliere in caso di instabilità di tibiotarsica e sottoastragalica associate).