Dolore muscolo-scheletrico


Il dolore muscolo-scheletrico benigno (cioè non causato da patologia neoplastica) origina da processi patologici a carico delle strutture muscolo-scheletriche come ossa, articolazioni e tessuti molli periarticolari come tendini, muscoli, legamenti, borse sinoviali.
I processi patologici posso derivare da traumi acuti sportivi, lavorativi o domestici, sovraccarico funzionale o degenerazione cronica articolare o tendinea. Esistono fattori predisponenti il dolore muscolo scheletrico tipo la predisposizione genetica, alterazioni posturali, sovraccarichi funzionali, sovrappeso e traumi. Il dolore può essere inoltre causato da infiammazione di una radice spinale o nervo periferico (la classica sciatalgia o la sindrome del tunnel carpale). In questo caso il dolore è chiamato neuropatico.
Il trattamento parte prima di tutto attraverso una corretta diagnosi della causa del dolore. Questa si ottiene mediante una accurata visita medica, corredata da specifici test clinici, eventualmente accompagnata dalla diagnostica strumentale (ecografia, risonanza, rx, tac).
Una volta individuata la causa è necessario mettere in atto un protocollo terapeutico integrato, associando terapia farmacologica, strumentale (Laser, Onde d’urto, InterX), riabilitativa e correggendo gli stili di vita.
La terapia farmacologia si avvale di farmaci locali o sistemici e della terapia infiltrativa, meglio se ecoguidata.

Distorsioni di ginocchio

Il ginocchio costituisce il fulcro intermedio dell’arto inferiore ed è un’articolazione di tipo trocleare a tre compartimenti:

  • Femoro-tibiale mediale
  • Femoro-tibiale laterale
  • Femoro-rotuleo

Tra le superfici di femore e tibia sono posizionati i menischi mediale e laterale. I menischi hanno principalmente funzioni di ammortizzazione dei carichi e di stabilizzazione meccanica dell’articolazione. La stabilità statica e dinamica è garantita da un robusto complesso capsulo-legamentoso e muscolo-tendineo. I legamenti principali sono:

  • Collaterali (mediale e laterale) che garantiscono la stabilità in varo-valgo
  • Crociati (anteriore e posteriore) che garantiscono la stabilità antero-posteriore
Distorsione in valgo-rotazione esterna

Le distorsioni di ginocchio, con interessamento capsulo-legamentoso, sono eventi frequenti nella pratica sportiva. Le specifiche caratteristiche del gesto atletico nelle varie discipline determinano differenze sia sul tipo di lesione che nell’incidenza della stessa. Ad esempio, le lesioni capsulo-legamentose di ginocchio costituiscono circa il 5-10% degli infortuni nel calcio ed il 30% nello sci.

Le distorsioni di ginocchio avvengono prevalentemente con un meccanismo in valgo-rotazione esterna con interessamento del legamento collaterale mediale (LCM). Meno frequenti sono la rottura meniscale mediale o laterale e del legamento crociato anteriore (LCA), che necessitano intervento chirurgico ed una inattività da 30 gg (a seguito di meniscectomia selettiva) a 4-6 mesi (ricostruzione del LCA). Le lesioni di LCP sono più rare e non sempre hanno indicazione chirurgica.

Oltre il 50% delle lesioni avvengono per trauma indiretto, secondario a ricaduta da un salto, decelerazione e brusco cambio di direzione. Anche i traumi diretti, come i contrasti con l’avversario, possono però determinare lesione. I principali meccanismi lesivi sono:

Distorsione di ginocchio da trauma diretto
  • Iperestensione (con possibile lesione dell’LCA)
  • Valgo-rotazione esterna (con possibile lesione di LCM, LCA)
  • Varo rotazione interna (con possibile lesione di LCL ed LCA)

Le distorsioni di ginocchio si classificano in:

  1. LIEVI: in cui si hanno lesioni periferiche, incomplete della capsula, dei legamenti collaterali o dei menischi.
  2. GRAVI: in cui si ha la lesione del pivot centrale associata a lesioni periferiche.

Le lesioni del pivot centrale frequentemente determinano instabilità articolare. In caso di distorsione grave in valgo-rotazione esterna si può determinare il quadro clinico che in gergo si chiama Triade infausta:

– Lesione LCM +/- Punto d’angolo postero interno (PAPI)

– Fissurazione menisco mediale

– Rottura LCA

Diagnosi: Per definire il tipo di lesione ci basiamo sull’anamnesi della dinamica del trauma, sull’esame clinico (con specifici test di stabilità come valgo/varo stress, cassetto anteriore e posteriore, Lachmann test, Appley test per i menischi) e sugli esami strumentali. La RMN è esame di 1° livello nelle distorsioni gravi in quanto evidenzia in dettaglio il Pivot centrale, i menischi, la cartilagine ed alterazioni ossee come, ad esempio, edema spongioso o microfratture, non così infrequenti nei traumi distorsivi gravi.

Trattamento conservativo: Nel caso di lesione del LCM si procede inizialmente secondo il ben noto protocollo PRICE, associato a tutore di ginocchio bloccato a 0° gradi per 2 settimane, durante le quali è concesso il carico parziale. In questa fase si effettuano terapie strumentali quali laser ad alta potenza, ultrasuoni, tecarterapia ed elettroterapia antalgica. A partire dal 15° giorno si concede il carico progressivo con svezzamento graduale delle stampelle, si sblocca il tutore fino a 90° ed inizia la mobilizzazione passiva ed attiva assistita. A partire dal 21° giorno il tutore viene sbloccato completamente. Da questo momento inizierà la fase della guarigione, con esercizi di potenziamento muscolare isometrico ed isotonico associato ad esercizi propriocettivi e di ricondizionamento cardio-respiratorio (tapis roulant e cyclette). Infine, si introducono esercizi sport-specifici con e senza palla da effettuare direttamente sul campo di gioco.

Trattamento Chirurgico: ricostruzione artroscopica del Legamento crociato anteriore con tendini Semitendinoso e Gracile o Tendine Rotuleo.

Protocollo riabilitativo post-operatorio dopo ricostruzione LCA:

  • 0-7 settimana: recupero articolarità, della deambulazione e dell’autonomia nelle ADL
  • 8-11 settimana: recupero della forza, della propriocezione e della corsa
  • >12 settimana: rieducazione sul campo (deficit < al 20% al test isocinetico)

Sindrome dolorosa del gran trocantere

La sindrome dolorosa del gran trocantere o trocanterite (gli anglosassoni la chiamano Great Trocanteric pain syndrome, GTPS) racchiude un gruppo di patologie, piuttosto frequenti, che hanno in comune un dolore nella regione del gran trocantere e cioè nella parte laterale alta della coscia. Queste patologie non sono riferibili direttamente all’articolazione dell’anca, ma ai tessuti molli periarticolari. Il GTPS colpisce maggiormente il sesso femminile. Il dolore è alla pressione in sede trocanterica, esacerbato all’extrarotazione passiva di anca e tende ad irradiarsi in sede distale (fino al ginocchio) o prossimale (in sede glutea) rispetto al trocantere stesso. Tipico il riferimento da parte del paziente circa la difficoltà o impossibilità di dormire sul fianco dolente e l’aumento del dolore nell’eseguire le scale.

Localizzazione del dolore nella GTPS.

Le principali patologie che causano la GTPS sono la entesopatia del medio gluteo con o senza calcificazioni o rotture; la borsite trocanterica; la tendinopatia del tratto ileotibiale. Una diagnosi differenziale si può porre con l’anca a scatto laterale e con la radicolopatia L5. In alcuni casi alcune di queste patologie coesistono come ad esempio la entesopatia del medio gluteo e la borsite trocanterica.

Le cause della GTPS sono i traumi diretti o ancora più frequentemente il sovraccarico funzionale, accompagnato da fattori predisponenti come il sovrappeso, l’iperlordosi lombare, le dismetrie e scorretto appoggio in pronazione.

La diagnosi è clinica, completata da Rx tradizionale ed ecografia, in primis.

La terapia è basata sulla riduzione dell’infiammazione attraverso terapia farmacologica e strumentale (Laser, onde d’urto, US, Tecarterapia); sulla riduzione dei sovraccarichi funzionali e correzione delle alterazioni posturali. In questo gruppo di patologie si rivelano molto utili le infiltrazioni ecoguidate a scopo antiinfiammatorio e rigenerativo (collagene, acido ialuronico, steroidi).

Ridurre l’infiammazione in 3 mosse!

Le evidenze più recenti dimostrano che l’infiammazione cronica a bassa intensità e lo stress ossidativo sono in grado di favorire la comparsa di malattie metaboliche (ipertensione, aterosclerosi e diabete), neurodegenerative (come Parkinson, Alzheimer, Sclerosi multipla…) e muscolo-scheletriche (artrosi e tendinopatie).

L’infiammazione ad alta intensità invece è presente nei traumi acuti ed in malattie reumatiche come Artrite Reumatoide e Spondiloartriti. Anche il dolore è spesso causato da infiammazione, sia a bassa che alta intensità.

Di conseguenza l’interesse dei clinici è sempre più focalizzato non solo sul trattamento delle patologie, ma anche sulla loro prevenzione, attraverso percorsi in grado di ridurre più possibile l’infiammazione cronica e lo stress ossidativo.

In ambito muscolo-scheletrico le ultime evidenze sottolineano che protocolli multidisciplinari, basati su una corretta dieta e stile di vita abbinate a terapie specifiche (farmacologiche e riabilitative), sono in grado di ridurre efficacemente infiammazione e dolore. I punti cardine della terapia sono:

  1. Terapia farmacologica:
    1. Farmaci sistemici (FANS, Anti-Cox 2, Steroidi, Interleuchine low-dose)
    2. Fisiatria Interventistica
  2. Kinesiterapia e Riprogrammazione posturale (correggendo la postura, bilanciando forza ed elasticità muscolare e migliorando la propriocezione)
  3. Corretto stile di vita: alimentazione anti-infiammatoria (aumentare l’assunzione di olio d’oliva, farina integrale, curcuma, zenzero, pepe nero, capperi, frutta e fibre; riduzione di grassi animali, carboidrati e zuccheri complessi), integrazione alimentare (Vit. D, Omega-3, Magnesio, Manganese, Silicio e Probiotici sono i principali) ed attività motoria adeguata (è dimostrato che l’attività motoria riduca l’incidenza di malattie autoimmuni).

Il percorso prevede la collaborazione tra il Fisiatra (che effettua la diagnosi e prescrive le terapie) ed altri specialisti del settore, quali fisioterapista, osteopata, podologo ed eventualmente con altri specialisti medici (dietologa, anestesista, ortopedico).

In caso di dolore muscolo-scheletrico affidati al Dr. Alessandro Valent !

Stop al dolore alla spalla!

Il dolore di spalla o spalla dolorosa rappresenta circa il 16% di tutte le patologie dell’apparato muscolo-scheletrico. I sintomi comuni a tutte le patologie di spalla sono dolore (spesso notturno), limitazione funzionale con presenza di compensi e contrattura muscolare.

L’articolazione della spalla

Le cause possono essere traumatiche (lussazioni, lesioni tendinee, fratture), da sovraccarico (tendinopatie, borsiti, conflitto ed instabilità) o degenerative (artrosi, calcificazioni). La capsulite adesiva (o frozen shoulder) è una complicanza di alcune forme dolorose di spalla ed in alcuni casi è la causa primaria di dolore.

La diagnosi è clinica ed ecografica. Anche rx tradizionale e RMN sono opzioni diagnostiche valide, qualora l’esame ecografico non sia sufficiente ad una diagnosi completa.

La terapia è basata sulla fisioterapia con esercizi rieducativi e terapia strumentale (ad esempio la laserterapia ad alta potenza), accompagnata dalla terapia farmacologica. Le infiltrazioni ecoguidate coadiuvano il trattamento con ottimi risultati in termini di riduzione del dolore e miglioramento della funzionalità (si utilizzano acido ialuronico, collagene o cortisonici). In caso di calcificazioni possono essere praticate le onde d’urto o la frammentazione/aspirazione ecoguidata della calcificazione. La chirurgia è riservata nei casi più importanti di traumi acuti e cronici o nel caso d’insuccesso del trattamento conservativo.

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Rieducazione di spalla

Tendinopatia calcifica di spalla

La tendinopatia calcifica di spalla (o calcificazione di spalla) è una delle più frequenti cause di spalla dolorosa. La sua frequenza varia dal 7,5% al 22% dei casi di tendinopatia di spalla ed ha una maggiore prevalenza nel sesso femminile tra i 30 ed i 50 anni. Le calcificazioni singole o multiple si localizzano prevalentemente nella zona inserzionale (entesi) o preinserzionale (la cosiddetta “zona critica”) del tendine sovraspinoso (circa l’80%), ma non è raro che le calcificazioni si localizzino anche al sottospinoso o al tendine sottoscapolare.

Tendinopatia calcifica del sovraspinoso

Altre localizzazioni tipiche al di fuori della spalla sono il tendine d’achille (incidenza 2,5%), la fascia plantare, il tendine quadricipitale, il tendine del medio gluteo, gli epicondiloidei e gli adduttori. Le cause delle tendinopatie calcifiche non sono del tutto chiare, ma si ritiene che siano espressione di un processo multifocale attivo, cellulo mediato o di una distrofia calcifica legata alla degenerazione delle fibre tendinee, particolarmente evidente nei tendini sottoposti a sovraccarico funzionale lavorativo e/o sportivo ed in soggetti predisposti (fattori genetici ed ormonali). Secondo Uhthoff e Loehr (1997), la calcificazione si sviluppa classicamente secondo tre stadi in successione: pre-calcifico, calcifico (diviso in tre fasi: formativa, di stato, di riassorbimento) e post-calcifico in cui la calcificazione viene sostituita da tessuto di granulazione. La formazione e riassorbimento delle calcificazioni è un processo graduale che può durare mesi o anche anni. Vi sono però casi in cui la calcificazione, giunta nella fase di stato, entra in una condizione di quiescenza metabolica per cui, in assenza di uno stimolo, non tende al riassorbimento.

Clinicamente la tendinopatia calcifica di spalla si presenta con un dolore acuto, accompagnato da limitazione funzionale con difficoltà o impossibilità a ruotare e ad elevare/abdurre l’arto superiore oltre i 90°. I sintomi spesso esordiscono a riposo (spesso durante le ore notturne) e nelle forme più acute la spalla è talmente bloccata che si definisce “congelata” (spalla congelata o frozen shoulder). La sintomatologia però è dipendente dalla fase clinica in quanto è maggiormente evidente nella fase del riassorbimento.

La diagnosi strumentale si avvale della radiografia tradizionale e dell’ecografia; quest’ultima, in particolare, documenta molto bene la strutturazione o il riassorbimento della calcificazione, a seconda della presenza o meno del cono d’ombra posteriore. La calcificazione nel contesto di un tendine può essere classificata in base alla sua morfologia in:

  1. Densa a limiti netti
  2. Densa multilobulare
  3. Eterogenea a margini irregolari
  4. Calcificazione distrofica inserzionale
  5. Invasione bursale

Il trattamento della tendinopatia calcifica di spalla è prevalentemente di tipo conservativo, basato sulla rieducazione funzionale (esercizi specifici di decoaptazione articolare o esercizi pendolari), sull’utilizzo di farmaci a scopo analgesico ed antiinfiammatorio (terapia cortisonica per bocca o per via infiltrativa) e sulle terapie fisiche come la laserterapia ad alta potenza, l’ultrasuonoterapia e le onde d’urto. Nella fase del riassorbimento, in cui la calcificazione si presenta di materiale simil-gelatinoso può essere indicato il lavaggio percutaneo ecoguidato con la frammentazione ed aspirazione del deposito calcifico. Nel caso di fallimento dell’approccio conservativo, si rende necessario l’intervento artroscopico o in mini open.


Dolore al ginocchio

Articolazione del ginocchio

Il dolore al ginocchio è molto frequente sia negli sportivi che nelle persone comuni. Il dolore in forma acuta, nella maggior parte dei casi, è legato a traumi diretti o indiretti con interessamento di capsula, legamenti o menischi. Il dolore cronico è causato prevalentemente da usura della cartilagine e dei menischi con conseguente artrosi. Anche i tendini (rotuleo, zampa d’oca o quadricipitale) sono soggetti ad infiammazione acuta e cronica.

Molto importante è una corretta diagnosi per individuare il percorso terapeutico più idoneo. La terapia è spesso conservativa, basata su terapia riabilitativa, strumentale e manuale. In caso di versamento articolare (artrosinovite) può essere necessario eseguire un artrocentesi + infiltrazione con steroide e successive infiltrazioni con acido ialuronico, collagene o PRP che spesso sono risolutive per eliminare o ridurre il dolore e facilitare il recupero funzionale.

Per approfondire l’argomento vai a ginocchio doloroso.

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Infiltrazione ecoguidata di anca

L’anca è una localizzazione frequente di osteoartrosi. La coxartrosi determina dolore e limitazione funzionale ingravescenti e nelle forme più avanzate può essere piuttosto invalidante, tanto da necessitare l’intervento di artroprotesi.

La viscosupplementazione dell’anca con acido ialuronico a medio-alto peso molecolare, analogamente a quello che succede per il ginocchio, si è dimostrata efficace nel ridurre il dolore, incrementare la funzionalità e ritardare più possibile la soluzione chirurgica. La viscosupplementazione inoltre trova indicazione anche nelle forme iniziali di conflitto femoro-acetabolare.

Tecnica di approccio per infiltrazione d’anca.

La tecnica infiltrativa ecoguidata di anca è una metodica, di relativamente recente acquisizione, che permette di inoculare con precisione il farmaco dove serve, attraverso la guida ecografica in tempo reale. Oltre all’acido ialuronico possono essere inoculati in articolazione anche fattori di crescita (PRP), cortisonici ed anestetici locali e può essere praticata artrocentesi (aspirazione del liquido sinoviale in eccesso). Nelle fasi di artrosinovite acuta consigliamo l’utilizzo di un farmaco cortisonico; in fase subacuta o nelle forme croniche utilizziamo preferibilmente l’acido ialuronico a medio-alto peso molecolare e/o i fattori di crescita di derivazione piastrinica. È possibile inoltre miscelare, a discrezione del medico, il cortisonico con l’acido ialuronico.

Infiltrazione ecoguidata di anca con approccio antero-inferiore.

La tecnica infiltrativa eco guidata prevede il posizionamento del paziente in decubito supino con anca lievemente intraruotata e la disinfezione accurata della cute con Betadine soluzione. Quindi si posiziona la sonda ecografica a bassa frequenza tipo Convex (munito di proteggi sonda sterile) lateralmente ai vasi femorali e lungo l’asse acetabolo-collo femorale, per visionare correttamente lo spazio articolare. Infine si esegue l’iniezione intra-articolare utilizzando un ago da spinale 20 o 22 G con un approccio antero-superiore, antero-inferiore o laterale (nell’approccio laterale è possibile utilizzare un ago da 4 cm, generalmente meglio tollerato dal paziente). Con la guida ecografica siamo in grado di visionare perfettamente il procedere dell’ago attraverso i tessuti sottocutanei, la penetrazione della capsula articolare ed il contatto con la base del collo femorale o la testa femorale. A questo punto si retrae di circa 1 mm l’ago e si procede all’inoculazione del farmaco sempre sotto eco guida. Il procedimento ha una durata totale di 10-15 minuti e viene eseguito in campo sterile. Il ciclo infiltrativo prevede 3-5 sedute a cadenza di una ogni 15-30 giorni.

Per informazioni sul trattamento contattare il Dr. Alessandro Valent

Il fisiatra fa la differenza!

Perché scegliere il Fisiatra? Scegliere il Fisiatra significa scegliere il Medico Specialista che si occupa della persona, del suo benessere fisico e psichico e della sua autonomia nelle attività lavorative, sportive e sociali. Il Fisiatra non si occupa solamente della cura del trauma o della malattia, ma soprattutto del recupero, più completo possibile, dalle disabilità temporanee o permanenti che queste patologie causano alla persona. Per fare ciò il Fisiatra, si avvale, tra le altre, della diagnostica ecografica per una diagnosi più accurata e di numerosi presidi terapeutici come terapie Fisiche, farmacologiche, manuali, posturali e rieducative, ortesi. Le infiltrazioni eco-guidate, eseguite dal Fisiatra, sono uno strumento efficace e sicuro per il trattamento di molte patologie dell’apparato muscolo-scheletrico come artrosi, tendinopatie, borsiti, calcificazioni, ematomi. Il Fisiatra è il responsabile del progetto riabilitativo, volto al recupero funzionale della persona, coordinando altre figure professionali, fondamentali per il risultato finale, come fisioterapista, infermiere, psicologo, tecnico ortopedico, podologo ed altri specialisti Medici delle branche di riferimento della patologia (Ortopedico, Neurologo, Reumatologo, Ginecologo..).
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Fascite plantare

Fascia plantare

Per fascite plantare si intende un processo infiammatorio acuto o cronico a carico della fascia plantare. La fascia plantare (o aponeurosi plantare) è una banda fibrosa di tessuto connettivo che origina dalla tuberosità mediale del calcagno, decorre lungo la pianta del piede e si inserisce a ventaglio sulla base delle falangi e sulle articolazioni metatarso-falangee. Le funzioni della fascia plantare sono quella di partecipare alla stabilizzazione della pianta del piede e supportare l’arco longitudinale mediale (volta plantare).

La causa principale di fascite plantare è il sovraccarico funzionale in presenza di fattori predisponenti quali obesità, terreni di gioco o lavoro duri, iperpronazione dell’articolazione sotto-astragalica, dismetria degli arti inferiori, scarsa elasticità della volta plantare, accorciamento delle catene muscolo-tendinee posteriori, piede cavo (il morfotipo cavo-supinato che è maggiormente diffuso nella popolazione crea un’eccessiva tensione in sede inserzionale sia del tendine d’achille che della fascia plantare).

Sono maggiormente soggetti all’insorgenza di fascite plantare gli sportivi dediti al salto, alla corsa e quelli impegnati in sport con scatti, cambi di direzione ed arresti bruschi. inoltre la fascite plantare colpisce anche le persone comuni che mantengano una stazione eretta prolungata.

In alcuni casi alla fascite plantare si associa la presenza di sperone calcaneare (nel 30-40% dei casi) che tuttavia si può presentare anche come entità isolata. Lo sperone calcaneare consiste infatti in una tendinopatia inserzionale calcifica dei flessori brevi delle dita piuttosto che di un entesopatia della fascia plantare.

La fascite plantare si presenta solitamente con un dolore calcaneare mediale che ha il suo apice al risveglio mattutino, per poi migliorare durante il giorno e ripresentarsi al termine della giornata. Generalmente interessa solo un piede.

Sperone plantare alla radiografia tradizionale

La diagnosi è prevalentemente clinica, basata sull’anamnesi e sull’esame obiettivo che evidenzia un dolore in sede di bordo inferiore e mediale del calcagno, peggiorato dalla pressione manuale e dalla flessione dorsale passiva del primo raggio. Coadiuvano la diagnosi l’esame ecografico e la radiografia tradizionale che possono confermare la presenza di flogosi inserzionale della fascia plantare e la presenza di sperone calcaneare. La diagnosi differenziale si pone prevalentemente con lo sperone calcaneare senza fascite (il dolore in questo caso è generalmente centrale al di sotto del tallone), frattura da stress del calcagno, periostite del bordo mediale calcaneare, rottura della fascia plantare, malattia di Sever, borsite calcaneare. La fascite plantare inoltre si può presentare anche in corso di patologia reumatica infiammatoria ed è reperto frequente nel paziente fibromialgico e con disturbi emozionali.

La terapia della fascite plantare si avvale dell’utilizzo della terapia farmacologica con antiinfiammatori sistemici e locali, associata alle terapie strumentali (laserterapia ad alta intensità, Ultrasuonoterapia, diatermia ed onde d’urto) ed alla terapia manuale mio-tensiva, mirata al rilassamento della fascia ed all’allungamento delle catene posteriori. Importante, in caso di scorretto appoggio plantare e/o dismetria, l’utilizzo di plantari correttivi su misura. Nei casi più gravi si possono praticare infiltrazioni locali con preparati cortisonici, collagene o acido ialuronico, da effettuare per via ecoguidata limitatamente a 1-3 sedute. Nelle forme maggiormente cronicizzate è utile anche il Massaggio Trasverso Profondo (MTP) in sede inserzionale della fascia. Tra le terapie strumentali le onde d’urto focalizzate (EWST) o radiali, trovano indicazione non solo nel trattamento della fascite ma soprattutto in quello dello sperone calcaneare plantare e dorsale.

Immagine ecografica di fascite plantare (la fascia di dx è ispessita ed ipoecogena a causa della flogosi e degenerazione)

Colpo di frusta cervicale

Il “Colpo di Frusta” consiste in una distorsione del rachide cervicale in iperestensione o in iperflessione, causato generalmente da un tamponamento stradale o da un trauma sportivo.

Rx rachide cervicale

Nella maggioranza dei casi la distorsione avviene nel segmento C3-C7, interessando capsule e legamenti; la sua gravità è condizionata dall’entità del trauma, dalla posizione del capo al momento della collisione e dalla preesistenza di lesioni degenerative. 
Nei casi più importanti può essere utile effettuare radiografia cervicale e/o RMN per escludere fratture o ernie conseguenti al trauma.

I principali sintomi del colpo di frusta sono dolore cervicale con limitazione funzionale e contrattura muscolare ai paravertebrali cervicali e trapezi di entità variabile. A questo quadro si possono accompagnare sintomi vegetativi come senso d’instabilità, nausea e cefalea. I sintomi possono durare da pochi giorni a diversi mesi e determinare anche esiti permanenti. 

La terapia adeguata e tempestiva del colpo di frusta riduce l’entità e la durata dei sintomi ed i postumi.

In fase acuta, ma per non più di 5 giorni si consiglia il collare cervicale, accompagnato da terapia farmacologica con FANS e miorilassanti. In questa fase si utilizzano terapie fisiche come TENS, InterX e Laser ma non la terapia manuale che potrebbe peggiorare i sintomi. Nei giorni successivi anche la Tecarterapia costituisce una valida terapia.

Una volta ridotta in maniera significativa la sintomatologia e non prima di 15-20 giorni, si prosegue con la terapia manuale e gli esercizi riabilitativi e posturali graduali. Solitamente sono necessari 2-3 mesi per una guarigione dopo colpo di frusta.

Capsulite adesiva

La capsulite adesiva o spalla congelata (Frozen Shoulder per gli anglosassoni) consiste in un processo infiammatorio/irritativo a carico della capsula sinoviale della articolazione gleno-omerale. Esistono due forme di capsulite:

  • Frozen Shoulder (capsulite primitiva)
  • Capsulite post-traumatica (capsulite secondaria)

La Frozen Shoulder colpisce il 2-5% della popolazione, prevalentemente di sesso femminile tra i 40 e i 60 anni, con maggiore incidenza in caso di malattie endocrine (diabete, alterazioni tiroidee, ormonali..) e nelle sindromi ansioso-depressive. A volte la capsulite si accompagna alle calcificazioni di spalla. Può colpire entrambe le spalle nel 10% dei casi.

L’insorgenza è subdola e si manifesta con il dolore (fase 1) spesso notturno e limitazione funzionale; segue quindi un periodo di incremento della restrizione articolare di spalla su tutti i piani (fase 2), causata da una importante retrazione capsulare, con discinesia scapolo-toracica di compenso che può durare alcuni mesi; l’ultima fase (fase 3) è quella della remissione, caratterizzata da una lenta ripresa funzionale, solitamente dopo 4-6 mesi. La capsulite adesiva è quindi una patologia piuttosto invalidante, sia per le sue caratteristiche cliniche che per l’andamento temporale.

La Capsulite post-traumatica consiste in un processo flogistico più localizzato rispetto alla spalla congelata, causato da un trauma importante (come una frattura o lesione alla cuffia) o da micro-traumi ripetuti. Il dolore e la limitazione funzionale sono, in questo caso, meno evidenti.

Il trattamento in fase 1 prevede, per gestire meglio il dolore, terapie strumentali come Laser, InterX e US e terapia cortisonica per bocca. Le fasi 2 e 3 hanno come cardine la rieducazione funzionale passiva (eseguita dal fisioterapista) ed attiva con esercizi di automobilizzazione e stretching gleno-omerale e scapolo-toracico da parte del paziente (anche in acqua a 34-36°C). A questo protocollo si possono associare per avere benefici più precoci:

Kinesiterapia di spalla