Infortuni muscolari

Fibre muscolari
Fibre muscolari

Gli infortuni muscolari nello sport sia amatoriale che agonistico sono molto frequenti (10-40% a seconda dello sport). La localizzazione è condizionata dal tipo di sport. Gli infortuni muscolari, vengono suddivisi a seconda del meccanismo di insorgenza in traumi diretti ed indiretti.

Quelli da trauma diretto sono determinati da contusione o lacerazione e coinvolgono più spesso il ventre muscolare.

Quelli indiretti avvengono senza contatto e si localizzano più spesso alla giunzione mio-tendinea. Vengono suddivisi, a loro volta, in due sottogruppi:

1. Infortuni funzionali: più frequenti, caratterizzati da edema localizzato o diffuso senza lesione anatomica delle fibre. Le cause principali sono i sovraccarichi funzionali (carichi eccessivi o scorrette sedute di allenamento).

2. Infortuni strutturali: sono i più temibili ed hanno una prognosi generalmente più lunga; sono caratterizzati da lesione anatomica del muscolo di entità variabile, accompagnata da versamento ematico. Avvengono x una brusca contrazione degli antagonisti o x una rapida e potente contrazione a partire da una fase di rilassamento del muscolo. Il danno può interessare oltre che le fibre muscolari anche le strutture vascolari, tendinee e connettivali di sostegno con possibili complicanze.

La diagnosi è generalmente ecografica.

Il trattamento prevede l’integrazione tra terapia strumentale (laser, tecar, US) e riabilitativa. In caso di ematoma intramuscolare può essere necessaria l’aspirazione ecoguidata.

Dolore pelvico cronico

Il dolore pelvico cronico è un dolore localizzato in sede pelvica, basso addome o lombosacrale, che perdura per più di 6 mesi. Questo dolore è spesso sordo e mal definito (assumendo i connotati di dolore “neuropatico”) e frequentemente associato a disturbi urinari, intestinali, sessuali ed emozionali (ansia o depressione). Colpisce maggiormente il sesso femminile (fino al 6-25% delle donne) e per le sue caratteristiche può essere causa di importante disabilità. 

Caratteristica comune del dolore pelvico cronico è l’interessamento del pavimento pelvico o perineo, spesso contratto e dolente con conseguenti difficoltà alla minzione, defecazione ed attività sessuale. 

Le cause sono multifattoriali: ginecologiche, urinarie, intestinali, miofasciali, nervose periferiche, muscolo-scheletriche ed emozionali. Molto spesso però non è possibile stabilire una diagnosi certa. 

La terapia è prevalentemente conservativa, basata sulla terapia farmacologica, riabilitativa (riabilitazione del pavimento pelvico) e cognitivo comportamentale. 

Il Dr. Valent, in collaborazione con altri specialisti di branca e con la fisioterapista, è in grado di stabilire il corretto percorso diagnostico-terapeutico di questa complessa patologia.

Lombalgia

La lombalgia è una causa molto comune di consulto medico. L’80% della popolazione ne soffre infatti almeno una volta nella vita. In Italia colpisce circa 15 milioni di persone e risulta la 1° causa di disabilità sotto i 45 anni e la seconda causa di invalidità permanente.

Le cause specifiche di lombalgia possono essere traumatiche o legate a patologie del corpo, del disco, istmiche e articolari, da cause posturali, cause riflesse (gastrointestinali, ginecologiche, vascolari, urologiche..), infine psicogene.

La prognosi in caso di lombalgia acuta è generalmente positiva (~ 90% si risolve entro 30 gg), mentre in caso di cronicizzazione risulta negativa (solo il 7-10% si risolve). Per questo è molto importante la diagnosi precoce e un trattamento più mirato possibile per evitare una sua cronicizzazione.

In fase acuta si controlla il dolore con riposo attivo, utilizzo di fasce lombari elastiche o steccate, terapia farmacologica e strumentale associate a terapia manuale decontratturante con tecniche classiche e/o mio-fasciali. Ridotto il dolore sono fondamentali gli esercizi riabilitativi per favorire la scomparsa del dolore, ripristinare la funzione e prevenire ricadute. Ulteriori informazioni

Dolore muscolo-scheletrico

Con l’umidità ed in particolare con il passaggio dal caldo al freddo, i nostri muscoli tendono a contrarsi in maniera più protratta e le articolazioni diventano maggiormente rigide. Queste condizioni si manifestano con la comparsa di dolore, prevalentemente mattutino. Anche il ritorno alle attività lavorative con stress e posture scorrette, contribuisce alla comparsa dei dolori muscolo-scheletrici. La prevenzione si attua soprattutto attraverso un corretto stile di vita. In questo senso si consiglia un’attività motoria a basso impatto ma continuativa, una dieta ricca di omega-3 e Vitamina D ed evitare posture scorrette e sovraccarichi lavorativi o sportivi. A volte anche piccoli accorgimenti come fare un bagno caldo alla mattina aiutano a stare meglio durante la giornata. Chi è affetto da dolori cronici ed alterazioni posturali può avere un ottimo giovamento dalla rieducazione posturale. Molto importante effettuare una vista preventiva con il Medico Fisiatra per stabilire il miglior percorso.

Postura e dolore

Non solo la scoliosi, ma anche altre comuni alterazioni posturali della colonna ed uno scorretto appoggio plantare possono favorire l’insorgenza di dolori articolari e muscolari. La scoliosi consiste nella curvatura del rachide sul piano frontale, che insorge nel periodo pediatrico e che si mantiene, a volte peggiorando, per tutta la vita. Sul piano sagittale invece le anomalie riguardano un aumento o diminuzione delle fisiologiche curvature rachidee come la lordosi cervicale e lombare e la cifosi dorsale. L’ipercifosi dorsale, accompagnata dalla postura in chiusura anteriore delle spalle, è una tipica anomalia dei nostri adolescenti o di chi ad esempio lavora molto al PC. La rettilineizzazione del tratto cervicale o l’iperlordosi lombare con antiversione del bacino sono altre alterazioni di comune riscontro. La corretta postura può essere condizionata anche da una differenza di lunghezza degli arti inferiori o da un asse scorretto delle ginocchia (varismo o valgismo). Anche malocclusioni dentali possono influenzare la postura. Infine, ma non meno importanti, sono i difetti di appoggio dei piedi: piedi piatti-valghi o all’opposto piedi vari-supinati possono alterare la corretta postura e facilitare l’insorgenza di dolore. Spetta al fisiatra eseguire la visita posturale ed indicare il miglior percorso riabilitativo, ortesico (plantari ad esempio) o di auto correzione.

Sindrome dello stretto toracico

La sindrome dello stretto toracico (o TOS, Thoracic Outlet Syndrome) consiste in una brachialgia, solitamente monolaterale, accompagnata da sintomi di tipo vascolare o neurologico periferico. La causa è la compressione di vasi o nervi che decorrono nel dotto toracico che è la regione anatomica attraverso cui decorre il fascio vascolo-nervoso che dal collo si porta all’ascella (arteria e vena succlavia e plesso brachiale). Il fascio vascolo-nervoso percorre tre restringimenti che in senso prossimo-distale sono rappresentati da:

  1. Spazio interscalenico: di forma triangolare, è delimitato inferiormente dalla prima costa, anteriormente dal ventre muscolare dello scaleno anteriore e posteriormente dallo scaleno medio. Attraversato dall’arteria succlavia e dal plesso brachiale che a questo livello da origine ai tronchi primari. A questo livello sono più soggetti alla compressione gli elementi inferiori del plesso. La vena succlavia passando al davanti dello scaleno anteriore non viene mai coinvolta da un conflitto a questo livello.
  2. Spazio costo-claveare: è lo spazio ad angolo acuto delimitato dalla clavicola e muscolo succlavio superiormente e la costa inferiormente. In un conflitto è la vena succlavia ad essere interessata, essendo addossata al bordo esterno del legamento costo-clavicolare.
  3. Spazio toraco-pettorale: il fascio vascolo-nervoso passa, nel suo insieme, tra l’inserzione tendinea del piccolo pettorale sul processo coracoideo e il piano costale sottostante.

Numerosi sono i fattori predisponenti la sindrome dello stretto toracico, ed in particolare anomalie ossee e muscolari. Anomalie ossee:
– costa cervicale: questa struttura articolata al processo trasverso e al corpo di C7, può dislocare, in alto l’arteria e il plesso brachiale determinando la sintomatologia. Ricordiamo comunque che la costa cervicale in molti soggetti è un reperto occasionale senza espressione clinica.
– Megapofisi trasversa della VII vertebra cervicale.
– Anomalie della clavicola per callo ipertrofico da frattura,
– Iperplasia della la costa,
– Ipertrofia del processo coracoideo.
Anomalie muscolari: ricordiamo quelle a carico degli scaleni che possono essere rappresentate da un muscolo soprannumerario o accessorio, da una doppia inserzione, un’ipertrofia o uno spasmo per affaticamento dopo sforzi prolungati. Anche l’ipertrofia a carico dei muscoli pettorali può scatenare la sindrome compressiva.
Altre cause, ma anche le più frequenti, possono essere la caduta del moncone di spalla in seguito ad un atteggiamento posturale astenico da ipotonia-ipotrofia dei muscoli del cingolo; pregressi traumi cervicali; particolari attività professionali che possono portare ad atteggiamenti posturali scorretti come retroposizione e contemporaneo abbassamento delle spalle con collo fissato in estensione (l’attenti del militare..) o arto superiore abdotto oltre 90° ed extraruotato.

Clinica: la compressione degli elementi vascolo-nervosi nel decorso compreso tra rachide cervicale e margine ascellare inferiore è responsabile dell’insorgenza di disturbi nervosi e vascolari che possono essere presenti contemporaneamente o in modo isolato.
I sintomi riferiti alla compressione nervosa possono presentarsi con dolore, ipoestesie, parestesie, ipostenie e ipotrofie muscolari con diminuzione della forza.
I disturbi vascolari possono essere la conseguenza della compressione della arteria succlavia oppure effetto di una sua vasocostrizione riflessa in seguito alla irritazione dei rami simpatici; questi consistono in ipotermia con aumentata sensibilità al freddo, iposfigmia, comparsa di fenomeni ischemici, pallore, lesioni trofiche delle dita, preceduti da dolore da sforzo tipo “claudicatio” dell’arto superiore. Nei casi in cui sia interessato il sistema nervoso simpatico ci possono essere crisi vasomotorie che ricordano la Sindrome di Raynaud. L’interessamento della vena succlavia determina un ostacolo allo scarico che si manifesta con senso di pesantezza, dolori gravativi, tensione dell’arto superiore, edema e cianosi delle parti distali.
L’esame clinico oltre che dell’anamnesi, si avvale dell’esame obiettivo e degli esami strumentali suggeriti dalla clinica. Il paziente riferisce di solito un’insorgenza notturna di parestesie dell’arto superiore, specie della mano, che disturba il sonno e che costringe a tentare manovre risolutive tipo massaggio o pressioni della zona interessata. Altro sintomo riferito è il dolore, spesso di tipo sordo, gravativo, pulsante; solitamente riferito a livello della superficie anteriore ed esterna della spalla, con irradiazione alla regione sovraclavicolare, al braccio, all’avambraccio e alla mano, altre volte si può manifestare con una dolenzia profonda diffusa o localizzata alle prime tre o alle ultime due dita. Meno frequentemente il dolore può diffondersi al rachide cervicale, alla regione occipitale, alla scapola, alla parete anteriore del torace.
L’esame obiettivo ricerca i deficit vascolari e neurologici. Si va ad esaminare lo stato della cute ricercando variazioni di temperatura, colore e trofismo; la sensibilità cutanea; la forza muscolare. L’esame obiettivo comprende inoltre alcune manovre specifiche:
1. Il test di Adson (del violinista), test vascolare che si esegue a paziente seduto con le braccia appoggiate sulle ginocchia, si fa sollevare e ruotare il mento dal lato interessato in apnea inspiratoria. Il test è positivo qualora il polso radiale si riduca o scompaia. Questo segno è patognomonico di un conflitto a livello del triangolo degli scaleni accentuato dalla rotazione del capo e dalla elevazione inspiratoria della prima costa.
2. La manovra di Gowan-Velinsky, consiste nel determinare l’insorgenza dei disturbi tramite la retropulsione e abbassamento delle spalle a collo fissato in estensione (“attenti militare”). È positivo in caso di compressione costo-claveare.
3. La manovra di Wright consiste nella abduzione e extrarotazione delle braccia sollevate a 90° che può evidenziare un conflitto al di sotto del muscolo piccolo pettorale.

Per avvalorare la diagnosi utili risultano i seguenti esami strumentali:
• Rx standard del rachide cervico-dorsale per evidenziare anomalie ossee come per esempio una costa cervicale o una megapofisi trasversa.
• Eco-doppler. Quest’esame registra le curve velocimetriche relative ai diversi segmenti vascolari (succlavia, ascellare, omerale e ulnare) di entrambi gli arti superiori dapprima a riposo, poi durante l’esecuzione delle manovre cliniche.
• Elettromiografia che permette di evidenziare, tramite lo studio della velocità di conduzione motoria, la sede della lesione.

Diagnosi differenziale: varie condizioni morbose possono essere responsabili di sintomi e segni paragonabili a quelli presenti nella sindrome dello stretto toracico. Le principali patologie sono le cervico-brachialgie di origine cervicale (degenerative o in seguito ad ernia discale); la spalla dolorosa, secondaria a tendinopatia della cuffia dei rotatori; le sindrome canalicolari dei nervi dell’arto superiore si possono manifestare con una sintomatologia sensitiva e motoria nel territorio specifico alla sede di conflitto (la più frequente è la sindrome del tunnel carpale); l’algodistrofia simpatica dell’arto superiore; la sindrome di Pancoast dovuta a un tumore primitivo dell’apice polmonare può manifestarsi con una brachialgia con deficit sensitivo e motorio da invasione del tronco primario inferiore del plesso brachiale.

Trattamento: Il primo approccio a nostro parere deve essere di tipo conservativo in quanto spesso la causa è di tipo posturale e questo trattamento risulta spesso sufficiente a controllare le forme di grado moderato. Il trattamento chirurgico, va riservato ai casi di dolore persistente, di perdita significativa di forza, grave sintomatologia arteriosa, danni nervosi. Il trattamento riabilitativo ha lo scopo di ripristinare i passaggi anatomici il cui restringimento ha provocato l’insorgenza della patologia. Esso si propone di:
1) far prendere coscienza al paziente della posizione che determina la chiusura dello stretto;
2) risolvere le contratture muscolari;
3) curare l’asse posturale di capo, rachide, spalle, in modo da fornire un punto di ancoraggio stabile per i muscoli che hanno un’azione di apertura della zona di conflitto;
4) rinforzare la muscolatura che ha un ruolo di apertura dello stretto (elevatori ed antepulsori del cingolo scapolare come trapezio, gran pettorale piccolo pettorale).

Il trattamento inizia con la presa di coscienza delle posizioni che determinano il conflitto al fine di insegnare le posizioni corrette che una volta acquisite devono essere automatizzate. A questo scopo si fa assumere al paziente davanti ad uno specchio la posizione che determina un restringimento dello spazio; si passa quindi al movimento di apertura e gli si chiede di mantenere la posizione raggiunta per alcuni secondi in fase espiratoria.
Molto importante, in questa fase, risulta il lavoro respiratorio di cui si utilizza l’inspirazione diaframmatica lenta, seguita da un’espirazione costale: ciò permette di ottenere un abbassamento della prima costa e quindi un’apertura. Gli esercizi respiratori possono essere eseguiti sia in posizioni facilitanti a paziente supino con l’aiuto del terapista che pone le mani sulla parte alta del torace, sia à paziente seduto con gli avambracci appoggiati su un tavolo.
La successiva è rivolta al rilassamento muscolare e alla risoluzione delle eventuali contratture; a questo scopo si possono utilizzare tutte le metodiche classiche quali:
• massoterapia decontratturante cervico-dorsale e del cingolo scapolare;
• massaggio trasverso profondo (MTP) delle inserzioni muscolari per risolvere contratture particolarmente importanti;
• esercizi di “tenuta-rilassamento”
• eventuale terapie fisiche con il calore (diatermia, laserterapia) o elettroanalgesia (InterX).
Successivamente, per armonizzare il movimento delle varie componenti anatomiche, si interviene utilizzando mobilizzazioni passive lente sulla scapola in elevazione abduzione e basculamento esterno, sul cingolo scapolo-omerale in innalzamento e abbassamento; sul rachide cervicale in allungamento, con modiche trazioni, e movimenti lenti su tutti i piani.
Gli esercizi rivolti al rinforzo vanno indirizzati alla muscolatura cervico-dorsale, al gran dentato, al trapezio e al piccolo pettorale. I diversi gruppi muscolari saranno più o meno coinvolti nell’esercizio a seconda della sede di compressione: se è interessato lo spazio interscalenico il lavoro sarà rivolto prevalentemente al muscolo trapezio e alla muscolatura cervico-dorsale, se sono interessati gli spazi costo-claveare e toraco-pettorale, il lavoro coinvolgerà anche i muscoli che agiscono sul cingolo quali il piccolo pettorale e il gran dentato, che antepongono la spalla.
Specificatamente, per il rinforzo della muscolatura cervico-dorsale si richiedono allungamenti assiali e contrazioni brevi per contrapporsi a sollecitazioni multidirezionali applicate al capo.
Per il rinforzo del m. trapezio, che tramite il fascio superiore solleva il moncone di spalla, si fa assumere al paziente la posizione seduta, in atteggiamento di rilassamento con le braccia lungo il corpo, e si fa compiere un movimento di elevazione delle spalle che deve essere mantenuto per almeno 5 secondi compiendo una espirazione forzata; lo stesso esercizio può essere eseguito contro resistenza utilizzando un peso; bisogna evitare un eccessivo abbassamento del cingolo nella fase di ritorno bloccandola con appoggi laterali.
Il rinforzo del gran dentato si ottiene a paziente supino, seduto e in ortostatismo. A paziente supino con l’arto superiore in anteposizione, elevato a 90° si richiede una spinta in avanti facendo compiere contemporaneamente una trazione forzata; poi il paziente esegue lo stesso esercizio da seduto, con le mani appoggiate al tavolo; sempre dalla posizione seduta si fanno eseguire movimenti di elevazione e anteposizione attiva, poi contrastata tramite resistenza esercitata dal terapista.
Infine in piedi con le braccia sollevate di 90° e mani appoggiate al muro, mantenendo i piedi aderenti al suolo, si fa compiere una flessione in modo da avvicinare il torace al muro (posizione di chiusura dello stretto) e ritorno lento cercando di curare l’antepulsione delle spalle. Il piccolo pettorale si rinforza con esercizi di anteposizione e abbassamento del moncone di spalla che possono essere liberi o contrastati.
È necessario che il paziente si attenga ad alcune norme igieniche per prevenire la recidiva della sindrome, ovvero:
– non portare pesi eccessivi,
– non dormire in posizione prona,
– eseguire quotidianamente gli esercizi appresi,
– evitare le posizioni a rischio.

Neurostimolazione Interattiva (NSI)

La Neurostimolazione Interattiva (NSI) è un particolare tipo di elettroanalgesia sviluppata in Russia negli anni ’80 e ripresa negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘90. Il razionale di questa tecnologia nasce dal tentativo di superare i limiti delle altre metodiche di elettroanalgesia, specie quello della variabilità dell’impedenza cutanea individuale, mediante un segnale in grado di “adattarsi” al corpo umano ed interagire con esso attraverso un sofisticato meccanismo di feedback. Il segnale tipico degli strumenti di NSI è caratterizzato da un’onda bifasica sinusoidale smorzata. Le frequenze di impulso e dell’onda sono variabili nel tempo in base ai valori di impedenza elettrica cutanea rilevati. I dispositivi di NSI presentano una duplice modalità di utilizzo che li differenzia nettamente dalle altre forme di elettroanalgesia: una fase diagnostica ed una fase terapeutica. Nella fase diagnostica lo strumento è in grado di rilevare, attraverso valori numerici, l’impedenza cutanea (o resistenza elettrica cutanea) e segnalare all’operatore le aree a bassa impedenza, espressione di processi patologici sottostanti. Nella fase terapeutica il dispositivo, opportunamente posizionato sopra le aree a bassa impedenza, invia una serie di impulsi elettrici di compensazione; mano a mano che l’organismo risponde alla stimolazione, gli impulsi si modificano (in voltaggio, frequenza e smorzamento del picco) e si regolano automaticamente. Questo ciclo di rilevazione e trattamento prosegue fino a che non viene ripristinata la normale impedenza cutanea. In questo modo, in maniera interattiva, lo strumento informa l’operatore sia sulle zone da trattare, sia quando il trattamento può ritenersi concluso. La NSI è molto diffusa in ambito sportivo. In letteratura, attualmente, sono disponibili lavori sul trattamento del dolore mio fasciale (Schabrun SM, 2012), della gonartrosi (Zeng C 2015), del dolore dopo artroprotesi di ginocchio (Nigam AK, 2011) ed osteosintesi per fratture (Gorodetskyi IG, 2007 e 2010).

EFFETTI BIOLOGICI – Gli effetti biologici della neurostimolazione interattiva sono possibili grazie al fatto che lo specifico segnale è in grado agire a molti livelli sul dolore. Innanzitutto la NSI eccita sia le fibre nervose afferenti di piccolo diametro Aδ (mieliniche) che C (amieliniche); inoltre, stimola anche il rilascio di oppioidi endogeni (endorfine, encefaline, dinorfine). I NSI paiono in grado favorire anche la produzione di neuropeptidi (NPs) che hanno un ruolo importante anche nella regolazione del dolore centrale. Tali effetti sono mediati dall’attivazione del sistema nervoso autonomo, attraverso i NPs. L’azione analgesica (Biggs N 2012, Nigam AK 2011) si manifesta non solo a livello centrale ma anche a livello locale e segmentale (cioè in sede del metamero spinale corrispondente). In sintesi i principali effetti biologici dei dispositivi di NSI sono:

  • Effetto analgesico attraverso i meccanismi del Gate Control, produzione di oppioidi endogeni e mediazione del dolore a livello del SNC
  • Effetto decontratturante sulla muscolatura.
  • Effetto antinfiammatorio ed antiedema, attraverso la regolazione del microcircolo e la stimolazione del circolo linfatico

MODALITA’ DI TRATTAMENTO – Gli elettrodi per la Neurostimolazione interattiva si applicano alla cute senza interposizione di gel. Possono essere di forme e dimensioni differenti per adattarsi al meglio alla superficie corporea da trattare; gli elettrodi sono inglobati in piastre flessibili applicate sulla cute o inseriti in manipoli che vengono mobilizzati manualmente sull’area da trattare o posizionati staticamente sui punti a bassa impedenza. Sono consigliate sedute a cadenza giornaliera, ciascuna della durata di 15-20 minuti. La seduta terapeutica si compone di due fasi.

INDICAZIONI TERAPEUTICHE DELLE CORRENTI ANALGESICHE – Tutte le correnti analgesiche sono indicate nel trattamento sintomatico del dolore neuropatico, soprattutto periferico. Le correnti analgesiche sono particolarmente efficaci nelle neuropatie primitive o secondarie; nella gestione del dolore che accompagna tutti i processi flogistici. Anche il dolore neoplastico è sensibile all’uso di correnti analgesiche, specie la TENS, sia pure con gli opportuni programmi. Per quanto riguarda la neurostimolazione interattiva, essa si presta particolarmente al trattamento dei traumi acuti con edemi e versamenti, del dolore post-chirurgico e delle radicolopatie.

Terapia del dolore

DOLORE MUSCOLO SCHELETRICO: Con le Terapie stumentali e le infiltrazioni eco guidate si può curare!

Le terapie strumentali (Laserterapia antalgica, Neurostimolazione Interattiva e Tecarterapia) e le infiltrazioni eco guidate sono metodiche che agiscono in maniera mirata sul dolore muscolo scheletrico, stimolando nel contempo i naturali processi di guarigione del nostro corpo. L’azione singola o combinata delle terapie permette nel giro di poche sedute di trattare quei fastidiosi dolori acuti e cronici che affliggono muscoli, articolazioni e tendini.

Dispositivo per Hilterapia

La Laserterapia antalgica sfrutta i benefici effetti della Luce Laser a fini antalgici, antiinfiammatori e biostimolanti:

  • Dispositivo Nd-Yag pulsato ad alta intensità (tecnologia HILT®)
  • Trattamento non è invasivo, in quanto il paziente sente unicamente un piacevole calore
  • Sono previste 4-8 sedute (2 volte alla settimana).

La Diatermia o Tecarterapia è una particolare forma di termoterapia endogena che utilizza frequenze comprese tra 0,45 e 1,2 MHz, cioè nella banda MF delle onde radio. Nella modalità capacitiva i target del trattamento sono i muscoli e di tessuti molli. Nella modalità resistiva gli obiettivi sono le ossa e le strutture che vi si inseriscono (tendini, legamenti, aponevrosi). Generalmente sono necessarie 6-8 sedute della durata di 15-20 minuti a cadenza giornaliera o a dì alterni. Le modalità capacitiva e resistiva, a parità di frequenza, possono essere erogate a diversi livelli energetici che corrispondono a precisi effetti:

  • Un basso livello energetico (50-100 W) presenta un effetto biostimolante, ma scarso effetto termico.
  • Un  alto livello energetico (200-300 W) presenta un effetto termico spiccato, con scarso effetto biostimolante.
  • Un medio livello energetico (100-200 W) ha caratteristiche intermedie.

Gli effetti biologici indotti dalla diatermia sono quelli tipici della termoterapia endogena: antalgico, elasticizzante e decontratturante, iperemico.

Terapia InterX

La Neuro Stimolazione interattiva (NSI) è una interessante tecnologia sviluppata in Russia negli anni ‘80. Essa utilizza un segnale sinusoidale bifasico variabile. Lo strumento rileva le aree a bassa impedenza cutanea ed invia un impulso di compensazione a livello centrale, fino al ripristino della normale impedenza cutanea. I dispositivi NSI stimolano selettivamente le fibre nervose Aδ e C a produrre Neuropeptidi ad effetto antalgico e regolatore. Le sedute durano ciascuna 15-20 minuti per un totale di 5-10, due volte alla settimana.

Infiltrazione ecoguidata

Le infiltrazioni ecoguidate consistono nell’iniezione di sostanze terapeutiche (cortisonici, acido ialuronico, fattori di crescita ed anestetici locali) all’interno di tessuti molli (ad esempio tendini, guaine tendinee, borse sierose, cisti o muscoli) o articolazioni (spalla, anca, caviglia, piccole articolazioni delle mani o dei piedi..) con l’ausilio di sonda ecografica. La “guida” ecografica consente il controllo in tempo reale del corretto posizionamento dell’ago nel tessuto bersaglio, in modo da ottenere una migliore risposta terapeutica e minimizzare al massimo la possibilità di insorgenza di effetti collaterali:

  • Trattamento mininvasivo locale che agisce in maniera precisa e mirata
  • Previste 3-6 sedute a cadenza di una alla settimana
  • Riduce il dolore ed i tempi di guarigione

Le due metodiche come detto possono essere utilizzate singolarmente od in associazione a discrezione del Dr. Valent. Le principali indicazioni sono:

  1. Tendinopatie
  2. Artrosi
  3. Calcificazioni e/o speroni
  4. Traumi (distorsioni, contusioni..)
  5. Cervicalgie e lombalgie

Fibromialgia

La fibromialgia o sindrome fibromialgica è una patologia di natura reumatologica caratterizzata da dolore cronico e diffuso alla muscolatura, alle inserzioni tendinee ed in punti elettivi detti tender points. A questi sintomi si associano generalmente disturbi del sonno, difficoltà della digestione (gastralgia e sindrome del colon irritabile), cefalea ed astenia (“..alla mattina mi sveglio più stanca che alla sera..”).

Dal punto di vista epidemiologico la fibromialgia è una patologia spesso misconosciuta che colpisce prevalentemente il sesso femminile tra 40-60 anni, con una prevalenza del 2-5% della popolazione. In Italia si stima che ne siano affette circa 2 milioni di persone.

La diagnosi è esclusivamente clinica essendo gli esami strumentali e di laboratorio generalmente negativi.  I criteri diagnostici secondo l’American College of Rheumatology (1990) sono:

  • Dolore cronico diffuso da almeno 3 mesi
  • Presenza di dolore alla digitopressione in almeno 11 delle 18 aree definite di Tender Points.

Le cause di fibromialgia non sono state ancora definite con sicurezza. Tuttavia si ritiene che siano da ricercarsi in un deficit genetico dei neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione del dolore (noradrenalina, serotonina e dopamina). Questo deficit porta ad una ipersensibilità al dolore che clinicamente si manifesta con allodinia (sensazione dolorosa a seguito di uno stimolo normalmente non doloroso) ed iperalgesia (sensazione dolorosa intensa dopo stimolo doloroso lieve).

Il trattamento della fibromialgia prevede la sapiente integrazione tra terapia farmacologica, riabilitativa e cognitivo-comportamentale. I principali farmaci utilizzati sono i miorilassanti (ciclobenzaprina, tiocolchicoside, eperisone cloridrato) associati ai farmaci antiinfiammatori non steroidei (FANS) e nei casi più complessi agli antidepressivi (soprattutto gli inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina). Utile e’ anche la supplementazione con Magnesio e Vitamina D che hanno effetti benefici sul metabolismo muscolare. I classici trattamenti riabilitativi ottengono risultati alterni. Per questo motivo i protocolli devono essere personalizzati caso per caso e prediligere cauti e dolci esercizi di mobilizzazione e di detensione mio-fasciale da eseguire eventualmente in acqua (se ben tollerata dal paziente). La massoterapia, soprattutto se praticata in maniera aggressiva, si dimostra invece spesso inefficace. Tra le terapie strumentali sono da preferire le termoterapie esogene (laserterapia ed infrarossi) rispetto a quelle endogene ed alla elettroterapia. Le tecniche di rilassamento classiche (training autogeno, yoga..), la terapia cognitivo-comportamentale e l’agopuntura si rivelano di buon supporto nei casi più difficili.

Diatermia capacitiva e resistiva

La Diatermia capacitiva e resisitiva o Tecarterapia è una particolare forma di termoterapia endogena che utilizza frequenze comprese tra 0,45 e 1,2 MHz, cioè nella banda MF delle onde radio. Questo particolare tipo di terapia strumentale sfrutta il sistema fisico del condensatore, composto da due armature affacciate contrapposte (conduttori) e da un dielettrico interposto (resistenza). Il sistema consta di un  generatore di onde corte e di elettrodi opportunamente studiati per ottenere particolari effetti biologici. Se si sottopone un tessuto ad un campo elettromagnetico ad alta frequenza mediante due elettrodi contrapposti, si genera all’interno del tessuto una migrazione di cariche ioniche verso i poli opposti. Si crea allora, per effetto joule, un innalzamento di temperatura localizzato in prossimità del dielettrico e omogeneamente distribuito, mediante un’energia termica non erogata dall’esterno, ma generata in seno al tessuto stesso dalle correnti ioniche. In base al tipo di elettrodo, nella diatermia sono possibili due distinti sistemi di erogazione dell’energia che agiscono in maniera indipendente e complementare:

  • il sistema capacitivo
  • il sistema resistivo.

Nella modalità capacitiva vi è un elettrodo attivo metallico con rivestimento isolante in ceramica e un elettrodo di ritorno metallico senza rivestimento (piastra). L’elettrodo di ritorno, assieme al tessuto biologico sottostante, costituisce l’armatura di 2° specie, mentre la ceramica è il dielettrico. Con il passaggio della radiofrequenza, le cariche elettriche si concentrano in prossimità del dielettrico, con il conseguente riscaldamento delle strutture sottostanti, in particolare muscoli e tessuti molli. Per l’ottimale dispersione del calore è necessario muovere manualmente l’elettrodo erogatore, con massaggio circolare o lineare. In questo modo si evitano pericolosi surriscaldamenti cutanei nella zona da trattare. L’elettrodo di ritorno, invece, viene mantenuto fisso. Nella modalità resistiva, si utilizzano elettrodi metallici in contrapposizione, quindi entrambe le armature sono di 2ª specie (metallo più cute e muscoli). Il dielettrico è rappresentato dal tessuto a più alta resistenza presente tra i due elettrodi metallici (osso, tendini, aponevrosi e legamenti). Dunque, le strutture che più si riscaldano, al passaggio della radiofrequenza, sono i tessuti ossei e periarticolari. L’elettrodo attivo è generalmente mantenuto fisso, oppure mobilizzato con un lento massaggio circolare, mentre la piastra metallica di ritorno è fissa. Infatti, nella modalità resistiva, il calore arriva più in profondità con un innalzamento termico cutaneo limitato, per cui non è necessario mobilizzare l’elettrodo.

Le modalità capacitiva e resistiva, a parità di frequenza, possono essere erogate a diversi livelli energetici che corrispondono a precisi effetti:

  • Un basso livello energetico (50-100 W) presenta un effetto biostimolante, ma scarso effetto termico.
  • Un  alto livello energetico (200-300 W) presenta un effetto termico spiccato, con scarso effetto biostimolante.
  • Un medio livello energetico (100-200 W) ha caratteristiche intermedie.

Gli effetti biologici indotti dalla diatermia sono quelli tipici della termoterapia endogena: antalgico, elasticizzante e decontratturante, iperemico.

Le principali indicazioni sono legate alle patologie muscolo-scheletriche in ambito sportivo ma non solo:

  • contratture e lesioni muscolari
  • tendinopatie
  • patologie traumatiche delle articolazioni (distorsioni, artrosinoviti reattive)
  • lombalgie acute e croniche
  • osteoartrosi
  • patologie venose e linfatiche.

Le principali controindicazioni sono le stesse di tutte le radiofrequenze: presenza di pace maker o di protesi acustiche; alterazioni della coagulazione. La presenza di oggetti metallici costituisce una controindicazione relativa.

Bibliografia

  • Zati A, Valent A: Terapia Fisica. Nuove Tecnologie in Medicina Riabilitativa. Minerva Medica, 2006.

Infortuni muscolari nello sportivo

Gli infortuni muscolari nello sportivo sono eventi molto frequenti sia a livello amatoriale che agonistico, con una percentuale variabile dal 10% al 40% a seconda dello sport praticato. Anche la localizzazione dell’infortunio è fortemente condizionata dal tipo di sport. Dal punto di vista classificativo esiste nella pratica clinica una certa confusione, sia di metodo che di terminologia (stiramento, elongazione, lesione, strappo, distrazione..) che spesso genera “incomprensioni” tra gli Specialisti che si occupano di questi infortuni. Gli infortuni muscolari, secondo le più recenti classificazioni (Maffulli 2014, Muller-Worhfahrt 2013), vengono suddivisi in due categorie a seconda del meccanismo di insorgenza: traumi diretti e traumi indiretti.

Gli infortuni da trauma diretto sono determinati da una contusione oppure da una lacerazione ed interessano più spesso il ventre muscolare.

Gli infortuni da trauma indiretto avvengono senza contatto con l’avversario o attrezzi contundenti e si localizzano più spesso a livello della giunzione mio-tendinea. Vengono suddivisi, a loro volta, in due sottogruppi:

1.       Infortuni non strutturali (o funzionali)

2.      Infortuni strutturali (o anatomici)

Infortuni con alterazioni non strutturali (o funzionali). Sono gli infortuni più frequenti, caratterizzati da edema muscolare localizzato o diffuso senza lesione anatomica delle fibre. Le cause principali sono i sovraccarichi funzionali, legati a carichi eccessivi o scorrette sedute di allenamento. Si suddividono in 4 sottogruppi:

  • il gruppo 1A è causato da fatica muscolare; l’1B da un eccessivo numero di esercitazioni eccentriche (denominato anche DOMS);
  • I gruppi 2A e 2b sono causati invece da disordini neuromuscolari, a partenza rispettivamente dal rachide (2A), come i disturbi intervertebrali minori (DIM, secondo Maigne), oppure causati da uno sbilanciamento nel controllo neuromuscolare a livello del muscolo (2B).

Infortuni con alterazioni strutturali (3A, 3B, 4): Questi infortuni sono certamente i più temibili e presentano una prognosi generalmente più lunga; sono caratterizzati da una lesione anatomica delle fibre muscolari di entità variabile, sempre accompagnata da versamento ematico. Quasi sempre il meccanismo lesivo consiste o in una brusca contrazione degli antagonisti, oppure in una rapida e potente contrazione a partire da una fase di rilassamento del muscolo. I danni anatomici, a seguito di traumatismo, possono interessare oltre che le fibre muscolari anche le strutture vascolari, tendinee e connettivali di sostegno, generando possibili complicanze.

In letteratura sono ben codificati i fattori predisponenti gli infortuni muscolari. Infatti risultano predisposti a patologia i muscoli bi-articolari, quelli a prevalenza di fibre veloci (tipo II), i muscoli che lavorano eccentricamente, i muscoli con deficit di flessibilità e quelli con esiti di precedenti lesioni. Inoltre predispongono a lesione le temperature estreme, lo scarso riscaldamento e un eccessiva tensione emotiva. Secondo la nostra esperienza, oltre ai fattori citati, risulta molto importante il grado di collaborazione tra lo staff medico e quello tecnico, soprattutto nel rispetto dei tempi di recupero per ridurre al massimo l’incidenza di recidive. Inoltre, le caratteristiche dello sport moderno con aumento della velocità e dell’intensità di gioco, ricorso sempre più diffuso a soluzioni tecnico–tattiche esasperate e avvii di stagione affrettati, hanno determinato il notevole incremento degli infortuni muscolari negli ultimi anni, tanto che, ad esempio nel calcio, rappresentino la 1a causa d’infortunio. Il trattamento degli infortuni muscolari prevede un adeguata diagnosi, seguita da un corretto approccio terapeutico e dal rispetto dei tempi di recupero. Infatti le complicanze delle lesioni muscolari (incidenza 10-15%) sono spesso conseguenti ad un errata diagnosi o ad uno scorretto trattamento. Quelle più frequenti sono fibrosi post-traumatiche, falde liquide, cisti siero-ematiche, miositi ossificanti, calcificazioni, recidive di lesione e più raramente le tromboflebiti.

TRAUMI DIRETTI

Contusione

La contusione frequente negli sport di contatto (calcio, rugby, football americano, basket, hockey…) è provocata da un trauma diretto come un contrasto od una collisione. Nella maggior parte dei casi provoca unicamente edema ed infiammazione dei piani sottocutanei. Nei traumi più intensi può provocare rottura delle fibre muscolari soprattutto nei livelli sovrastanti i piani ossei con formazione di versamento o ematoma. Se la fascia muscolare rimane integra l’ematoma si sviluppa all’interno del muscolo (intramuscolare) con tumefazione immediata e possibile insorgenza di sindrome compartimentale. Se la fascia viene lesa l’ematoma si localizza tra i muscoli (intermuscolare) e la tumefazione compare dopo 24-48 ore. Vi sono poi delle forme miste. La contusione determina dolore e tumefazione con ecchimosi localizzata che in genere non impedisce di proseguire l’attività ma a causa dell’ematoma e della contrattura post-traumatica esita in una limitazione funzionale di varia entità, in base alla quale la contusione è classificata in lieve se residua oltre il 50% dell’articolarità, moderata se l’escursione è ridotta a meno del 50%, severa se è ridotta a meno di 1/3. La sede di contusione è correlata al tipo di sport praticato. Negli sport di contatto sono più frequentemente coinvolti coscia e polpaccio, in particolare il vasto laterale e mediale ed i gemelli. Il ritorno allo sport avviene in un tempo variabile tra 2-20 giorni.

TRAUMI INDIRETTI

Crampo: Il crampo nello sportivo è una contrazione muscolare involontaria e transitoria, espressione di uno stato di “affaticamento” del muscolo stesso. L’origine del crampo è spesso multifattoriale ed è provocato da un deficit idro-salino ed energetico. L’insorgenza è facilitata dalla scadente condizione atletica dell’atleta, dalla insufficiente idratazione, dal clima caldo umido e dalla tensione emotiva.  L’atleta avverte, generalmente nelle fasi terminali della prestazione atletica, una repentina e dolorosa contrazione muscolare, che perdura per alcuni secondi e che tende a risolversi spontaneamente. Facilitano la risoluzione del crampo manovre di allungamento mio-fasciale e l’idratazione con bevande idrosaline.

Infortunio tipo 1 A (la “vecchia” Contrattura): rappresenta un alterazione diffusa del tono muscolare, imputabile ad uno stato di affaticamento del muscolo per l’accumulo di cataboliti tossici, come lattato ed ammonio, senza lesioni anatomo-patologiche macro o microscopiche. Ha una maggiore incidenza in atleti sottoposti a sovrallenamenti o viceversa poco allenati. Si manifesta con dolore mal localizzabile che compare generalmente a distanza dalla prestazione sportiva (1-24 ore circa). Clinicamente vi è un ipertono muscolare con eventuale presenza di “cordone muscolare” palpabile e dolente. Solitamente il test in allungamento passivo del muscolo è maggiormente positivo rispetto alla contrazione contro resistenza. La ripresa agonistica avviene generalmente nell’arco di 3-5 giorni.

Infortunio 1 B (DOMS): DOMS è l’acronimo di delayed-onset muscle soreness e rappresenta l’effetto di lesioni a livello microscopico, in particolare delle miofibrille muscolari. Ha una maggiore incidenza in atleti poco o male allenati e durante allenamenti particolarmente intensi a componente prevalentemente eccentrica. Si manifesta con dolenzia muscolare diffusa ad un muscolo o più gruppi muscolari, accompagnata da ipostenia, che insorge entro 24 ore dalla prestazione e persiste per almeno 48-72 ore, risolvendosi poi spontaneamente. In genere si accompagna un aumento di CPK e LDH sieriche. I test di pressione manuale, allungamento passivo e contrazione contro resistenza sono debolmente positivi. La ripresa agonistica avviene in 5-7 gg.

Infortunio tipo 2 B (il “vecchio” Stiramento): L’infortunio tipo 2B dal punto di vista anatomo-patologico rappresenta un alterazione funzionale del muscolo a livello microscopico senza interruzione di fibre. Si presenta con dolore spesso ben localizzato che compare durante l’attività sportiva e che costringe l’atleta ad interrompere la prestazione sportiva, pur non dando generalmente un impotenza funzionale immediata. All’esame obiettivo il muscolo si presenta ipertonico e con una zona localizzata dolente e dolorabile alla palpazione. Solitamente il test di contrazione contro resistenza è maggiormente positivo rispetto a quello in allungamento passivo del muscolo. In genere l’atleta riprende l’attività dopo 5-7 giorni.

Figura 1 – infortunio muscolare strutturale di tipo 3B

Infortunio Strutturale (Il “vecchio” strappo): Questo tipo di lesione, espressione di trauma indiretto, è l’evento più temibile. Esso consiste nella rottura di un numero variabile di fibre muscolari, sempre accompagnato da stravaso ematico di entità dipendente dalla gravità e dalla localizzazione della lesione. La rottura può essere parziale o completa, con il conseguente distanziamento dei monconi. Si manifesta con dolore acuto e vivo, corrispondente ad un preciso gesto tecnico, che impedisce all’atleta di proseguire la prestazione sportiva. Generalmente tutti i test clinici sono positivi. Si classifica in tre gradi, a seconda della quantità di tessuto muscolare lacerato:

  • 3A: rottura di poche fibre muscolari all’interno di un fascio ma non dell’intero fascio.
  • 3B: rottura di uno o più fasci muscolari che coinvolge meno del 50% della sezione del muscolo.
  • 4: rottura che coinvolge più dei 50% della sezione del muscolo in quel punto fino alla rottura totale.

L’infortunio più frequente è il 3A (~58% degli strappi) seguito dal 3B (~39%) e dal 4 (~3%). Il recupero allo sport avviene in un tempo variabile tra 15 giorni a 3-4 mesi, a seconda del muscolo interessato e della gravità della lesione.

DIAGNOSI: La diagnosi si fonda su criteri anamnestici e sintomatologici supportati dall’esame obiettivo e dall’ecografia, eseguita almeno 24-48 ore dopo il trauma per consentire una migliore valutazione della presenza o meno di stravasi ematici. L’ecografia è indagine di primo livello per lo studio dell’apparato muscolo-tendineo sia come diagnosi iniziale,  ma anche come valutazione del follow-up terapeutico. L’esame ecografico, eseguito con sonde lineari ad alta frequenza (7.5-10 MHz), è metodica non invasiva che si esegue in tempo reale, sia in condizione di base che in contrazione e con la possibilità di valutare il distretto contro-laterale. Può, inoltre, guidare procedure di agoaspirazione, di drenaggio e di iniezione di medicamenti. L’ecografia è però esame fortemente operatore dipendente ed è buona norma che venga preceduta da inquadramento anamnestico e clinico, con riferimento allo sport praticato, localizzazione e modalità di comparsa del dolore. La Risonanza Magnetica (RMN) è indagine di secondo livello perché ad alto costo, di limitata disponibilità, che necessita di un tempo elevato per l’acquisizione delle immagini e senza la possibilità di effettuare uno studio dinamico. Risulta utile nello studio di muscoli particolarmente piccoli e profondi e come completamento diagnostico in caso di dubbio all’esame ecografico. La Risonanza Magnetica inoltre è in grado di individuare accuratamente l’edema muscolare nel caso di infortuni muscolari senza lesione di fibre.

Complicanze

Fibrosi: Sono più frequenti nei traumatismi indiretti. l’esame ecografico può evidenziare un area irregolarmente iperecogena nella sede di lesione. La fibrosi cicatriziale è in grado di influire negativamente sulla proprietà contrattile del muscolo e sulla sua elasticità, determinando alterazioni funzionali.

Cisti siero-ematica: si evidenzia come una formazione anecogena, con rinforzo acustico posteriore, delimitata da un orletto iperecogeno al cui interno si rilevano, a volte, aree iperecogene.

Miosite Ossificante e calcificazioni: La miosite ossificante è una massa circoscritta di tessuto di granulazione che, con il  tempo, può ossificare per un processo di metaplasia ossea del muscolo. Si evidenzia con maggior frequenza a seguito di traumi contusivi ed in prossimità della corticale ossea. La calcificazione è un una deposizione di sali di calcio in un tessuto molle. È un fenomeno frequente nelle aree muscolari traumatizzate, che generalmente è reversibile con il riassorbimento dei sali depositati. In alcuni casi, in particolare in presenza di fibrosi ed in soggetti predisposti, la deposizione di sali di calcio può portare a vere e proprie calcificazioni, che non vengono riassorbite se non stimolate. L’esame ecografico non è in grado di distinguere le calcificazioni dalle ossificazioni muscolari. Entrambe sono caratterizzate  da immagini  iperecogene irregolari, con cono d’ombra posteriore. In questi casi risulta utile un esame radiografico, a complemento diagnostico.

Ernia muscolare: La rottura di un aponevrosi muscolare può generare una parziale erniazione delle fibre muscolari sottostanti, che si evidenzia bene all’esame ecografico con la contrazione attiva.

Tromboflebite: Si evidenzia con chiarezza all’esame eco-color-doppler dove si apprezzano formazioni ipoecogene rettilinee o serpiginose, non collassabili alla compressione e dolenti.

Trattamento riabilitativo: Tra gli infortuni muscolari l’evento più temibile è, senza dubbio, lo strappo muscolare. Il trattamento di uno strappo muscolare si differenzia a seconda dell’entità della lesione e della fase clinica, suddivisa in acuta (della durata di 3-7 giorni), subacuta e della guarigione. Nelle prime ore della fase acuta (24-72 ore) si consiglia il cosiddetto protocollo RICE. Questo protocollo prevede l’applicazione di bendaggio compressivo, lo scarico dell’arto interessato, la crioterapia ed il riposo. Successivamente si introducono gradualmente la massoterapia decontratturante, lo stretching, gli esercizi di mobilizzazione passiva ed attiva e le terapie strumentali. Quest’ultime sono consigliate per così dire a “freddo”, in quanto il calore, se introdotto troppo precocemente, può generare fastidiose complicanze come fibrosi e calcificazioni. In questa fase si consigliano quindi la crio-ultrasuonoterapia, l’elettroterapia antalgica e la laserterapia a bassa potenza.

Nella fase subacuta (dopo 4-8 giorni dal trauma) si possono introdurre le terapie con il calore per determinare iperemia e biostimolazione profonda. Le più utili sono la termoterapia endogena (diatermia capacitiva ed ipertermia) e la laserterapia ad alta intensità. Si associano esercizi di rinforzo muscolare progressivamente più impegnativi, esercizi attivi e graduali per il recupero dell’articolarità, stretching attivo globale e segmentale, esercizi propriocettivi statici e dinamici. Il rinforzo muscolare prevede la classica progressione partendo da esercizi isometrici, isotonici ed infine eccentrici e pliometrici. Il rinforzo eccentrico è molto importante perché favorisce l’allungamento dell’unità muscolo-tendinea, aumenta la produzione di fibre collagene e la loro disposizione lungo la direzione del carico. In fase subacuta risulta molto efficace l’idrochinesiterapia in vasca terapeutica, da alternare alla rieducazione in palestra. La spinta idrostatica consente di effettuare esercizi con minor carico e di accelerare il recupero del carico stesso e delle capacità aerobiche. Inoltre le caratteristiche termiche dell’acqua delle vasche terapeutiche favoriscono la risoluzione del dolore, delle contratture, il recupero dell’articolarità e del tono-trofismo muscolare segmentale e globale. Inoltre, aspetto da non trascurare, l’acqua fornisce un notevole supporto psicologico e motivazionale all’atleta.

Figura 2 – fase di rieducazione sul campo

La fase della guarigione è volta al ricondizionamento cardio-polmonare attraverso il lavoro aerobico con corsa sul campo a velocità crescente ed anaerobico lattacido (allunghi e ripetute) ed alattacido (scatti e balzi) ed al recupero del gesto atletico con esercizi sport-specifici, al fine di un ritorno rapido e sicuro alla prestazione sportiva. In questa fase vengono proseguite le terapie strumentali con il calore (diatermia ed ipertermia) allo scopo di prevenire DOMS e contratture e migliorare l’elasticità della cicatrice neoformata. Molto importante, nei mesi successivi al rientro all’attività, è la prevenzione delle ricadute da effettuarsi attraverso il proseguimento degli esercizi di propriocezione, di potenziamento eccentrico e pliometrico, le posture di stretching e l’allenamento aerobico.

BIBLIOGRAFIA SELEZIONATA

  1. Hawkins RD, Fuller CW. A prospective epidemiological study of injuries in four English professional football clubs. Br J Sports Med 1999,33;196-203
  2. Volpi P, Melegati G, Tornese D, Bandi M. Muscle strains in soccer: a five-year survey of an Italian major league team. Knee Surg Sports Traumatol Arthrosc 2004,12:482–485
  3. Waldén M, Hägglund M, Ekstrand J. UEFA Champions League study: a prospective study of injuries in professional football during the 2001–2002 season. Br J Sports Med 2005,39;542-546
  4. Ferretti M,  Zelle BA, FuFH. Future Treatments for Football Injuries. Ed. Springer, 2006
  5. Hägglund M. Epidemiology and prevention of football injuries. Linköping University, 2007
  6. Dvorak J, Junge A, Grimm K, Kirkendall D. Medical report from the 2006 FIFA World Cup Germany. Br J Sports Med, 2007
  7. Reid DC. Sports injury assessment and rehabilitation. Churchill Livingstone, N.Y., 1992.Craig TT. American Medical Association Commentsin Sports Medicine. American Medical Association, Chicago, 1973.
  8. Muller–Wohlfahrt HW, Montag HJ, Kubler U. Diagnostik und Therapie von Muskelzerrung und  Muskelfasserissen. Deutsche Zeitschrift fur Sportmedizin, 1992.
  9. Nanni G, Vincentelli F. Le lesioni Muscolari. In Roi G.S., Della Villa S. (eds): Health, prevention and rehabilitation in soccer. Calzetti Mariucci editore (Torgiano PG), 2007, pp.10
  10. Roi GS. Gli infortuni muscolari dello sportivo. Medicina Riabilitativa,22:185-95, 2008
  11. Orchard JW. Intrinsic and estrinsic risk factors for muscle strains in Australian football. Am J Sports Med, 2001,29:300-3
  12. Jonhagen S, Nèmeth G, Eriksonn E. Hamstring injuries in sprinters. The role of concentric and eccentric hamstring muscle strength. Am J Sports Med 1994,22:262-6
  13. Valent A. Epidemiologia nel calcio. Atti Convegno: Calcio e Volley: diagnosi, trattamento e prevenzione delle principali patologie. Modena, marzo 2009
  14. Järvinen TA, Järvinen TL, Käärianen M, Kalimo H, Järvinen M. Muscle injuries. Biology and treatment. Am J Sports Med 2005;33:745-64
  15. Page P. Pathophysiology of Acute Exercise-Induced Muscular Injury: Clinical Implications. Journal of Athletic Training 1995; 30:29-34
  16. Fanelli GP, Valentini C, Paonessa A, Galluzzo M, Atzori M, Giovagnorio F: Ruolo dell’ecografia nella diagnosi e nel follow-up delle lesioni muscolari post-traumatiche in giovani sportivi. G.I.O.T. 2004;30:159-166
  17. Jacobson JA. Ultrasound in sports medicine. Radiol Clin North Am 2002;40:363-86.
  18. Boutin RD, Fritz RC, Steinbach LS. Imaging of sports-related muscle injuries. Radiol Clin North Am 2002;40:333-62.
  19. Barberie JE, Wong AD, Cooperberg PL, Carson BW. Extended field-of-view sonography in musculoskeletal disorders. AJR 1998;171:751-7.
  20. Megliola A, Eutropi F, Scorzelli A, Gambacorta D, De Marchi A, De Filippo M, Faletti C, Ferrari FS. Ultrasound and Magnetic Resonance Imaging in sport-related muscle injuries. Radiol. Med. 2006,111(6):836-45