Infiltrazione ecoguidata di anca

L’anca è una localizzazione frequente di osteoartrosi. La coxartrosi determina dolore e limitazione funzionale ingravescenti e nelle forme più avanzate può essere piuttosto invalidante, tanto da necessitare l’intervento di artroprotesi.

La viscosupplementazione dell’anca con acido ialuronico a medio-alto peso molecolare, analogamente a quello che succede per il ginocchio, si è dimostrata efficace nel ridurre il dolore, incrementare la funzionalità e ritardare più possibile la soluzione chirurgica. La viscosupplementazione inoltre trova indicazione anche nelle forme iniziali di conflitto femoro-acetabolare.

Tecnica di approccio per infiltrazione d’anca.

La tecnica infiltrativa ecoguidata di anca è una metodica, di relativamente recente acquisizione, che permette di inoculare con precisione il farmaco dove serve, attraverso la guida ecografica in tempo reale. Oltre all’acido ialuronico possono essere inoculati in articolazione anche fattori di crescita (PRP), cortisonici ed anestetici locali e può essere praticata artrocentesi (aspirazione del liquido sinoviale in eccesso). Nelle fasi di artrosinovite acuta consigliamo l’utilizzo di un farmaco cortisonico; in fase subacuta o nelle forme croniche utilizziamo preferibilmente l’acido ialuronico a medio-alto peso molecolare e/o i fattori di crescita di derivazione piastrinica. È possibile inoltre miscelare, a discrezione del medico, il cortisonico con l’acido ialuronico.

Infiltrazione ecoguidata di anca con approccio antero-inferiore.

La tecnica infiltrativa eco guidata prevede il posizionamento del paziente in decubito supino con anca lievemente intraruotata e la disinfezione accurata della cute con Betadine soluzione. Quindi si posiziona la sonda ecografica a bassa frequenza tipo Convex (munito di proteggi sonda sterile) lateralmente ai vasi femorali e lungo l’asse acetabolo-collo femorale, per visionare correttamente lo spazio articolare. Infine si esegue l’iniezione intra-articolare utilizzando un ago da spinale 20 o 22 G con un approccio antero-superiore, antero-inferiore (quello da noi preferito) o laterale. Con la guida ecografica siamo in grado di visionare perfettamente il procedere dell’ago attraverso i tessuti sottocutanei, la penetrazione della capsula articolare ed il contatto con la base del collo femorale o la testa femorale. A questo punto si retrae di circa 1 mm l’ago e si procede all’inoculazione del farmaco sempre sotto eco guida. Il procedimento ha una durata totale di 10-15 minuti e viene eseguito in campo sterile da uno o due operatori. Il ciclo infiltrativo prevede 3-5 sedute a cadenza di una ogni 15-30 giorni.

Per informazioni sul trattamento contattare il Dr. Alessandro Valent

Conflitto femoro-acetabolare (FAI)

La sindrome da conflitto femoro acetabolare (o FAI, femoro-acetabular impingement) è una patologia dell’anca di recente acquisizione che consiste in una non perfetta conformazione di acetabolo e/o testa femorale, che determina un conflitto tra le due componenti durante la normale escursione articolare. Questo conflitto porta ad un progressiva lesione del labbro acetabolare, con un alterazione della produzione del liquido sinoviale e ad un danno cartilagineo che, nel tempo, favoriscono l’insorgenza di artrosi. La FAI può essere conseguenza di patologie congenite o acquisite dell’anca e colpisce soprattutto giovani sportivi di sesso maschile, in quanto le attività ripetitive ad elevata intensità tipiche dello sport possono rendere manifesta questa patologia. Gli sport dove si evidenzia maggiormente il FAI sono calcio, hockey, basket, rugby. Circa il 68% dei calciatori professionisti, ad esempio, presentano alterazioni anatomiche delle anche, mentre negli atleti con pubalgia è alta la prevalenza di reperti radiografici di FAI.

Conflitto misto Cam-Pincer

Si distinguono 2 tipi di conflitto femoro-acetabolare che possono manifestarsi isolatamente o in associazione. Il tipo Pincer è caratterizzato da una prominenza del profilo acetabolare con un eccessiva copertura della testa femorale, mentre il tipo Cam da un’anomalia morfologica della regione antero-superiore della giunzione testa-collo femorale, con perdita della sua concavità. Queste alterazioni anatomiche determinano un precoce contatto durante i movimenti tra testa femorale e acetabolo con lesione del labbro e progressivo slaminamento della cartilagine.

Sintomatologia: La FAI si manifesta con dolore e limitazione funzionale progressiva in flessione e rotazione interna. Il dolore si localizza generalmente all’inguine dopo uno sforzo fisico (attività sportiva, stazione eretta prolungata), ma talvolta può anche essere riferito al gluteo (caratteristico il segno della “C” con il paziente che posiziona l’indice sull’anca ed il pollice sul gluteo). Inizialmente il dolore è lieve e non costante, in seguito si fa sempre più intenso e frequente, limitando le attività sportive e le comuni attività quotidiane. Con il progredire della patologia anche la deambulazione diventa difficoltosa, con comparsa di zoppia di fuga. Alla Gait Analisys i pazienti con FAI presentano durante la deambulazione una limitazione dell’abduzione e della flesso-estensione e una diminuita motilità pelvica sul piano frontale.

Diagnosi: L’esame clinico più rappresentativo è il test in flessione (100°), adduzione ed intrarotazione (FADIR) forzate dell’anca che provocano dolore. Anche flessione, abduzione ed extrarotazione (FABER) possono essere positivi. Completano la diagnosi la Radiografia tradizionale del bacino in AP ed oblique (frog views) e la Risonanza Magnetica con contrasto (in grado di evidenziare le lesioni del labbro e della cartilagine). I segni radiologici più indicativi sono il cross-over (per la retroversione dell’acetabolo) e l’aumento dell’angolo alfa (per il cam impingement). La diagnosi differenziale è principalmente con coxartrosi, tendinopatia dell’ileopsoas e degli adduttori, lesioni labrali ed osteite pubica.

Trattamento: Il trattamento di questa patologia è nelle forme iniziali riabilitativo, attraverso il recupero del range of motion, dell’elasticità capsulare e muscolare ed il bilanciamento delle coppie di forza muscolari lombo-pelviche e del cingolo. Altrettanto importante è la modifica delle tecniche di allenamento evitando gli squat ed in generale le esercitazioni con una flessione dell’anca > a 45°. Ausilio nel trattamento sono le terapie strumentali antiinfiammatorie e rigenerative (laser ad alta potenza, onde d’urto, ipertermia), le terapie manuali ed il kinesiotaping. Molto efficaci nel recupero funzionale e nella riduzione della sintomatologia si rilevano le infiltrazioni ecoguidate con acido ialuronico e PRP (per informazioni contattare il Dr. Valent). Nelle forme severe o che non hanno tratto beneficio dal trattamento conservativo, si rivela efficace la chirurgia d’anca con tecnica artroscopica o mini-open, con la quale è possibile riparare o asportare il labbro lesionato, trattare piccole lesioni condrali, effettuare la plastica dell’acetabolo o della testa femorale ed eseguire sinoviectomia. Il recupero funzionale dopo artroscopia di anca prevede circa 45 giorni per le normali attività quotidiane (ADL) e 3-6 mesi per le attività sportive.

Protocollo riabilitativo dopo artroprotesi di anca

Il protocollo riabilitativo dopo artroprotesi di anca (ATA) ha come obiettivi principali il controllo del dolore post-operatorio ed il recupero funzionale, con il ritorno più precoce possibile alla vita quotidiana del paziente. Inoltre la rieducazione funzionale può prolungare la durata della protesi, attraverso il rinforzo muscolare che stabilizza la neoarticolazione, la rieducazione al cammino che riduce le sollecitazioni sull’anca e l’insegnamento di norme igieniche che è utile per limitare sovraccarichi e vizi posturali stressanti sulla protesi. Il trattamento riabilitativo è suddiviso in tre fasi (precoce, intermedia ed avanzata) che prevedono sedute biquotidiane secondo una progressione posturale.

Fase post operatoria precoce. In questa fase il riabilitatore si propone i seguenti obiettivi:

  • Prevenzione delle complicanze trombo-emboliche
  • Riduzione del dolore e degli edemi declivi
  • Recupero del range articolare
  • Insegnamento delle corrette posture
  • Presa di coscienza della contrazione muscolare
  • Propedeutica al carico
Mobilizzazione passiva dell’anca

In questa fase è necessario, prima di tutto, mantenere un corretto assetto posturale di rachide e bacino e dell’anca operata, posizionando un cuscino di abduzione (o valva antirotatoria) da supino. Il paziente deve imparare a cambiare postura evitando i movimenti lussanti e i sovraccarichi per l’anca, per cui nell’assumere il decubito laterale si pone un cuscino tra le ginocchia per mantenere l’anca in abduzione. Ugualmente, per quanto riguarda la posizione seduta, il paziente viene istruito ad assumerla sostenendo l’arto operato con quello sano. Nei primi giorni dopo l’intervento inizia la mobilizzazione attiva-assistita dell’arto operato con la ricerca precoce dell’estensione e la mobilizzazione con il rinforzo attivo dell’arto controlaterale. Si eseguono anche esercizi di basculamento pelvico e combinazioni di sequenze di movimento come flesso-estensione, abduzione, intrarotazione. Si inizia dalla posizione supina per passare, il giorno successivo, al decubito laterale quindi alla posizione prona e seduta, infine all’ortostatismo. È importante che il riabilitatore tenga anche conto della via d’accesso. In quella posteriore deve, ad esempio, evitare di forzare l’intrarotazione; in quella anteriore l’estensione e l’extrarotazione; infine nella via d’accesso laterale deve porre attenzione a non mettere in tensione eccessiva il medio gluteo in adduzione. La tonificazione muscolare dell’arto operato è inizialmente isometrica. Si associano inoltre esercizi di flesso-estensione e circonduzione della caviglia, contrazioni eccentriche delle catene posteriori e massoterapia drenante a scopo antitromboembolico (il paziente è dotato di calza elastica).

Il controllo del dolore post-operatorio si ottiene attraverso l’integrazione di terapie manuali mio-tensive (massaggio decontratturante o neuro connettivale), scarico dell’articolazione, terapie strumentali (laserterapia, diatermia e magnetoterapia) e terapia farmacologica (con farmaci che non interagiscano con la terapia antitrombotica). Alcuni Trials clinici hanno evidenziato che i Bisfosfonati intramuscolari e per bocca, se assunti precocemente, sono in grado facilitare l’osteointegrazione protesica e diminuire il dolore post-operatorio.

Fase post operatoria intermedia. Gli obiettivi di questa fase sono:

  • Recupero del tono muscolare
  • Mantenimento delle corrette posture apprese
  • Rieducazione della coordinazione e dell’equilibrio
  • Training al carico ed alla deambulazione
  • Training all’esecuzione delle scale

In questa fase proseguono gli esercizi di mobilizzazione e si incrementa il rinforzo dei principali muscoli dell’arto inferiore attraverso esercizi isotonici ed eccentrici:

  • Grande gluteo per l’equilibrio antero-posteriore del bacino
  • Medio gluteo importante per mantenere l’equilibrio del bacino in appoggio monopodalico
  • Quadricipite e ischio-crurali.
Tempi di carico in base al tipo di protesi

Inoltre si esegue la contrazione contro-resistenza di più gruppi muscolari per preparare l’arto al carico (anca–ginocchio-caviglia). La verticalizzazione del paziente è ricercata precocemente. Il carico sull’arto operato viene concesso in tempi diversi a seconda che la protesi sia cementata o non cementata (vedi tabella). La deambulazione è preceduta da esercizi propedeutici al carico in cui il paziente impara a mantenere il carico corretto sull’arto sano e su quello operato con un buon equilibrio del bacino; inoltre si procede al recupero analitico delle fasi e della lunghezza del passo. Inizialmente la deambulazione si effettua tra le parallele e con l’ausilio di deambulatore alto con ascellari nel paziente con minore autonomia ed equilibrio. Nei pazienti con maggiore autonomia si utilizzano due antibrachiali su tragitti sempre più lunghi. Quando il paziente ha acquisito un buon equilibrio con gli antibrachiali, si esercita a salire le scale portando in avanti l’arto sano e a scendere le scale portando avanti l’arto operato. Lo svezzamento dall’antibrachiale omolaterale si effettua quando il paziente è in grado di mantenere l’appoggio monopodalico sul lato operato senza basculare il bacino. Il secondo bastone va abbandonato più avanti, quando la deambulazione è corretta. Se è presente una maggiore lunghezza dell’arto operato è consigliabile compensare parte della differenza con un rialzo al tallone.

Deambulazione su tapis roulant

Fase post operatoria avanzata. Questa fase prevede il ritorno alle normali attività quotidiane e allo sport, preceduta dall’incremento delle esercitazioni di tonificazione muscolare, articolarità e propriocezione da svolgersi a secco ed in vasca terapeutica. Infine al paziente viene insegnato come evitare i movimenti e le posture potenzialmente lussanti (extrarotazione e flessione anteriore) e gli esercizi di mantenimento da svolgere per conto proprio. Vengono inoltre consigliati ausili come l’alza water ed il calza scarpe lungo. Le tempistiche medie per il ritorno alle attività sono:

  • Lavoro sedentario e guida 30-45 gg
  • Lavoro pesante 60-75 gg
  • Sport:
    1. Cyclette e nuoto precoce
    2. Tennis, corsa, golf, sci 2-6 mesi

Anca dolorosa

L’articolazione dell’anca (coxofemorale) è l’articolazione prossimale dell’arto inferiore e ha la funzione di orientarlo su tutti i piani dello spazio. È costituita dalla componente acetabolare prossimale che si articola inferiormente con la testa femorale. La coxofemorale è un enartrosi a 3 gradi di libertà, più stabile ma con movimenti meno ampi della articolazione della spalla. I movimenti permessi sono:

  • flessione ed estensione sul piano sagittale
  • abduzione-adduzione sul piano frontale
  • rotazioni sul piano assiale

La capsula articolare è un manicotto cilindrico formato da fibre longitudinali, oblique, arciformi e trasverse. Nel bacino si inserisce al labbro acetabolare, nel femore medialmente alla linea intertrocanterica e alla cresta intertrocanterica. I principali legamenti sono l’ileo-femorale che limita i movimenti di estensione ed adduzione; il pubo-femorale che limita rotazione esterna e abduzione e posteriormente l’ischio-femorale, limitante la rotazione interna. In più vi è il legamento rotondo che ha scarse funzioni meccaniche ma irrora la testa femorale (arteria del legamento rotondo) assieme alle arterie capsulari. La muscolatura di pertinenza dell’anca si divide in anteriore (muscoli ileo-psoas, sartorio, retto femorale e pettineo), mediale (muscoli adduttori e gracile) e posteriore (muscoli ischiocrurali, glutei ed extrarotatori).

Principali patologie: Le patologie a carico dell’anca sono piuttosto frequenti nella popolazione e possono coinvolgere sia il paziente giovane, lo sportivo e l’anziano. L’anca è interessata da patologie acute e degenerative. La diagnosi differenziale si pone con la pubalgia (che colpisce prevalentemente le inserzioni tendinee degli adduttori e la sinfisi pubica), gli infortuni muscolari (ileo-psoas in particolare), sindrome del Piriforme e radicolopatia L4. Il sintomi principali sono dolore, limitazione funzionale e zoppia che possono presentarsi singolarmente o contemporaneamente a seconda della patologia. Schematicamente possiamo suddividere le patologie in forme acute e degenerative. Infine elenchiamo alcune specifiche patologie che colpiscono l’anca in maniera elettiva.

Patologie acute:

  • Coxiti reumatiche
  • Lussazione
  • Frattura

    Coxartrosi d’anca
  • Osteonecrosi testa femorale

Patologie microtraumatiche e degenerative:

  • Coxartrosi
  • Impingement Femoro-acetabolare (FAI)
  • Entesopatia trocanterica con o senza borsite

Patologie specifiche:

  • Lussazione congenita,
  • Osteoporosi transitoria
  • Epifisiolisi e malattia di Perthes (patologie tipiche dell’età giovanile)

Sintomatologia e trattamento: solitamente il dolore dell’anca si manifesta all’inguine o nel versante anteriore associato ad una riduzione della motilità in flessione e nelle rotazioni . Un dolore d’anca laterale, invece, può essere dovuto ad una infiammazione dei tessuti molli attorno al trocantere (tendinopatia dei glutei con o senza borsite).

Anche le patologie del rachide con interessamento delle radici dei nervi spinali (in particolare delle radici di L2-L4) possono, a volte, irradiare il dolore a livello dell’anca.

La patologia più frequente dell’anca è la coxartrosi che è la terza per prevalenza (circa 8%) dopo il ginocchio e la mano. L’artrosi è un processo degenerativo cronico che interessa tutte le componenti articolari dalla cartilagine, all’osso sub condrale e ai tessuti molli. Può essere primitiva o secondaria a malattie infantili dell’anca, traumi, osteonecrosi, infezioni articolari. Il 60% circa dei pazienti con artrosi d’anca presentano una forma di dispalsia congenita che riduce la superficie di contatto della testa femorale con l’acetabolo, rendendo l’usura più probabile. Il sintomo principale è il dolore meccanico (sotto carico), per lo più inguinale o in corrispondenza del gluteo, accompagnato da una progressiva limitazione funzionale ed un atteggiamento viziato in adduzione, flessione ed extrarotazione. Nelle fasi avanzate, dove è presente anche una componente infiammatoria, il dolore si presenta anche a riposo, la limitazione funzionale è notevole e compare zoppia.

Nella coxartrosi iniziale o moderata la rieducazione funzionale a secco ed in acqua, accompagnata da terapie strumentali (ipertermia, laserterapia, magnetoterapia) e da un corretto stile di vita sono generalmente in grado di diminuire i sintomi ed incrementare la funzionalità articolare. In associazione possono essere utili l’integrazione con farmaci condroprotettivi per bocca e la viscosupplementazione tramite infiltrazioni articolari eco guidate con acido ialuronico (per informazioni contattare il Dr. Valent), che agiscono nutrendo e proteggendo la cartilagine sana residua e lubrificando lo spazio articolare. Studi clinici evidenziano che l’acido ialuronico è in gradi di ridurre del 40-60% la sintomatologia, mantenendo questo beneficio nel tempo e riducendo il consumo di FANS del 50%.

Qualora la patologia dovesse progredire fino a diventare invalidante diventa necessario l’intervento di artroprotesi totale di anca, nel quale si sostituisce sia la parte acetabolare che quella femorale con componenti metalliche, ceramiche o in polietilene. In generale, nei pazienti anziani con bassa richiesta di attività fisica, sia la componente acetabolare che quella femorale vengono cementati. Nei pazienti più giovani con elevata richiesta funzionale la tendenza attuale è di usare impianti non cementati che presentano sulla loro superficie materiali biologici che permettono l’osteointegrazione alla protesi. Negli ultimi anni è cambiato l’approccio sulla tempistica intervento di atroprotesi. In passato si procrastinava il più possibile la scelta partendo da presupposto che la protesi durasse al massimo 10-15 anni. Oggi, incoraggiati dal miglioramento dei materiali protesici, si concede priorità alla qualità della vita. Così, nel paziente relativamente giovane con richieste funzionali elevate ma con una significativa limitazione funzionale si sceglie l’intervento precoce. Con i nuovi materiali protesici ed i protocolli riabilitativi sempre più efficaci è possibile non solo tornare ad una piena funzionalità ma anche all’attività sportiva a basso impatto (passeggiate, ciclismo, tennis in doppio, golf, nuoto..)

Tra le patologie di origine traumatica dell’anca possiamo annoverare la lussazione tipica degli incidenti stradali, così come le fratture del femore prossimale e della diafisi e le fratture del bacino, il cui trattamento è generalmente chirurgico.

Invece la patologia tipica da sovraccarico o da trauma diretto, spesso presente negli sportivi (il portiere nel calcio ne è un esempio), è la borsite trocanterica che consiste in una infiammazione della borsa sinoviale del gran trocantere generalmente associata ad una tendinopatia inserzionale del medio gluteo. Il dolore che può irradiarsi distalmente al ginocchio fino alla caviglia o prossimalmente verso il gluteo, va posto in diagnosi differenziale con coxartrosi, radicolopatia L5 ed anca a scatto laterale. L’esame obiettivo evidenzia un dolore alla digitopressione in sede trocanterica esacerbato dalla extrarotazione passiva. In questo caso il trattamento è simile a quello riservato alle tendinopatie e basato sull’utilizzo di terapie farmacologiche (sono da preferire le infiltrazioni locali con steroidi) e strumentali in fase acuta e rieducative in fase subacuta e della guarigione.

L’anca a scatto è una condizione non sempre dolorosa caratterizzata da uno “scatto” palpabile e a volte udibile dell’anca durante i movimenti di flesso-estensione. Si suddivide in forma esterna, interna ed intra-articolare. Quella esterna è dovuta al conflitto tra il tendine del grande gluteo e della bandeletta ileotibiale con il grande trocantere ed ha come fattore predisponente un eccessivo varismo dell’anca. La forma interna è dovuta ad un attrito tra il tendine dell’ileopsoas con l’eminenza ileo-pettinea. La forma intra-articolare colpisce prevalentemente gli sportivi i quali riferiscono un “click” doloroso in sede inguinale durante i movimenti combinati di flessione e rotazione. In questo caso la causa è legata a rotture labiali, presenza di corpi mobili, sinovite acuta.

Conflitto femoro-acetabolare

Un altra patologia tipica dello sportivo ma di recente acquisizione è la sindrome da conflitto femoro-acetabolare (o FAI, femoro-acetabular impingement) che consiste in una non perfetta conformazione di acetabolo e/o testa femorale, che determina un conflitto tra le due componenti durante la normale escursione articolare. Si distinguono 2 tipi di conflitto femoro-acetabolare che possono manifestarsi isolatamente o in associazione. Il tipo Pincer è determinato da un eccessiva copertura dell’acetabolo, mentre il tipo Cam da un’anomalia morfologica della giunzione testa-collo femorale. La localizzazione del dolore è tipicamente a “C” coinvolgendo cioè sia il versante anteriore che quello posteriore dell’anca. Il trattamento di questa patologia è nelle forme iniziali riabilitativo, mentre nelle forme severe o che non hanno tratto beneficio dal trattamento conservativo, diventa necessaria la chirurgia artroscopica d’anca.

Artrosi

L’artrosi (o Osteoartrosi) è la più comune malattia reumatologica articolare in quanto colpisce più di 5 milioni di persone in Italia, ma la sua prevalenza è destinata ad aumentare a causa dell’incremento dell’età media e della frequenza dei fattori di rischio associati. L’artrosi consiste in un processo degenerativo articolare che inizia a livello della cartilagine ed interessa, nelle fasi avanzate, anche il tessuto osseo ed i tessuti molli periarticolari. La patogenesi dell’artrosi non è stata ancora completamente chiarita. L’ipotesi più accreditata evidenzia come sollecitazioni eccessive o alterazioni intrinseche cartilaginee determinino una aumentata produzione da parte dei condrociti di Metallo proteasi (MMP), con conseguente degradazione della matrice cartilaginea e liberazione di detriti nel liquido sinoviale. Questi detriti fagocitati dalla membrana sinoviale stimolano i sinoviociti a produrre Interleuchine pro-infiammatorie (IL-1 e TNF-a) che, a loro volta,  inducono i condrociti a produrre NO e PGE2, amplificando così il processo degenerativo.

I principali fattori di rischio dell’osteoartrosi sono:

  • età adulta e senile,
  • sesso (F>>M),
  • predisposizione genetica,
  • fattori meccanici (dismorfismi, sovraccarico funzionale, fratture scheletriche, microtraumi, artriti),
  • patologie dismetaboliche (gotta, diabete, ipercolesterolemia),
  • obesità.

L’artrosi, che può essere classificata in base ai sintomi ed al danno radiografico dell’articolazione, può colpire diverse sedi. Il ginocchio e l’anca rappresentano le localizzazioni più importanti per l’elevata invalidità ad esse associate e per il frequente ricorso agli interventi di protesizzazione.  Anche il rachide, le mani ed i piedi vengono spesso colpiti.

La diagnosi si basa su una corretta anamnesi, sull’esame obiettivo e sulla diagnostica strumentale. Nell’esame obiettivo si dovrà valutare innanzitutto la postura e l’allineamento di schiena ed arti inferiori, poi le articolazioni dolenti, evidenziando eventuali tumefazioni, misurando l’articolarità e valutando forza ed eventuali deficit neurologici. Nell’ambito degli esami strumentali  la radiologia tradizionale mantiene un ruolo di primo livello (classificazione di Kellgren e Lawrence). L’Rx può mostrare la presenza di alterazioni come la riduzione delle rime articolari, la presenza di osteofiti o zone di sclerosi e di riassorbimento osseo. RMN e TAC rimangono esami di 2° livello, utili come approfondimento diagnostico.

I sintomi principali sono dolore, peggiorato dal movimento e dal carico ed alleviato con il riposo, rigidità articolare e limitazione funzionale. Al dolore articolare si associa di frequente fastidiosa contrattura della muscolatura periarticolare. Nelle fasi avanzate si possono evidenziare deformazioni articolari.

Per quanto riguarda il trattamento il primo obiettivo che ci si pone è la prevenzione dell’insorgenza e la limitazione delle complicanze che essa comporta. La prevenzione si attua attraverso strategie correttive ed accorgimenti quotidiani di tipo posturale ed alimentare in grado di ridurre o eliminare i fattori di rischio. Prima cosa devono essere più possibile corretti i difetti assiali e posturali come scoliosi, dismetrie, scorretto appoggio plantare con plantari specifici, ortesi correttive e ginnastica posturale. Inoltre è importante assumere durante l’attività lavorativa, sportiva e quotidiana posture idonee e non sovraccaricanti le articolazioni. Inoltre è dimostrato che il sovrappeso facilita l’insorgenza dell’artrosi, in particolare degli arti inferiori per cui è necessario limitare l’apporto calorico quotidiano. Infine l’attività motoria a basso impatto da praticare in maniera costante è sicuramente consigliabile nella prevenzione e nella cura delle complicanze dell’artrosi.

Quando si è instaurata l’artrosi il trattamento mira a ridurre i sintomi e rallentare la progressione attraverso la terapia farmacologica e la fisiochinesiterapia. Nei casi più avanzati ed invalidanti si rende invece necessario il trattamento cruento (artroprotesi). Tra i farmaci oltre ai sintomatici come antiinfiammatori (FANS e cortisonici), decontratturanti ed analgesici che si utilizzano in caso di presenza di dolore, tumefazione e/o contrattura della muscolatura, vengono anche proposti i cosiddetti condroprotettori e cioè sostanze in grado di nutrire la cartilagine, lubrificare le articolazioni e rallentare la progressione dell’artrosi. Queste sostanze possono essere introdotte per bocca (Glucosamina, Condroitin-solfato e Collagene idrolizzato le più diffuse) o mediante infiltrazione di acido ialuronico direttamente nelle articolazioni colpite. Per quanto riguarda la fisiochinesiterapia si differenzia in base alla fase clinica:

  • Fase acuta: farmaci e terapia strumentale antalgica
  • Fase subacuta: chinesiterapia, massoterapia, termoterapia (calore)
  • Terapia di fondo: attività motoria blanda ma continuativa, ergonomia (igiene articolare e posturale), fangoterapia e/o balneoterapia, chinesiterapia e massoterapia.