Dolore muscolo-scheletrico


Il dolore muscolo-scheletrico benigno (cioè non causato da patologia neoplastica) origina da processi patologici a carico delle strutture muscolo-scheletriche come ossa, articolazioni e tessuti molli periarticolari come tendini, muscoli, legamenti, borse sinoviali.
I processi patologici posso derivare da traumi acuti sportivi, lavorativi o domestici, sovraccarico funzionale o degenerazione cronica articolare o tendinea. Esistono fattori predisponenti il dolore muscolo scheletrico tipo la predisposizione genetica, alterazioni posturali, sovraccarichi funzionali, sovrappeso e traumi. Il dolore può essere inoltre causato da infiammazione di una radice spinale o nervo periferico (la classica sciatalgia o la sindrome del tunnel carpale). In questo caso il dolore è chiamato neuropatico.
Il trattamento parte prima di tutto attraverso una corretta diagnosi della causa del dolore. Questa si ottiene mediante una accurata visita medica, corredata da specifici test clinici, eventualmente accompagnata dalla diagnostica strumentale (ecografia, risonanza, rx, tac).
Una volta individuata la causa è necessario mettere in atto un protocollo terapeutico integrato, associando terapia farmacologica, strumentale (Laser, Onde d’urto, InterX), riabilitativa e correggendo gli stili di vita.
La terapia farmacologia si avvale di farmaci locali o sistemici e della terapia infiltrativa, meglio se ecoguidata.

Distorsioni di ginocchio

Il ginocchio costituisce il fulcro intermedio dell’arto inferiore ed è un’articolazione di tipo trocleare a tre compartimenti:

  • Femoro-tibiale mediale
  • Femoro-tibiale laterale
  • Femoro-rotuleo

Tra le superfici di femore e tibia sono posizionati i menischi mediale e laterale. I menischi hanno principalmente funzioni di ammortizzazione dei carichi e di stabilizzazione meccanica dell’articolazione. La stabilità statica e dinamica è garantita da un robusto complesso capsulo-legamentoso e muscolo-tendineo. I legamenti principali sono:

  • Collaterali (mediale e laterale) che garantiscono la stabilità in varo-valgo
  • Crociati (anteriore e posteriore) che garantiscono la stabilità antero-posteriore
Distorsione in valgo-rotazione esterna

Le distorsioni di ginocchio, con interessamento capsulo-legamentoso, sono eventi frequenti nella pratica sportiva. Le specifiche caratteristiche del gesto atletico nelle varie discipline determinano differenze sia sul tipo di lesione che nell’incidenza della stessa. Ad esempio, le lesioni capsulo-legamentose di ginocchio costituiscono circa il 5-10% degli infortuni nel calcio ed il 30% nello sci.

Le distorsioni di ginocchio avvengono prevalentemente con un meccanismo in valgo-rotazione esterna con interessamento del legamento collaterale mediale (LCM). Meno frequenti sono la rottura meniscale mediale o laterale e del legamento crociato anteriore (LCA), che necessitano intervento chirurgico ed una inattività da 30 gg (a seguito di meniscectomia selettiva) a 4-6 mesi (ricostruzione del LCA). Le lesioni di LCP sono più rare e non sempre hanno indicazione chirurgica.

Oltre il 50% delle lesioni avvengono per trauma indiretto, secondario a ricaduta da un salto, decelerazione e brusco cambio di direzione. Anche i traumi diretti, come i contrasti con l’avversario, possono però determinare lesione. I principali meccanismi lesivi sono:

Distorsione di ginocchio da trauma diretto
  • Iperestensione (con possibile lesione dell’LCA)
  • Valgo-rotazione esterna (con possibile lesione di LCM, LCA)
  • Varo rotazione interna (con possibile lesione di LCL ed LCA)

Le distorsioni di ginocchio si classificano in:

  1. LIEVI: in cui si hanno lesioni periferiche, incomplete della capsula, dei legamenti collaterali o dei menischi.
  2. GRAVI: in cui si ha la lesione del pivot centrale associata a lesioni periferiche.

Le lesioni del pivot centrale frequentemente determinano instabilità articolare. In caso di distorsione grave in valgo-rotazione esterna si può determinare il quadro clinico che in gergo si chiama Triade infausta:

– Lesione LCM +/- Punto d’angolo postero interno (PAPI)

– Fissurazione menisco mediale

– Rottura LCA

Diagnosi: Per definire il tipo di lesione ci basiamo sull’anamnesi della dinamica del trauma, sull’esame clinico (con specifici test di stabilità come valgo/varo stress, cassetto anteriore e posteriore, Lachmann test, Appley test per i menischi) e sugli esami strumentali. La RMN è esame di 1° livello nelle distorsioni gravi in quanto evidenzia in dettaglio il Pivot centrale, i menischi, la cartilagine ed alterazioni ossee come, ad esempio, edema spongioso o microfratture, non così infrequenti nei traumi distorsivi gravi.

Trattamento conservativo: Nel caso di lesione del LCM si procede inizialmente secondo il ben noto protocollo PRICE, associato a tutore di ginocchio bloccato a 0° gradi per 2 settimane, durante le quali è concesso il carico parziale. In questa fase si effettuano terapie strumentali quali laser ad alta potenza, ultrasuoni, tecarterapia ed elettroterapia antalgica. A partire dal 15° giorno si concede il carico progressivo con svezzamento graduale delle stampelle, si sblocca il tutore fino a 90° ed inizia la mobilizzazione passiva ed attiva assistita. A partire dal 21° giorno il tutore viene sbloccato completamente. Da questo momento inizierà la fase della guarigione, con esercizi di potenziamento muscolare isometrico ed isotonico associato ad esercizi propriocettivi e di ricondizionamento cardio-respiratorio (tapis roulant e cyclette). Infine, si introducono esercizi sport-specifici con e senza palla da effettuare direttamente sul campo di gioco.

Trattamento Chirurgico: ricostruzione artroscopica del Legamento crociato anteriore con tendini Semitendinoso e Gracile o Tendine Rotuleo.

Protocollo riabilitativo post-operatorio dopo ricostruzione LCA:

  • 0-7 settimana: recupero articolarità, della deambulazione e dell’autonomia nelle ADL
  • 8-11 settimana: recupero della forza, della propriocezione e della corsa
  • >12 settimana: rieducazione sul campo (deficit < al 20% al test isocinetico)

Sindrome dolorosa del gran trocantere

La sindrome dolorosa del gran trocantere o trocanterite (gli anglosassoni la chiamano Great Trocanteric pain syndrome, GTPS) racchiude un gruppo di patologie, piuttosto frequenti, che hanno in comune un dolore nella regione del gran trocantere e cioè nella parte laterale alta della coscia. Queste patologie non sono riferibili direttamente all’articolazione dell’anca, ma ai tessuti molli periarticolari. Il GTPS colpisce maggiormente il sesso femminile. Il dolore è alla pressione in sede trocanterica, esacerbato all’extrarotazione passiva di anca e tende ad irradiarsi in sede distale (fino al ginocchio) o prossimale (in sede glutea) rispetto al trocantere stesso. Tipico il riferimento da parte del paziente circa la difficoltà o impossibilità di dormire sul fianco dolente e l’aumento del dolore nell’eseguire le scale.

Localizzazione del dolore nella GTPS.

Le principali patologie che causano la GTPS sono la entesopatia del medio gluteo con o senza calcificazioni o rotture; la borsite trocanterica; la tendinopatia del tratto ileotibiale. Una diagnosi differenziale si può porre con l’anca a scatto laterale e con la radicolopatia L5. In alcuni casi alcune di queste patologie coesistono come ad esempio la entesopatia del medio gluteo e la borsite trocanterica.

Le cause della GTPS sono i traumi diretti o ancora più frequentemente il sovraccarico funzionale, accompagnato da fattori predisponenti come il sovrappeso, l’iperlordosi lombare, le dismetrie e scorretto appoggio in pronazione.

La diagnosi è clinica, completata da Rx tradizionale ed ecografia, in primis.

La terapia è basata sulla riduzione dell’infiammazione attraverso terapia farmacologica e strumentale (Laser, onde d’urto, US, Tecarterapia); sulla riduzione dei sovraccarichi funzionali e correzione delle alterazioni posturali. In questo gruppo di patologie si rivelano molto utili le infiltrazioni ecoguidate a scopo antiinfiammatorio e rigenerativo (collagene, acido ialuronico, steroidi).

Ridurre l’infiammazione in 3 mosse!

Le evidenze più recenti dimostrano che l’infiammazione cronica a bassa intensità e lo stress ossidativo sono in grado di favorire la comparsa di malattie metaboliche (ipertensione, aterosclerosi e diabete), neurodegenerative (come Parkinson, Alzheimer, Sclerosi multipla…) e muscolo-scheletriche (artrosi e tendinopatie).

L’infiammazione ad alta intensità invece è presente nei traumi acuti ed in malattie reumatiche come Artrite Reumatoide e Spondiloartriti. Anche il dolore è spesso causato da infiammazione, sia a bassa che alta intensità.

Di conseguenza l’interesse dei clinici è sempre più focalizzato non solo sul trattamento delle patologie, ma anche sulla loro prevenzione, attraverso percorsi in grado di ridurre più possibile l’infiammazione cronica e lo stress ossidativo.

In ambito muscolo-scheletrico le ultime evidenze sottolineano che protocolli multidisciplinari, basati su una corretta dieta e stile di vita abbinate a terapie specifiche (farmacologiche e riabilitative), sono in grado di ridurre efficacemente infiammazione e dolore. I punti cardine della terapia sono:

  1. Terapia farmacologica:
    1. Farmaci sistemici (FANS, Anti-Cox 2, Steroidi, Interleuchine low-dose)
    2. Fisiatria Interventistica
  2. Kinesiterapia e Riprogrammazione posturale (correggendo la postura, bilanciando forza ed elasticità muscolare e migliorando la propriocezione)
  3. Corretto stile di vita: alimentazione anti-infiammatoria (aumentare l’assunzione di olio d’oliva, farina integrale, curcuma, zenzero, pepe nero, capperi, frutta e fibre; riduzione di grassi animali, carboidrati e zuccheri complessi), integrazione alimentare (Vit. D, Omega-3, Magnesio, Manganese, Silicio e Probiotici sono i principali) ed attività motoria adeguata (è dimostrato che l’attività motoria riduca l’incidenza di malattie autoimmuni).

Il percorso prevede la collaborazione tra il Fisiatra (che effettua la diagnosi e prescrive le terapie) ed altri specialisti del settore, quali fisioterapista, osteopata, podologo ed eventualmente con altri specialisti medici (dietologa, anestesista, ortopedico).

In caso di dolore muscolo-scheletrico affidati al Dr. Alessandro Valent !

Stop al dolore alla spalla!

Il dolore di spalla o spalla dolorosa rappresenta circa il 16% di tutte le patologie dell’apparato muscolo-scheletrico. I sintomi comuni a tutte le patologie di spalla sono dolore (spesso notturno), limitazione funzionale con presenza di compensi e contrattura muscolare.

L’articolazione della spalla

Le cause possono essere traumatiche (lussazioni, lesioni tendinee, fratture), da sovraccarico (tendinopatie, borsiti, conflitto ed instabilità) o degenerative (artrosi, calcificazioni). La capsulite adesiva (o frozen shoulder) è una complicanza di alcune forme dolorose di spalla ed in alcuni casi è la causa primaria di dolore.

La diagnosi è clinica ed ecografica. Anche rx tradizionale e RMN sono opzioni diagnostiche valide, qualora l’esame ecografico non sia sufficiente ad una diagnosi completa.

La terapia è basata sulla fisioterapia con esercizi rieducativi e terapia strumentale (ad esempio la laserterapia ad alta potenza), accompagnata dalla terapia farmacologica. Le infiltrazioni ecoguidate coadiuvano il trattamento con ottimi risultati in termini di riduzione del dolore e miglioramento della funzionalità (si utilizzano acido ialuronico, collagene o cortisonici). In caso di calcificazioni possono essere praticate le onde d’urto o la frammentazione/aspirazione ecoguidata della calcificazione. La chirurgia è riservata nei casi più importanti di traumi acuti e cronici o nel caso d’insuccesso del trattamento conservativo.

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Rieducazione di spalla

Tendinopatia calcifica di spalla

La tendinopatia calcifica di spalla (o calcificazione di spalla) è una delle più frequenti cause di spalla dolorosa. La sua frequenza varia dal 7,5% al 22% dei casi di tendinopatia di spalla ed ha una maggiore prevalenza nel sesso femminile tra i 30 ed i 50 anni. Le calcificazioni singole o multiple si localizzano prevalentemente nella zona inserzionale (entesi) o preinserzionale (la cosiddetta “zona critica”) del tendine sovraspinoso (circa l’80%), ma non è raro che le calcificazioni si localizzino anche al sottospinoso o al tendine sottoscapolare.

Tendinopatia calcifica del sovraspinoso

Altre localizzazioni tipiche al di fuori della spalla sono il tendine d’achille (incidenza 2,5%), la fascia plantare, il tendine quadricipitale, il tendine del medio gluteo, gli epicondiloidei e gli adduttori. Le cause delle tendinopatie calcifiche non sono del tutto chiare, ma si ritiene che siano espressione di un processo multifocale attivo, cellulo mediato o di una distrofia calcifica legata alla degenerazione delle fibre tendinee, particolarmente evidente nei tendini sottoposti a sovraccarico funzionale lavorativo e/o sportivo ed in soggetti predisposti (fattori genetici ed ormonali). Secondo Uhthoff e Loehr (1997), la calcificazione si sviluppa classicamente secondo tre stadi in successione: pre-calcifico, calcifico (diviso in tre fasi: formativa, di stato, di riassorbimento) e post-calcifico in cui la calcificazione viene sostituita da tessuto di granulazione. La formazione e riassorbimento delle calcificazioni è un processo graduale che può durare mesi o anche anni. Vi sono però casi in cui la calcificazione, giunta nella fase di stato, entra in una condizione di quiescenza metabolica per cui, in assenza di uno stimolo, non tende al riassorbimento.

Clinicamente la tendinopatia calcifica di spalla si presenta con un dolore acuto, accompagnato da limitazione funzionale con difficoltà o impossibilità a ruotare e ad elevare/abdurre l’arto superiore oltre i 90°. I sintomi spesso esordiscono a riposo (spesso durante le ore notturne) e nelle forme più acute la spalla è talmente bloccata che si definisce “congelata” (spalla congelata o frozen shoulder). La sintomatologia però è dipendente dalla fase clinica in quanto è maggiormente evidente nella fase del riassorbimento.

La diagnosi strumentale si avvale della radiografia tradizionale e dell’ecografia; quest’ultima, in particolare, documenta molto bene la strutturazione o il riassorbimento della calcificazione, a seconda della presenza o meno del cono d’ombra posteriore. La calcificazione nel contesto di un tendine può essere classificata in base alla sua morfologia in:

  1. Densa a limiti netti
  2. Densa multilobulare
  3. Eterogenea a margini irregolari
  4. Calcificazione distrofica inserzionale
  5. Invasione bursale

Il trattamento della tendinopatia calcifica di spalla è prevalentemente di tipo conservativo, basato sulla rieducazione funzionale (esercizi specifici di decoaptazione articolare o esercizi pendolari), sull’utilizzo di farmaci a scopo analgesico ed antiinfiammatorio (terapia cortisonica per bocca o per via infiltrativa) e sulle terapie fisiche come la laserterapia ad alta potenza, l’ultrasuonoterapia e le onde d’urto. Nella fase del riassorbimento, in cui la calcificazione si presenta di materiale simil-gelatinoso può essere indicato il lavaggio percutaneo ecoguidato con la frammentazione ed aspirazione del deposito calcifico. Nel caso di fallimento dell’approccio conservativo, si rende necessario l’intervento artroscopico o in mini open.


Dolore al ginocchio

Articolazione del ginocchio

Il dolore al ginocchio è molto frequente sia negli sportivi che nelle persone comuni. Il dolore in forma acuta, nella maggior parte dei casi, è legato a traumi diretti o indiretti con interessamento di capsula, legamenti o menischi. Il dolore cronico è causato prevalentemente da usura della cartilagine e dei menischi con conseguente artrosi. Anche i tendini (rotuleo, zampa d’oca o quadricipitale) sono soggetti ad infiammazione acuta e cronica.

Molto importante è una corretta diagnosi per individuare il percorso terapeutico più idoneo. La terapia è spesso conservativa, basata su terapia riabilitativa, strumentale e manuale. In caso di versamento articolare (artrosinovite) può essere necessario eseguire un artrocentesi + infiltrazione con steroide e successive infiltrazioni con acido ialuronico, collagene o PRP che spesso sono risolutive per eliminare o ridurre il dolore e facilitare il recupero funzionale.

Per approfondire l’argomento vai a ginocchio doloroso.

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Il fisiatra fa la differenza!

Perché scegliere il Fisiatra? Scegliere il Fisiatra significa scegliere il Medico Specialista che si occupa della persona, del suo benessere fisico e psichico e della sua autonomia nelle attività lavorative, sportive e sociali. Il Fisiatra non si occupa solamente della cura del trauma o della malattia, ma soprattutto del recupero, più completo possibile, dalle disabilità temporanee o permanenti che queste patologie causano alla persona. Per fare ciò il Fisiatra, si avvale, tra le altre, della diagnostica ecografica per una diagnosi più accurata e di numerosi presidi terapeutici come terapie Fisiche, farmacologiche, manuali, posturali e rieducative, ortesi. Le infiltrazioni eco-guidate, eseguite dal Fisiatra, sono uno strumento efficace e sicuro per il trattamento di molte patologie dell’apparato muscolo-scheletrico come artrosi, tendinopatie, borsiti, calcificazioni, ematomi. Il Fisiatra è il responsabile del progetto riabilitativo, volto al recupero funzionale della persona, coordinando altre figure professionali, fondamentali per il risultato finale, come fisioterapista, infermiere, psicologo, tecnico ortopedico, podologo ed altri specialisti Medici delle branche di riferimento della patologia (Ortopedico, Neurologo, Reumatologo, Ginecologo..).
Il Dr. Alessandro Valent, è il Fisiatra che fa per te!

Colpo di frusta cervicale

Il “Colpo di Frusta” consiste in una distorsione del rachide cervicale in iperestensione o in iperflessione, causato generalmente da un tamponamento stradale o da un trauma sportivo.

Rx rachide cervicale

Nella maggioranza dei casi la distorsione avviene nel segmento C3-C7, interessando capsule e legamenti; la sua gravità è condizionata dall’entità del trauma, dalla posizione del capo al momento della collisione e dalla preesistenza di lesioni degenerative. 
Nei casi più importanti può essere utile effettuare radiografia cervicale e/o RMN per escludere fratture o ernie conseguenti al trauma.

I principali sintomi del colpo di frusta sono dolore cervicale con limitazione funzionale e contrattura muscolare ai paravertebrali cervicali e trapezi di entità variabile. A questo quadro si possono accompagnare sintomi vegetativi come senso d’instabilità, nausea e cefalea. I sintomi possono durare da pochi giorni a diversi mesi e determinare anche esiti permanenti. 

La terapia adeguata e tempestiva del colpo di frusta riduce l’entità e la durata dei sintomi ed i postumi.

In fase acuta, ma per non più di 5 giorni si consiglia il collare cervicale, accompagnato da terapia farmacologica con FANS e miorilassanti. In questa fase si utilizzano terapie fisiche come TENS, InterX e Laser ma non la terapia manuale che potrebbe peggiorare i sintomi. Nei giorni successivi anche la Tecarterapia costituisce una valida terapia.

Una volta ridotta in maniera significativa la sintomatologia e non prima di 15-20 giorni, si prosegue con la terapia manuale e gli esercizi riabilitativi e posturali graduali. Solitamente sono necessari 2-3 mesi per una guarigione dopo colpo di frusta.

Capsulite adesiva

La capsulite adesiva o spalla congelata (Frozen Shoulder per gli anglosassoni) consiste in un processo infiammatorio/irritativo a carico della capsula sinoviale della articolazione gleno-omerale. Esistono due forme di capsulite:

  • Frozen Shoulder (capsulite primitiva)
  • Capsulite post-traumatica (capsulite secondaria)

La Frozen Shoulder colpisce il 2-5% della popolazione, prevalentemente di sesso femminile tra i 40 e i 60 anni, con maggiore incidenza in caso di malattie endocrine (diabete, alterazioni tiroidee, ormonali..) e nelle sindromi ansioso-depressive. A volte la capsulite si accompagna alle calcificazioni di spalla. Può colpire entrambe le spalle nel 10% dei casi.

L’insorgenza è subdola e si manifesta con il dolore (fase 1) spesso notturno e limitazione funzionale; segue quindi un periodo di incremento della restrizione articolare di spalla su tutti i piani (fase 2), causata da una importante retrazione capsulare, con discinesia scapolo-toracica di compenso che può durare alcuni mesi; l’ultima fase (fase 3) è quella della remissione, caratterizzata da una lenta ripresa funzionale, solitamente dopo 4-6 mesi. La capsulite adesiva è quindi una patologia piuttosto invalidante, sia per le sue caratteristiche cliniche che per l’andamento temporale.

La Capsulite post-traumatica consiste in un processo flogistico più localizzato rispetto alla spalla congelata, causato da un trauma importante (come una frattura o lesione alla cuffia) o da micro-traumi ripetuti. Il dolore e la limitazione funzionale sono, in questo caso, meno evidenti.

Il trattamento in fase 1 prevede, per gestire meglio il dolore, terapie strumentali come Laser, InterX e US e terapia cortisonica per bocca. Le fasi 2 e 3 hanno come cardine la rieducazione funzionale passiva (eseguita dal fisioterapista) ed attiva con esercizi di automobilizzazione e stretching gleno-omerale e scapolo-toracico da parte del paziente (anche in acqua a 34-36°C). A questo protocollo si possono associare per avere benefici più precoci:

Kinesiterapia di spalla

Riabilitazione dello stretto toracico

Il trattamento riabilitativo dello stretto toracico (o TOS, Thoracic Outlet syndrome) ha lo scopo di ripristinare i passaggi anatomici il cui restringimento ha provocato l’insorgenza della patologia. Esso si propone di:
1) far prendere coscienza al paziente della posizione che determina la chiusura dello stretto;
2) risolvere le contratture muscolari;
3) curare l’asse posturale di capo, rachide, spalle, in modo da fornire un punto di ancoraggio stabile per i muscoli che hanno un’azione di apertura della zona di conflitto;
4) rinforzare la muscolatura che ha un ruolo di apertura dello stretto (elevatori ed antepulsori del cingolo scapolare come trapezio, grande e piccolo pettorale).

Il trattamento inizia con la presa di coscienza delle posizioni che determinano il conflitto al fine di insegnare le posizioni corrette che una volta acquisite devono essere automatizzate. A questo scopo si fa assumere al paziente davanti ad uno specchio la posizione che determina un restringimento dello spazio; si passa quindi al movimento di apertura e gli si chiede di mantenere la posizione raggiunta per alcuni secondi in fase espiratoria.
Molto importante, in questa fase, risulta il lavoro respiratorio di cui si utilizza l’inspirazione diaframmatica lenta, seguita da un’espirazione costale: ciò permette di ottenere un abbassamento della prima costa e quindi un’apertura. Gli esercizi respiratori possono essere eseguiti sia in posizioni facilitanti a paziente supino con l’aiuto del terapista che pone le mani sulla parte alta del torace, sia à paziente seduto con gli avambracci appoggiati su un tavolo.
La successiva fase è rivolta al rilassamento muscolare e alla risoluzione delle eventuali contratture; a questo scopo si possono utilizzare tutte le metodiche classiche quali:

  • massoterapia decontratturante cervico-dorsale e del cingolo scapolare
  • massaggio trasverso profondo (MTP) delle inserzioni muscolari per risolvere contratture particolarmente importanti
  • esercizi di “tenuta-rilassamento”
  • eventuali terapie fisiche con il calore (diatermia, laserterapia) o elettroanalgesia (InterX).

Successivamente, per armonizzare il movimento delle varie componenti anatomiche, si interviene utilizzando mobilizzazioni passive lente sulla scapola in elevazione abduzione e basculamento esterno; sul cingolo scapolo-omerale in innalzamento e abbassamento; sul rachide cervicale in allungamento, con modiche trazioni e movimenti lenti su tutti i piani.
Gli esercizi rivolti al rinforzo vanno indirizzati alla muscolatura cervico-dorsale, al gran dentato, al trapezio e al piccolo pettorale. I diversi gruppi muscolari saranno più o meno coinvolti nell’esercizio a seconda della sede di compressione: se è interessato lo spazio interscalenico il lavoro sarà rivolto prevalentemente al muscolo trapezio e alla muscolatura cervico-dorsale; se sono interessati gli spazi costo-claveare e toraco-pettorale, il lavoro coinvolgerà anche i muscoli che agiscono sul cingolo quali il piccolo pettorale e il gran dentato, che antepongono la spalla.
Specificatamente, per il rinforzo della muscolatura cervico-dorsale si richiedono allungamenti assiali e contrazioni brevi per contrapporsi a sollecitazioni multidirezionali applicate al capo.
Per il rinforzo del m. trapezio, che tramite il fascio superiore solleva il moncone di spalla, si fa assumere al paziente la posizione seduta, in atteggiamento di rilassamento con le braccia lungo il corpo, e si fa compiere un movimento di elevazione delle spalle che deve essere mantenuto per almeno 5 secondi compiendo una espirazione forzata; lo stesso esercizio può essere eseguito contro resistenza utilizzando un peso; bisogna evitare un eccessivo abbassamento del cingolo nella fase di ritorno bloccandola con appoggi laterali.
Il rinforzo del gran dentato si ottiene a paziente supino, seduto e in ortostatismo. A paziente supino con l’arto superiore in anteposizione, elevato a 90° si richiede una spinta in avanti facendo compiere contemporaneamente una trazione forzata; poi il paziente esegue lo stesso esercizio da seduto, con le mani appoggiate al tavolo; sempre dalla posizione seduta si fanno eseguire movimenti di elevazione e anteposizione attiva, poi contrastata tramite resistenza esercitata dal terapista.
Infine in piedi con le braccia sollevate di 90° e mani appoggiate al muro, mantenendo i piedi aderenti al suolo, si fa compiere una flessione in modo da avvicinare il torace al muro (posizione di chiusura dello stretto) e ritorno lento cercando di curare l’antepulsione delle spalle. Il piccolo pettorale si rinforza con esercizi di anteposizione e abbassamento del moncone di spalla che possono essere liberi o contrastati.
È necessario, infine, che il paziente si attenga ad alcune norme igieniche per prevenire la recidiva della sindrome, ovvero:
– non portare pesi eccessivi,
– non dormire in posizione prona,
– eseguire quotidianamente gli esercizi appresi,
– evitare le posizioni a rischio.

L’infortunio sportivo

Infortunio nello sport

Durante lo sport, un infortunio può accadere in un attimo.
La sospensione dell’attività è spesso necessaria; osso, cartilagine, tessuti molli, l’infortunio si differenzia per cause, localizzazione e severità, a cui segue un percorso terapeutico personalizzato. Fondamentale risulta la diagnosi medica, fondata su anamnesi ed esame obiettivo, coadiuvati dagli esami strumentali (in medicina sportiva ecografia e risonanza magnetica sono esami generalmente di primo livello).

Per tornare “in campo” prima possibile gli Step da affrontare sono 4: diagnosi, trattamento, ricondizionamento atletico e prevenzione delle ricadute. Fondamentale risulta la diagnosi medica, fondata su anamnesi ed esame obiettivo, coadiuvati dagli esami strumentali (in medicina sportiva ecografia e risonanza magnetica sono esami generalmente di primo livello). Le modalità di trattamento, influenzano maggiormente le possibilità di guarigione.
La terapia si differenzia in tre fasi:
Fase acuta: volta alla riduzione della flogosi e del dolore, mediante il protocollo PRICE (Protection, Rest, Ice, Compression, Elevation), le terapie strumentali atermiche (o più comunemente a freddo), terapie farmacologiche, esercizi di riprogrammazione posturale e correzione di sovraccarichi, rieducazione funzionale. Le infiltrazioni ecoguidate sono un opzione terapeutica importante per velocizzare lo spegnimento dell’infiammazione e per ridurre le complicanze.
Fase subacuta: recupero di forza e coordinazione, attraverso la mobilizzazione attiva del paziente, rinforzo muscolare, rieducazione propriocettiva, terapia strumentale “termica” (laserterapia ad alta potenza, ipertermia, onde d’urto), stretching, massoterapia decontratturante.
Fase della guarigione: recupero della funzionalità e del gesto atletico, attraverso il ricondizionamento cardio-respiratorio con un lavoro aerobico, anaerobico lattacido, anaerobico alattacido, recupero del gesto specifico.
Infine, ritornati allo sport, è molto importante instaurare un programma preventivo di nuovi infortuni. Il dr. Valent ha lunga esperienza nel trattamento dei traumi sportivi; atleti professionisti e dilettanti da anni si affidano a lui per tornare allo sport in sicurezza e prima possibile.

Prevenzione degli infortuni muscolari (Dr Valent)