Dilatazione capsulare ecoguidata

La dilatazione capsulare ecoguidata (o idrodilatazione) è una tecnica utilizzata del trattamento della capsulite adesiva. Il trattamento cardine della capsulite rimane la terapia manuale abbinata alla kinesiterapia; la dilatazione capsulare può essere un presidio valido in grado di migliorare e velocizzare gli effetti della fisioterapia.

La dilatazione capsulare ecoguidata consiste nell’iniettare nell’articolazione gleno-omerale un mix di soluzione fisiologica, anestetici e steroidi, al fine di rompere le aderenze capsulari e di espandere lo spazio articolare. La presenza dello steroide inoltre riduce il dolore e la sinovite. Dopo il trattamento, il fisioterapista esegue la mobilizzazione passiva articolare allo scopo di massimizzare l’effetto della dilatazione capsulare. La tecnica è mini invasiva, ambulatoriale e di facile esecuzione da parte del medico esperto in interventistica ecoguidata. Il dolore per il paziente è minimo. L’approccio è prevalentemente posteriore (laterale o mediale). Alla idrodilatazione si può abbinare un infiltrazione ecoguidata con acido ialuronico nell’intervallo dei rotatori e nel legamento coraco-omerale.

Idrodilatazione capsulare ecoguidata con approccio postero-mediale

In caso di capsulite adesiva rivolgiti al Dr Alessandro Valent!

Dolore calcaneare

Il dolore calcaneare (o talalgia) è molto comune sia nella popolazione generale che nello sportivo (oltre il 10% della popolazione e fino al 18% tra gli sportivi). Colpisce con maggiore frequenza gli sportivi (ballerini, podisti, saltatori), le persone attive oltre i 40 anni ed i bambini dagli 8 ai 13 anni. I principali fattori di rischio sono scorretto appoggio plantare (in particolare il piede cavo che genera sovraccarico al tallone ed alla catena posteriore), obesità, utilizzo di calzature inadeguate, deambulazione o corsa su terreni duri o sconnessi, lavoro prevalente in piedi, deficit muscolari o di articolarità di piede e caviglia.

I meccanismi causali sono: sovraccarico funzionale (più frequente), traumi, patologie nervose e reumatiche. Sono coinvolti in primis fascia plantare e tendini, poi nervi periferici, osso e tessuti molli (cuscinetto adiposo calcaneare e sperone). Le caratteristiche del dolore (meccanico o infiammatorio), la sua localizzazione e l’esame obiettivo di piede e caviglia possono facilitare la diagnosi.

Da un punto di vista topografico il dolore calcaneare si classifica in: plantare (A), posteriore (B), mediale (C) e laterale (D).

Alcune delle cause di dolore calcaneare. Da: Priscilla Tu. Heel Pain: diagnosis and managment. Am Fam Physician. 2018;97(2):86-93.

A) Plantare:

  • La causa più frequente è la fascite plantare (per approfondimento vai a Fascite plantare), che si presenta con dolore a livello del bordo infero-mediale del calcagno specialmente durante i primi passi dopo il riposo; tipico il dolore al tallone mediale alla mattina scendendo dal letto. Meno tipico è il dolore lungo la fascia plantare, per la presenza di un ispessimento nodulare a 2-3 cm distalmente all’inserzione. L’esame ecografico evidenzia bene i quadri di fascite, mostrando flogosi, ispessimento e degenerazione inserzionale, oppure l’ispessimento infiammatorio nodulare nel caso della forma atipica. La terapia è basata sul riposo funzionale, terapia manuale, allungamento mio-fasciale, terapie strumentali (laser, tecar, onde d’urto), plantari correttivi. Le infiltrazioni ecoguidate forniscono una valida opzione terapeutica nelle forme iperacute o in quelle resistenti alle terapie tradizionali.
  • Lo sperone calcaneare plantare è un’escrescenza ossea puntiforme a livello della tuberosità calcaneare, subito sopra alla fascia plantare, probabilmente nel contesto della muscolatura intrinseca del piede (in particolare il muscolo flessore breve delle dita). La causa della formazione dello sperone è un adattamento del corpo a stress meccanici. Lo sperone è presente nel 15% della popolazione e ha come fattori predisponenti età avanzata, obesità, sport di fondo, presenza di fascite, artrite e scorretto appoggio plantare. Il dolore è generalmente al centro del tallone che peggiora durante la deambulazione e la stazione eretta prolungata. Nel 50% dei casi lo sperone risulta asintomatico. La Rx tradizionale è diagnostica per lo sperone. Le onde d’urto focali e radiali sono il gold standard per trattare gli speroni sintomatici.
Rx con evidenza di sperone calcaneare plantare e dorsale
  • La frattura da stress del calcagno consiste in una frattura non completa (coinvolge solo una corticale e parte della spongiosa) causata da sovraccarico funzionale ripetuto, tipica ad esempio di fondisti o mezzo-fondisti. Il calcagno è la sede più comune nel piede dopo i metatarsi. Si presenta con dolore sordo che peggiora durante la deambulazione/corsa o passando su una superficie più dura. Alla palpazione è apprezzabile un punto maggiormente dolente accompagnato da edema; la compressione medio-laterale del calcagno (test della “spremitura” del calcagno) è dolorosa. Le radiografie sono spesso negative, per cui si rende necessaria l’esecuzione di RMN che evidenzia bene l’edema spongioso presente nelle fratture da stress. La diagnosi differenziale è con la periostite che è un’infiammazione del periostio senza frattura. La terapia consiste nell’immobilizzazione in scarico o carico parziale (in tutore tipo walker), campi elettro magnetici pulsati (CEMP) e bisfosfonati (come Clodronato) intramuscolo.
  • La sindrome del cuscinetto calcaneare è causata dall’infiammazione o atrofia del tessuto adiposo sotto calcaneare. Si manifesta con dolore e tumefazione al centro del tallone, peggiorato dal cammino a piedi nudi o su superfici dure. La perdita di elasticità del tessuto dovuta all’età, l’aumento di peso e le infiltrazioni con steroidi (possono determinare atrofia sottocutanea) possono favorire l’insorgenza della sindrome. La terapia consiste nel riposo, terapia antiinfiammatoria, terapie fisiche come laser e tecar, utilizzo di solette ammortizzanti e calzature idonee.
  • Le neuropatie da intrappolamento interessano i nervi plantare mediale e laterale (nervi misti) che derivano dal nervo tibiale e che decorrono lungo la pianta del piede. Possono provocare dolore plantare accompagnato da parestesie, bruciore ed ipoestesia. La diagnosi differenziale è con la radicolopatia S1 a partenza lombare e con la fascite plantare che però non provoca parestesie o bruciore. La terapia è basata sull’utilizzo di neurotrofici, antiinfiammatori e riposo funzionale. Tra le terapie fisiche l’InterX risulta efficace.

B) Posteriore:

  • La tendinopatia achillea inserzionale (TA) è la principale causa di dolore calcaneare posteriore. La TA È caratterizzata da degenerazione inserzionale con ispessimento, calcificazione inserzionale e lesione parziale. Al power doppler può essere presente neo-vascolarizzazione tendinea. Frequentemente è accompagnata da borsite superficiale e/o retrocalcaneare. Rappresenta circa il 25% delle tendinopatie achillee e condivide con le altre forme la genesi da sovraccarico funzionale favorito da sovrappeso, disfunzioni metaboliche, attività sportive di corsa o la danza, piede a morfotipo cavo supinato. Nel 25% dei casi è inoltre presente la cosiddetta deformità di Haglund che consiste nell’alterazione del profilo postero-superiore del calcagno. Questa deformità può determinare una sindrome da conflitto con la borsa retrocalcaneare e con il tendine d’achille, nella sua parte ventrale, durante i movimenti ripetuti di flesso-estensione della caviglia. I sintomi tipici sono dolore durante e dopo l’attività fisica, algia alla palpazione inserzionale e rigidità mattutina. Può essere presente tumefazione e rossore in sede postero-laterale che sono espressione di borsite retro calcaneare superficiale. Il trattamento conservativo prevede il riposo funzionale, crioterapia, ortesi plantari, esercizi eccentrici e terapia infiltrativa ecoguidata. Tra le terapie strumentali le più efficaci sono laser ad alta potenza e onde d’urto (per approfondimenti vai a Tendinopatia achillea).
  • Il conflitto posteriore di caviglia consiste nell’attrito tra il tubercolo posteriore dell’astragalo (terzo malleolo) o l’os Trigonum (osso accessorio presente nel 10% della popolazione) ed i tessuti molli posteriori come il tendine flessore lungo dell’alluce e la borsa retrocalcaneare. Questo conflitto si manifesta soprattutto nelle donne che portano tacchi alti, nei ballerini per i movimenti ripetuti sulle punte dei piedi e nei saltatori che estendono bruscamente e ripetutamente la caviglia. Si manifesta con dolore e versamento al compartimento posteriore, esacerbati dalla flessione plantare passiva (effetto “schiaccianoci”). Nel caso di conflitto posteriore possono risultare utili le infiltrazioni ecoguidate nel comparto posteriore.
  • Il morbo di Sever fa parte delle cosiddette apofisiti (come quella di Osgood-schlatter nel ginocchio) e consiste nell’infiammazione a livello del nucleo di accrescimento calcaneare. Rappresenta la principale causa di dolore calcaneare in bambini e adolescenti tra gli 8-13 anni. È più frequente nei ragazzi che praticano calcio o sport di salto, soprattutto in allenamenti su superfici dure e con frequenti balzi. Anche un tendine d’achille rigido favorisce la comparsa di m. di Sever. Il dolore compare durante le attività prolungate e scompare con il riposo. La compressione medio-laterale del calcagno è dolorosa. Le Rx possono evidenziare aumentata irregolarità e diastasi ossea del nucleo di accrescimento. La terapia consiste in riposo funzionale soprattutto dai balzi, crioterapia, terapia antiinfiammatoria sistemica e locale, allungamento delle catene posteriori ed utilizzo di talloniere morbide.

C) Mediale:

  • tendinopatia del tibiale posteriore: le funzioni del muscolo tibiale posteriore sono la flessione plantare del piede e la supinazione dell’articolazione sottoastragalica. Il tendine decorre all’interno della sua guaina dietro il malleolo tibiale mediale e che si divide in due fasci: il fascio mediale, più robusto si inserisce alla tuberosità dello scafoide, il fascio laterale invece si inserisce alle tre ossa cuneiformi. È un importante muscolo cavizzante e stabilizzatore mediale della caviglia che viene particolarmente sollecitato negli sport che richiedono numerosi cambi di direzione (basket, calcio, salti, corsa). La causa principale di tenosinovite è l’overuse, favorito da sindrome pronatoria e sovrappeso. Inizialmente si manifesta come tenosinovite, nelle forme più avanzate come tendinosi fino alla rottura del tendine. Anche i traumi acuti come fratture del malleolo mediale o distorsioni in eversione possono determinare tendinopatia. I sintomi sono dolore e edema sotto malleolare mediale che può arrivare fino allo scafoide, positività alla inversione contro-resistenza del piede e difficoltà nell’andatura sulla punta del piede. La valutazione dell’appoggio può evidenziare iperpronazione della sotto-astragalica con avampiede abdotto e retropiede valgo (segno delle “troppe dita”) nel lato affetto per insufficienza del tibiale posteriore. Nei casi avanzati dove vi è collasso mediale si può evidenziare anche conflitto del seno del tarso con dolore sotto-malleolare laterale. La diagnosi è clinica ed ecografica, eventualmente accompagnata da Rx (può evidenziare uno scafoide accessorio o frattura) ed RMN. La terapia è prevalentemente conservativa basata sulla terapia farmacologica antiinfiammatoria, riposo funzionale, ortesi correttive dell’iperpronazione ed infiltrazioni ecoguidate. Si possono abbinare terapie fisiche come laser ed ultrasuoni. In caso di rottura del tibiale posteriore l’approccio è chirurgico.
Insufficienza del tibiale posteriore dx. Segno delle “troppe dita”.
  • tendinopatia del flessore lungo dell’alluce: Il tendine FLA decorre sotto al malleolo mediale, posteriormente al fascio vascolo nervoso mediale, giunge la regione plantare, incrocia il tendine flessore lungo delle dita e va a inserirsi alla base della F2 del primo dito. Il muscolo flessore dell’alluce flette l’alluce e concorre alla flessione delle altre quattro dita ed alla flessione plantare del piede. Il tendine si può infiammare a livello del tunnel tarsale (ballerine) oppure a livello della fibrocartilagine tra le ossa sesamoidee (podisti). Fattori favorenti sono il sovraccarico funzionale in flessione plantare, ipertrofia del muscolo FLA, conflitto posteriore di caviglia. I sintomi principali solo dolore, crepitio ed a volte “scatto” in sede sotto malleolare mediale, che aumenta stando sulle punte nella tendinopatia prossimale. Nella tendinopatia distale, dolore alla flessione dell’alluce contro resistenza e riduzione della forza di flessione dell’alluce. La terapia è basata su terapia farmacologica antiinfiammatoria, ghiaccio e riposo funzionale, terapie fisiche, ortesi correttive ed infiltrazioni ecoguidate. Nei casi avanzati o nella rottura del FLA può essere chirurgica.
  • sindrome del tunnel tarsale: sindrome da intrappolamento del nervo tibiale posteriore a livello del tunnel tarsale che è costituito dal retinacolo dei flessori, superficie mediale di calcagno ed astragalo, legamento deltoideo e malleolo mediale. Le principali cause sono tenosinovite cronica dei flessori, iperpronazione del retropiede, esiti di frattura, artriti, neoformazioni occupanti spazio. La sintomatologia consiste in dolore e parestesie a tallone, pianta del piede e dita, peggiorata dalla stazione eretta, deambulazione e corsa. Il riposo e lo scarico alleviano il dolore. L’esame clinico evidenzia dolore alla compressione del tunnel (test di Tinel), deficit di flessione delle dita e positività al test di dorsiflessione/eversione passiva. La RMN accompagnata da ecografia ed EMG sono gli esami diagnostici. La terapia è prevalentemente conservativa basata sulla terapia farmacologica (neurotrofici ed antiinfiammatori), riposo funzionale, ortesi correttive ed infiltrazioni ecoguidate. Tra le terapie fisiche l’InterX risulta efficace.

D) Laterale:

  • tendinopatia dei peronei: il peroneo breve e lungo sono i cosiddetti tendini peronei; essi decorrono attraverso il retinacolo dei peronei in sede retro e sotto malleolare esterno per inserirsi alla base del V metatarso (peroneo breve) ed alla base del I metatarso e cuneiforme mediale (peroneo lungo). Le loro funzioni principali sono di flessione plantare, eversione e stabilizzazione laterale di caviglia. La tenosinovite dei peronei (sono dotati di guaina sinoviale) è causata da overuse (sport di fondo, salto, calcio, basket, pallavolo), favorito da appoggio cavo-supinato, sovrappeso, instabilità antero-laterale a seguito di pregresse distorsioni di caviglia, incontinenza del retinacolo dei peronei, frattura di calcagno. Nelle fasi avanzate ci può essere tendinosi e rottura tendinea degenerativa. La rottura tendinea può essere anche acuta nelle distorsioni di caviglia in inversione. In caso di rottura del retinacolo dei peronei vi può essere lussazione tendinea che necessità riparazione chirurgica. Clinicamente è presente dolore postero-laterale alla caviglia, con irradiazione laterale al retropiede e mesopiede, aggravato dall’inversione passiva e dall’eversione attiva, edema, tumefazione e sensazione di cedimento; positivo è il Test di compressione peroneale (rotture longitudinali del peroneo breve). La terapia è conservativa nelle tenosinoviti, anche correggendo mediante plantari l’appoggio cavo-supinato. Può essere chirurgica in caso di rottura tendinea e lussazione acuta o cronica dei peronei.
  • sindrome del seno del tarso: il seno del tarso è lo spazio anatomico tra astragalo e calcagno, che contiene strutture vascolo-nervose e legamenti (interosseo o a siepe) deputati alla stabilità dell’articolazione sotto-astragalica ed alla propriocezione durante il passo. La sindrome del seno del tarso può essere causata da trauma distorsivo acuto o ripetuto in inversione e da sindrome pronatoria cronica che determinano instabilità dell’articolazione sotto-astragalica. Clinicamente si manifesta con dolore sotto al malleolo peroneale accompagnato da sensazione di instabilità durante deambulazione e corsa su terreni accidentati e nei salti. La diagnosi è clinica. La RMN può documentare la lesione dei legamenti sotto-astragalici. Il trattamento è conservativo basato protocolli specifici di rinforzo muscolare ed allenamento propriocettivo, utilizzo di bendaggio (taping) durante l’attività sportiva. Le infiltrazioni con steroidi nel seno del tarso posso essere efficaci nel dolore persistente.

Sindrome della bandeletta

La sindrome della bandeletta (o tratto) ileo-tibiale consiste nell’infiammazione acuta o cronica della omonima bandeletta. In circa il 30% dei casi si associa una borsite. La bandeletta è una spessa striscia di tessuto connettivo fibroso che decorre lungo la coscia laterale, inserendosi prossimalmente sui tendini grande gluteo e tensore della fascia lata (con i quali è in continuità funzionale) e distalmente sul tubercolo di Gerby, situato nella faccia antero-laterale della tibia prossimale (alcune fibre si inseriscono anche sul retinacolo laterale rotuleo e sul tendine bicipite femorale). Il tratto ileo-tibiale contribuisce alla stabilizzazione dinamica del ginocchio e partecipa ai movimenti di estensione/rotazione esterna di ginocchio ed abduzione di anca.

Sindrome della bandeletta ileo-tibiale (da https://www.medicinenet.com)

Questa sindrome risulta più frequente in fondisti e mezzo-fondisti (fino al 14%), ciclisti, sollevatori di pesi.

La causa della sindrome è la frizione ripetuta della bandeletta con il condilo femorale esterno, durante i movimenti ripetuti di flesso-estensione di ginocchio. Il conflitto avviene prevalentemente a ginocchio flesso di 30° dove il contatto tra bandeletta e condilo femorale è massimo. Nella corsa il conflitto è maggiore nella transizione tra la fase di appoggio del piede e quella di spinta. Inoltre, in questa fase i muscoli grande gluteo e tensore della fascia lata si contraggono eccentricamente provocando tensione della bandeletta. Nei ciclisti è molto importante una corretta biomeccanica in quanto il sellino troppo alto o il dorso troppo distante, favoriscono l’infiammazione della bandeletta. Uno dei principali fattori di rischio è la debolezza dei muscoli abduttori/extrarotatori delle anche che favorisce il valgo dinamico del ginocchio (con adduzione di anca e rotazione interna tibiale) durante la corsa; altri fattori favorenti sono dismetria degli arti, varismo di ginocchio, cavismo del piede.

Sintomi e segni: Dolore localizzato al condilo femorale esterno di ginocchio, irradiato alla faccia laterale di tibia ed alla coscia laterale che aumenta durante la corsa (inizialmente dopo 2-3 km) o nella discesa dalle scale. Camminando a ginocchio esteso il dolore tende a ridursi. La palpazione della bandeletta è dolorosa ed è apprezzabile tumefazione e crepitio. Meno frequente è il dolore inserzionale distale sul tubercolo di Gerby. I test di Noble e Ober sono spesso positivi. Nel test di Ober si estende ed abduce l’anca a ginocchio esteso con il paziente in decubito controlaterale; successivamente si adduce l’anca provocando tensione a fascia lata e bandeletta.

Diagnosi: la diagnosi è clinica ed ecografica. Si pone diagnosi differenziale con altre tendinopatie di ginocchio come quelle di bicipite femorale e popliteo; sindrome femoro-rotulea; meniscopatia esterna; lesione del LCL, radicolopatia L5, sindrome miofasciale.

Terapia: Risulta importante il riposo funzionale dallo sport (sospensione di corsa e bici!); in questa fase si effettua terapia antinfiammatoria locale e sistemiche (crioterapia, cerotti e FANS per bocca), terapia strumentale (laser, ultrasuoni, tecarterapia), allungamento miofasciale di psoas, glutei, tensore della fascia lata e riprogrammazione posturale (ad esempio con plantari e rialzi in caso di dismetrie); successivamente è importante il rinforzo muscolare (abduttori ed extrarotatori delle anche) che è propedeutico alla ripresa dell’attività sportiva che però sarà graduale, incrementando progressivamente intensità e frequenza. Molto importante il controllo della tecnica di corsa, inducendo un aumento della cadenza per evitare un eccessiva flessione di ginocchio. Nel caso di persistenza dei sintomi possono essere molto utili le infiltrazioni ecoguidate con collagene, acido ialuronico con o senza steroidi.

Sindrome del dolore gluteo profondo

La sindrome del dolore gluteo profondo (SDGP o Deep gluteal syndrome) è causata dalla compressione del nervo sciatico° non in sede discale o extra pelvica ma da parte di un gruppo di strutture anatomiche localizzate nel cosiddetto spazio sotto gluteo. Una di queste strutture è il muscolo piriforme ma, dato che anche altre strutture possono comprimere il nervo sciatico, è preferibile utilizzare il termine SDGP piuttosto che sindrome del piriforme.

° Il nervo sciatico origina dal plesso sacrale, decorre nel forame ischiatico anteriormente al muscolo piriforme ed al legamento sacro-tuberoso, procede passando posteriormente al complesso dei muscoli gemelli-otturatore interno e quadrato del femore ed infine decorre nel tunnel ischiatico passando lateralmente alla tuberosità ischiatica e medialmente al piccolo trocantere, per poi decorrere lungo la coscia posteriore.

Spazio gluteo profondo

La SDGP è caratterizzata da dolore e/o parestesie nella regione glutea, anca o coscia posteriore, causate dalla compressione del nervo sciatico.

Epidemiologia: Alcuni Autori ritengono che fino all’8% dei casi di sciatalgia siano imputabili alla sindrome del dolore gluteo profondo. Nella SDGP il dolore è solitamente monolaterale, colpisce maggiormente il sesso femminile, i ballerini e tra gli sportivi i podisti, vogatori e ciclisti. Altri fattori predisponenti sono sovrappeso, dismetrie agli arti inferiori, traumi glutei e sindromi ansioso-depressive.

Sintomi e segni clinici: il sintomo tipico è il dolore gluteo talvolta irradiato alla coscia posteriore, accompagnato da parestesie; i pazienti riferiscono spesso un pregresso trauma gluteo, zoppia durante la deambulazione, difficoltà a salire le scale, ridotta tolleranza alla postura seduta ed incapacità di accavallare le gambe. All’esame obiettivo a paziente supino con arti inferiori estesi, l’atteggiamento in rotazione esterna dell’arto affetto può essere indice di un accorciamento di piriforme e degli altri extra-rotatori. In decubito laterale con anca e ginocchio flessi a 90° gradi la palpazione della regione glutea provoca dolore e si possono apprezzare cordoni muscolari contratti. Ci sono poi test clinici come il classico test di Laségue per il nervo sciatico ed i più specifici test di Pace, Freiberg, Beatty, il test passivo ed attivo per il muscolo piriforme, il test attivo per ischio-crurali ed il test per conflitto ischio-femorale*.

Le principali strutture presenti nello spazio sotto-gluteo che possono comprimere il nervo sciatico sono:

  1. Cicatrici fibrose
  2. Muscoli (piriforme, otturatori, gemelli e quadrato del femore)
  3. Tendini (ischio-crurali)
  4. Ossa (conflitto ischio-femorale)
  5. Strutture vascolari (arterie iliache e glutee)
  6. Altre cause
  1. Cicatrici fibrose: pregressi traumi diretti od indiretti dello spazio sotto-gluteo posso determinare ematomi profondi che a volte esitano in cicatrici fibrose che comprimono o intrappolano a vari livelli il nervo sciatico.
  2. Sindrome del piriforme: Il muscolo piriforme è la struttura che più frequentemente determina compressione extra-pelvica del nervo sciatico. Il piriforme è un muscolo piatto che origina dalla faccia pelvica del sacro, decorre nel forame ischiatico e si inserisce sul gran trocantere. La sua funzione è di abdurre e ruotare il femore (extra-rotatore ad anca estesa ed abduttore ad anca flessa). Il nervo sciatico generalmente passa anteriormente e sotto il piriforme, anche se sono note varianti anatomiche in cui può decorrere attraverso lo stesso. Le cause di compressione dello sciatico possono essere ipertrofia o fibrosi del piriforme ma anche compressione durante il movimento di flessione-adduzione-rotazione interna del femore. La compressione dinamica del nervo può essere provocata anche dal complesso gemelli-otturatore interno. È stato anche descritto un effetto “forbice” sul nervo sciatico nel suo decorso tra il piriforme ed il complesso gemelli-otturatore interno. I test clinici principali sono il Test passivo e quello attivo per il muscolo piriforme*.
  3. Sindrome degli ischio-crurali: entesopatia cronica o trauma acuto dei tendini ischio-crurali con o senza distacco della tuberosità ischiatica possono determinare aderenze cicatriziali che intrappolano il nervo sciatico lateralmente alla tuberosità ischiatica. In questi casi il dolore è a livello gluteo inferiore irradiato coscia posteriore. La palpazione del bordo laterale della tuberosità ischiatica è dolorosa; il test specifico è il test attivo degli ischiocrurali*.
  4. Conflitto ischio-femorale: Il conflitto ischio-femorale (IFI) è una delle possibili cause di dolore gluteo profondo. Il conflitto è causato dalla riduzione dello spazio tra la tuberosità ischiatica ed il piccolo trocantere (spazio ischio-femorale) sotto i 17 mm. Questo conflitto può provocare infiammazione del muscolo quadrato del femore, tendinopatia degli ischio-crurali e compressione del nervo sciatico. I test specifici per IFI sono il test per conflitto ischio-femorale ed il test della falcata*.
  5. Aneurismi e stenosi vascolari: stenosi, ischemia o aneurisma in particolare di arteria iliaca o glutea inferiore possono provocare dolore gluteo profondo con caratteristiche di una claudicatio vascolare.
  6. Altre cause: la neuropatia compressiva del nervo pudendo al bordo mediale della tuberosità ischiatica provoca dolore e parestesie al gluteo irradiati in zona perineale e genitale; la coxartrosi determina tipicamente dolore inguinale con irradiazione alla coscia anteriore, meno tipicamente si evidenzia dolore posteriore in sede glutea; una artropatia infiammatoria (sacroileite) o degenerativa dell’articolazione sacro-iliaca può mimare una sciatica detta “mozza” perché riferita a gluteo e coscia posteriore; anche un DIM (disturbo intervertebrale minore, secondo Maigne) alla cerniera lombosacrale o una disfunzione miofasciale con presenza di Trigger points (secondo Travell e Simons) possono manifestarsi con un dolore gluteo.
Conflitto dinamico piriforme/sciatico (da https://nsmoc.com)

Diagnosi: la diagnosi è basata su specifici test clinici, surrogati dalla diagnostica strumentale come RMN, ecografia e rx tradizionale. L’elettromiografia può confermare la compressione dello sciatico a valle del rachide lombo-sacrale.

Trattamento: Il trattamento è inizialmente conservativo, basato su riposo funzionale dalle attività favorenti la sindrome, terapia farmacologica (FANS, Neurotrofici e miorilassanti), terapia manuale miotensiva, esercizi terapeutici (molto importanti gli esercizi di neuro-dinamica per il nervo sciatico) e di riequilibrio posturale. Le infiltrazioni eco guidate con steroidi ed anestetici locali possono essere molto efficaci sia a livello diagnostico che terapeutico. La decompressione endoscopica od in chirurgia aperta è raccomandata in caso d’insuccesso della terapia conservative o in presenza di masse o anomalie ossee che comprimano il nervo sciatico (ad esempio nel conflitto ischio-femorale).

*Test clinici:

– Il test di Pace consiste nell’invitare il paziente seduto ad abdurre e ruotare esternamente le anche contro la resistenza.

– Il test di Freiberg consiste nella rotazione interna passiva della gamba a paziente prono e ginocchio flesso a 90° gradi. Questa manovra provoca lo stiramento del piriforme. Il test di Freiberg inverso consiste nel chiedere al paziente prono di flettere a 90° gradi il ginocchio, portare esternamente la gamba il più possibile e ruotare internamente contro resistenza posizionando una mano dell’esaminatore al malleolo mediale e l’altra al ginocchio per stabilizzarlo.

– Il test di Beatty consiste nell’abdurre il femore contro la resistenza con il paziente in decubito laterale ad anca e ginocchio flessi a 90° gradi, stabilizzando il bacino con una mano.

– Il test di Mirkin consiste nel comprimere il gluteo con il paziente in piedi a busto flesso anteriormente.

– Il test passivo per piriforme: a paziente seduto, l’esaminatore muove passivamente l’arto inferiore in flessione, adduzione e rotazione interna mentre con l’indice dell’altra mano palpa la zona glutea a livello del piriforme.

– Il test attivo per piriforme: consiste nell’abduzione/rotazione esterna contro-resistenza della gamba a paziente in decubito laterale con il tallone appoggiato al lettino.

– Test per conflitto Ischio-femorale: si esegue con il paziente in decubito laterale. L’esaminatore muove passivamente l’anca in estensione ed adduzione e quindi la porta in estensione-abduzione. Il test è positivo se provoca dolore in adduzione e la scomparsa del dolore in abduzione.

– Il test della falcata: la deambulazione a lunghe falcate può creare dolore gluteo. Il dolore poi recede se il paziente procede a piccoli passi.

Dolore alla spalla

Il dolore di spalla o spalla dolorosa rappresenta circa il 16% di tutte le patologie dell’apparato muscolo-scheletrico. I sintomi comuni a tutte le patologie di spalla sono dolore (spesso notturno), limitazione funzionale con presenza di compensi e contrattura muscolare.

L’articolazione della spalla

Le cause possono essere traumatiche (lussazioni, lesioni tendinee, fratture), da sovraccarico (tendinopatie, borsiti, conflitto ed instabilità) o degenerative (artrosi, calcificazioni). La capsulite adesiva (o frozen shoulder) è una complicanza di alcune forme dolorose di spalla ed in alcuni casi è la causa primaria di dolore.

La diagnosi è clinica ed ecografica. Anche rx tradizionale e RMN sono opzioni diagnostiche valide, qualora l’esame ecografico non sia sufficiente ad una diagnosi completa.

La terapia è basata sulla fisioterapia con esercizi rieducativi, terapia manuale e strumentale (ad esempio la laserterapia ad alta potenza), accompagnata da terapia farmacologica (FANS o Steroidi). Le infiltrazioni ecoguidate coadiuvano il trattamento con ottimi risultati in termini di riduzione del dolore e miglioramento della funzionalità (si utilizzano acido ialuronico, collagene o cortisonici). Nella capsulite adesiva è molto efficace la dilatazione capsulare ecoguidata. In presenza di calcificazioni possono essere praticate le onde d’urto o la frammentazione/aspirazione ecoguidata della calcificazione.

La chirurgia è riservata nei casi più importanti di traumi acuti e cronici o nel caso d’insuccesso del trattamento conservativo.

Se hai male alla spalla contatta il Dr. Valent!

Rieducazione di spalla

Tendinopatia calcifica di spalla

La tendinopatia calcifica di spalla (o calcificazione di spalla) è una delle più frequenti cause di spalla dolorosa. La sua frequenza varia dal 7,5% al 22% dei casi di tendinopatia di spalla ed ha una maggiore prevalenza nel sesso femminile tra i 30 ed i 50 anni. Le calcificazioni singole o multiple si localizzano prevalentemente nella zona inserzionale (entesi) o preinserzionale (la cosiddetta “zona critica”) del tendine sovraspinoso (circa l’80%), ma non è raro che le calcificazioni si localizzino anche al sottospinoso o al tendine sottoscapolare.

Tendinopatia calcifica del sovraspinoso

Altre localizzazioni tipiche al di fuori della spalla sono il tendine d’achille (incidenza 2,5%), la fascia plantare, il tendine quadricipitale, il tendine del medio gluteo, gli epicondiloidei e gli adduttori. Le cause delle tendinopatie calcifiche non sono del tutto chiare, ma si ritiene che siano espressione di un processo multifocale attivo, cellulo mediato o di una distrofia calcifica legata alla degenerazione delle fibre tendinee, particolarmente evidente nei tendini sottoposti a sovraccarico funzionale lavorativo e/o sportivo ed in soggetti predisposti (fattori genetici ed ormonali). Secondo Uhthoff e Loehr (1997), la calcificazione si sviluppa classicamente secondo tre stadi in successione: pre-calcifico, calcifico (diviso in tre fasi: formativa, di stato, di riassorbimento) e post-calcifico in cui la calcificazione viene sostituita da tessuto di granulazione. La formazione e riassorbimento delle calcificazioni è un processo graduale che può durare mesi o anche anni. Vi sono però casi in cui la calcificazione, giunta nella fase di stato, entra in una condizione di quiescenza metabolica per cui, in assenza di uno stimolo, non tende al riassorbimento.

Clinicamente la tendinopatia calcifica di spalla si presenta con un dolore acuto, accompagnato da limitazione funzionale con difficoltà o impossibilità a ruotare e ad elevare/abdurre l’arto superiore oltre i 90°. I sintomi spesso esordiscono a riposo (spesso durante le ore notturne) e nelle forme più acute la spalla è talmente bloccata che si definisce “congelata” (spalla congelata o frozen shoulder). La sintomatologia però è dipendente dalla fase clinica in quanto è maggiormente evidente nella fase del riassorbimento.

La diagnosi strumentale si avvale della radiografia tradizionale e dell’ecografia; quest’ultima, in particolare, documenta molto bene la strutturazione o il riassorbimento della calcificazione, a seconda della presenza o meno del cono d’ombra posteriore. La calcificazione nel contesto di un tendine può essere classificata in base alla sua morfologia in:

  1. Densa a limiti netti
  2. Densa multilobulare
  3. Eterogenea a margini irregolari
  4. Calcificazione distrofica inserzionale
  5. Invasione bursale

Il trattamento della tendinopatia calcifica di spalla è prevalentemente di tipo conservativo, basato sulla rieducazione funzionale (esercizi specifici di decoaptazione articolare o esercizi pendolari), sull’utilizzo di farmaci a scopo analgesico ed antiinfiammatorio (terapia cortisonica per bocca o per via infiltrativa) e sulle terapie fisiche come la laserterapia ad alta potenza, l’ultrasuonoterapia e le onde d’urto. Nella fase del riassorbimento, in cui la calcificazione si presenta di materiale simil-gelatinoso può essere indicato il lavaggio percutaneo ecoguidato con la frammentazione ed aspirazione del deposito calcifico. Nel caso di fallimento dell’approccio conservativo, si rende necessario l’intervento artroscopico o in mini open.


Dolore al ginocchio

Articolazione del ginocchio

Il dolore al ginocchio è molto frequente sia negli sportivi che nelle persone comuni. Il dolore in forma acuta, nella maggior parte dei casi, è legato a traumi diretti o indiretti con interessamento di capsula, legamenti o menischi. Il dolore cronico è causato prevalentemente da usura della cartilagine e dei menischi con conseguente artrosi. Anche i tendini (rotuleo, zampa d’oca o quadricipitale) sono soggetti ad infiammazione acuta e cronica.

Molto importante è una corretta diagnosi per individuare il percorso terapeutico più idoneo. La terapia è spesso conservativa, basata su terapia riabilitativa, strumentale e manuale. In caso di versamento articolare (artrosinovite) può essere necessario eseguire un artrocentesi + infiltrazione con steroide e successive infiltrazioni con acido ialuronico, collagene o PRP che spesso sono risolutive per eliminare o ridurre il dolore e facilitare il recupero funzionale.

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Ecografia muscoloscheletrica

Il Dr. Alessandro Valent, durante la visita fisiatrica effettua, se indicato, ecografia muscolo-scheletrica. Questa metodica permette maggiore accuratezza nella diagnosi e una riduzione dei tempi di guarigione, perché consente di impostare contestualmente alla visita il miglior percorso terapeutico.

Inoltre, grazie alla guida ecografica il Dr. Valent può effettuare con maggiore precisione ed efficacia le infiltrazioni articolari e tendinee; in ecoguida possono anche essere aspirati efficacemente ematomi o versamenti muscolari o articolari o sciolte le calcificazioni tendinee.

La metodica infiltrativa ecoguidata prende il nome di Fisiatria interventistica Fisiatria interventistica.

Distorsione di caviglia

La distorsione di caviglia è un evento molto frequente sia nello sport che nelle attività quotidiane. Essa rappresenta circa il 20% di tutti i traumi sportivi, con maggior incidenza nel basket, nella pallavolo e nel calcio. Circa l’85% delle distorsioni avviene in inversione (sopratutto per motivi di tipo anatomico e perchè vi è una prevalenza nella popolazione del morfotipo cavo-supinato), con interessamento prevalente del compartimento esterno della caviglia. Nella maggior parte dei traumi acuti vengono coinvolte strutture capsulo-legamentose, meno frequentemente si possono associare fratture o lesioni cartilaginee.  I legamenti maggiormente interessati da lesione sono il Peroneo-Astragalico Anteriore (LPAA), il legamento Deltoideo e la Sindesmosi Tibio-Peroneale. I fattori di rischio che predispongono alla distorsione di caviglia sono:

  • Piede cavo-varo
  • Lassità legamentosa
  • Terreni irregolari e tipo di sport

La classificazione anatomo-patologica (Lanzetta, 1977) dei traumi acuti in inversione è la seguente:

0°- non lesione legamentosa

1°- lesione parziale del LPAA

2°- lesione del LPAA e del LPC

3°- lesione del LPAA, del LPC e del LPAP

In base a criteri temporali le distorsioni di caviglia si classificano in:

  • acute
  • recenti su traumi distorsivi precedenti (entro 1 aa)
  • instabilità croniche (in soggetti predisposti)

La diagnosi è clinica attraverso attenta anamnesi ed esame obiettivo, con l’ausilio di valutazioni strumentali come l’ecografia, l’RX (standard e funzionali) e la RMN nei casi più gravi.

La terapia è nella maggior parte dei casi conservativa. Il trattamento conservativo si suddivide in fase acuta (3-7 gg), fase subacuta (7-15 gg) e della guarigione (15-30 gg).

In fase acuta il primo presidio è il classico protocollo Price con un periodo di riposo, astensione dal carico, utilizzo di ghiaccio e bendaggio compressivo per 3-5 giorni. In questa fase sono utili antinfiammatori ed antiedemigeni, Terapie Fisiche (Ultrasuoni, Tecar e Laserterapia) e massaggi di scarico.

In fase subacuta, quando cominciano ad attenuarsi l’edema e il dolore, si concede il carico progressivo con l’ausilio di cavigliere a gusci laterali. Si introducono esercizi di mobilizzazione articolare, prima passivi, poi attivi in prono-supinazione e flesso-estensione e precocemente esercizi propriocettivi con asciugamano e tavolette instabili, da svolgere con carichi progressivi partendo dalla posizione seduta, per poi passare al carico bipodalico e infine monopodalico. Scomparso il dolore si parte con il rinforzo muscolare tramite esercizi isometrici contro lo stipite della porta, isotonici con elastici e con alzate sui talloni e sulle punte. Sono da rinforzare inoltre anche i muscoli glutei. Se persiste dolore da versamento articolare o danno cartilagineo associato, può essere utile eseguire infiltrazioni articolari con steroide, ac. ialuronico o collagene.

Nella fase della guarigione si concede la corsa rettilinea e solo successivamente i cambi di direzione. Infine si introducono gli esercizi pliometrici (salti), i balzi laterali e le attività sport-specifiche.

Il trattamento chirurgico è riservato in casi selezionati (distorsioni di 3° grado nello sportivo) ed in caso di instabilità meccanica e funzionale associate, nonostante un trattamento riabilitativo di almeno 3 mesi:

  • Ricostruzioni anatomiche (generalmente da preferire)
  • Ricostruzioni non anatomiche tipo tenodesi (da scegliere in caso di instabilità di tibiotarsica e sottoastragalica associate).