Acido ialuronico

Molecola dell’acido ialuronico

L’acido ialuronico (AI) è un componente fondamentale dei tessuti connettivi. L’AI è un polisaccaride lineare che fa parte della famiglia dei glicosaminoglicani ed è presente nella sostanza amorfa di cartilagine e tendine, nel liquido e nella membrana sinoviale. Nel tessuto cartilagineo e tendineo l’acido ialuronico e i proteoglicani costituiscono una struttura tridimensionale in grado di assorbire acqua, conferendo ai tessuti elasticità e resistenza. Nel liquido sinoviale l’AI è responsabile della viscosità ed ha azione lubrificante ed ammortizzante. Nella membrana sinoviale invece esercita una protezione meccanica sui sinoviociti e sulle terminazioni nervose, mantenendo l’omeostasi dell’ambiente articolare.

L’utilizzo terapeutico dell’acido ialuronico in sede articolare o tendinea viene denominato viscosupplementazione. Questa metodica è molto diffusa nella pratica clinica e la sua efficacia è comprovata da numerosi studi scientifici. Nelle condropatie e nell’artrosi l’AI iniettato direttamente in articolazione è in grado di determinare diversi effetti biologici:

  • Effetto visco-elastico: ripristino delle proprietà meccaniche e viscoelastiche del liquido sinoviale,
  • Effetto visco-induttivo: stimolo alla produzione di AI endogeno,
  • Riduzione degli indici di infiammazione sinoviale
  • Riduzione dell’apoptosi indotta da NO

In queste patologie vengono solitamente utilizzati preparati lineari a medio/basso peso molecolare (500-1200 kDalton) nelle forme iniziali e ad alto peso molecolare (1300-3600 kD) in quelle avanzate. Esistono poi preparati di acido ialuronico cross-linkato. Il cross-link è un processo che consente di legare tra di loro molecole di acido ialuronico lineare per ottenere una struttura reticolare che acquista la consistenza di gel. Ciò conferisce al farmaco tempi di emivita più lunghi. Il tempo di permanenza intra-articolare, infatti, varia da pochi giorni per l’acido ialuronico lineare a diverse settimane per l’acido ialuronico cross-linkato. I composti cross-linkati hanno inoltre caratteristiche viscoelastiche ottimali che necessitano un minor numero di infiltrazioni. Da un punto di vista clinico la viscosupplementazione intra-articolare ha un buon effetto sul dolore a medio-lungo termine (6-12 mesi), determina un buon incremento funzionale e pochi effetti collaterali. Il trattamento necessita solitamente di applicazioni multiple (3-5 sedute) e non deve essere effettuato in caso di sinovite acuta (in questo caso è meglio partire con un cortisonico retard). I preparati cross-link prevedono infiltrazioni singole ogni 6-12 mesi.

La viscosupplementazione è effettuata con successo anche nelle tendinopatie degenerative e nelle lesioni parziali (in particolare nella patologia di cuffia dei rotatori, del tendine rotuleo e dell’achilleo). Gli studi infatti dimostrano che l’acido ialuronico è in grado di regolare la produzione di Metallo-proteasi (MMP), promuovere la riparazione e la biosintesi delle componenti tendinee e ridurre la neo-vascolarizzazione e il conseguente sviluppo di terminazioni nervose sensitive (che provocano dolore). I protocolli terapeutici in caso di tendinopatia prevedono l’esecuzione di 3-5 sedute a cadenza settimanale/bisettimanale con acido ialuronico a medio/basso peso molecolare. Recentemente i protocolli infiltrativi eco guidati vengono sempre più utilizzati, al fine di garantire una sempre maggiore precisione ed efficacia di trattamento.

Esercizio eccentrico o contrazione eccentrica

La contrazione eccentrica od esercizio eccentrico consiste nella contrazione muscolare mentre l’unità muscolo-tendinea si allunga. Gli esercizi eccentrici fanno parte integrante dei protocolli riabilitativi in molte patologie muscolotendinee.  L’efficacia dell’esercizio eccentrico nelle tendinopatie è stata dimostrata in numerosi studi su tendine achilleo, rotuleo ed epicondiloidei. Questi specifici esercizi promuovono:

  • l’allungamento delle unità muscolo-tendinee,
  • la produzione di collagene tipo I,
  • la riduzione della neovascolarizzazione,
  • l’orientamento delle fibre collagene lungo in direzione del carico,
  • l’ipertrofia del tessuto tendineo.

Inoltre, con l’esercizio eccentrico si  riproducono le sollecitazioni fisiologiche a cui sono sottoposti muscoli e tendini durante i movimenti quotidiani e lo sport. Questi benefici effetti si traducono nella diminuzione della sintomatologia dolosa e nell’incremento funzionale, senza reazioni avverse.

Esercizio eccentrico per tendinopatia achillea, eseguibile con un gradino o uno step

Tra i tanti protocolli proposti quello di Alfredson H. per la tendinopatia achillea è forse il più utilizzato. Questo protocollo prevede l’esecuzione di 3 serie da 15 ripetizioni di esercizi eccentrici a difficoltà crescente, due volte al dì per 12 settimane. L’esercizio viene eseguito sia con ginocchia estese che flesse e prevede inizialmente la flessione plantare (stando sulle punte) per pochi secondi, seguita da un lento passaggio alla flessione dorsale massimale che deve essere mantenuta per 15-20 secondi.

Nel caso di tendinopatia rotulea il protocollo preso a modello è quello di Curwin e Stanish. Questo protocollo dura 6 settimane e prevede iniziale

Esercizio eccentrico per il tendine rotuleo

riscaldamento, stretching statico prima e dopo attività, esercizi eccentrici (mezzi squat) a velocità e carichi progressivi ed infine ghiaccio a massaggio per 3-5 minuti.

Negli infortuni muscolari, invece, gli esercizi eccentrici vengono utilizzati sia nella prevenzione che nel trattamento. Infatti, l’allenamento eccentrico favorisce l’ipertrofia muscolare, aumenta l’angolo di pennazione delle fibre, la lunghezza dei fasci, induce un’attivazione neurale e stimola la sintesi di collagene, producendo in tal modo maggiori guadagni di forza rispetto ai programmi concentrici o isometrici.

Presso il Poliambulatorio Medica plus è possibile eseguire diverse terapie riabilitative tra cui il protocollo eccentrico, sotto la supervisione del Dr. Valent.

Ginocchio del saltatore (Jumper’s knee) o tendinopatia rotulea

Il ginocchio del saltatore o “jumper’s knee” è una tipica tendinopatia inserzionale a carico dell’apparato estensore del ginocchio che affligge soprattutto gli atleti dediti a sport con frequenti scatti e balzi (pallavolo, pallacanestro, atletica).  Il jumper’s knee ha una prevalenza tra gli sport di circa l’8% e colpisce il 14% dei pallavolisti ed il 13% dei cestisti. La tendinopatia può essere localizzata al polo inferiore della rotula (65%), al polo superiore (25%) o alla tuberosità tibiale (10%). L’eziopatogenesi è legata ad un sovraccarico funzionale dell’apparato estensore da microtraumi eccentrici ripetuti nel tempo, con tentativi di riparazione inefficaci. I fattori predisponenti sono sia di tipo estrinseco che intrinseco:

  • Malallineamento rotuleo ed alterato appoggio plantare
  • Osteocondrosi del ginocchio (Osgood-Schlatter, Sinding-Larsen-Johansson).
  • Ridotta dorsiflessione della caviglia
  • Sovrappeso
  • Calzature non idonee.
  • Superfici di gioco inadatte.
  • Intensità, frequenza e metodiche di allenamento scorrette.

A causa della patologia il tendine si presenta ispessito e con aree inserzionali di degenerazione, microlesione e neovascolarizzazione senza evidenti processi infiammatori.

Sintomatologia: Il dolore si presenta in particolare durante la fase eccentrica del movimento e cioè nelle fasi di decelerazione, salto, discesa con andamento ingravescente, dapprima a riposo e successivamente durante l’attività tale da limitare od impedire l’attività stessa. La classificazione secondo Blazina (1973) è in quattro gradi:

  1. Dolore dopo attività sportiva senza limitazione funzionale.
  2. Dolore all’inizio dell’attività, scompare con il riscaldamento per ricomparire dopo l’attività, condiziona la prestazione fisica.
  3. Dolore durante e dopo l’attività con limitazione del rendimento atletico.
  4. Lesione tendinea, impossibilità di effettuare qualsiasi attività.
Tendinopatia rotulea all’esame ecografico

La diagnosi è prevalentemente clinica, coadiuvata dall’ecografia e dalla Risonanza Magnetica. Importante differenziare il ginocchio del saltatore dalla condropatia rotulea (talvolta coesiste) e dalla sindrome femoro-rotulea (più frequente nel sesso femminile). Nei pazienti adolescenti è necessario escludere la presenza di apofisite alla tuberosità tibiale (Osgood-Schlatter) o all’apice inferiore rotuleo (Sinding-Larsen-Johansson).

Il trattamento è generalmente conservativo. Il protocollo riabilitativo prevede inizialmente la riduzione dell’attività sportiva, associando terapia antiinfiammatoria, crioterapia, stretching ed utilizzo di cinturino sottorotuleo. In questa fase è utile anche la correzione degli eventuali difetti d’appoggio con plantari. Tra le terapie strumentali quelle più utilizzate sono Laser ad alta potenza, Diatermia, US a freddo ed Onde d’urto.

In fase subacuta iniziano gli esercizi di potenziamento muscolare isometrico ed in particolare eccentrico (secondo Curwing e Stanish), associando stretching ed esercizi propriocettivi. Nelle forme più gravi si può rendere utile il Massaggio trasverso profondo ed il trattamento infiltrativo con acido ialuronico e/o PRP. Infine si procede al ricondizionamento cardiorespiratorio ed al ritorno allo sport.

Esercizio eccentrico per tendinopatia rotulea

Il Trattamento chirurgico è da riservare in caso di insuccesso delle terapie conservative per oltre 6 mesi. Gli interventi più frequentemente eseguiti sono:

  •  Toilette inserzionale, perforazioni, scarificazioni
  •  Microdebridment con vaporizzatore

Tendinopatie acute e da sovraccarico

Complessivamente le patologie tendinee o tendinopatie rappresentano circa il 7% di tutte le patologie ed il 45% delle malattie professionali. Nello sportivo costituiscono il 10-15% delle patologie sport specifiche. Esistono fattori di rischio che predispongono alle tendinopatie. Essi sono suddivisi in intrinseci (direttamente correlati al paziente) ed estrinseci (non direttamente correlati). I principali fattori intrinseci sono scarsa vascolarizzazione tendinea, mal allineamenti, dismetrie, difetti posturali e di appoggio, lassità, sovrappeso, squilibri muscolari. Quelli estrinseci sono, ad esempio, tipologia di sport o lavoro, errori nelle gestualità, scorretta preparazione, calzature e terreni di gioco inadeguati. In letteratura sono molte le classificazioni delle tendinopatie. Noi le classifichiamo in base alla fase clinica e secondo criteri anatomopatologici in:

  • Tendinopatie acute
    • Rottura parziale
    • Rottura completa
    • Tenosinovite
    • Peritendinite
  • Tendinopatie da sovraccarico
    • Tendinopatia inserzionale
    • Peritendinite ad impronta tendinosica
    • Tendinosi
    • Tendinopatia calcifica

Le tendinopatie acute sono caratterizzate da flogosi, edema ed essudato peritendineo od interruzione parziale o completa della continuità tendinea nel caso di rottura acuta.

Le tendinopatie croniche, invece, sono generalmente dovute ad un sovraccarico funzionale e vengono definite da “overuse”.  In questo caso si assiste ad un processo degenerativo ed involutivo tendineo con evidenza di neoangiogenesi, cavità microcistiche, microlesioni, calcificazioni, generalmente con scarsa componente infiammatoria. Nelle tendinopatie croniche la risposta di adattamento ai carichi di lavoro, sia a livello cellulare che della matrice cellulare, risulta inadeguata ed espone il tendine ad una transitoria debolezza che porta alla lesione da Overuse (Archambault et al. 1995). Tra le tendinopatie da sovraccarico ricoprono notevole importanza le tendinopatie inserzionali (come epicondilite, tendinopatia rotulea, sindrome retto-adduttoria..). Esse sono patologie delle giunzioni osteo-tendinee da sovraccarico funzionale, frequenti nello sportivo, causate da microtraumi, soprattutto di tipo eccentrico, ripetuti nel tempo. Le tendinopatie calcifiche o microcalcifiche, frequenti a livello della spalla e del calcagno consistono nella deposizione di sali di calcio a livello delle entesi, a seguito di processi flogistici cronici in pazienti predisposti. La tendinosi è un processo caratterizzato da fenomeni degenerativi intratendinei con alterazione della architettura. A livello microscopico si possono evidenziare aree di degenerazione ialina, mucosa, fibrinoide, grassa con eventuali calcificazioni e microlesioni che riducono l’elasticità e la resistenza tendinea. La tendinosi è generalmente asintomatica a meno che non vi sia associata una condizione infiammatoria (peritendinite ad impronta tendinosica, tenosinovite). Le rotture tendinee sono l’evento clinico più temibile, che si manifestano generalmente al culmine del processo degenerativo tendineo.

Diagnosi: La diagnosi di tendinopatia è basata inizialmente sull’anamnesi e sull’esame posturale e clinico, supportate dalla diagnostica strumentale. Indagine di primo livello sulle tendinopatie è senza dubbio l’ecografia mediante sonde lineari ad alta frequenza e con l’ausilio del power doppler, in grado di evidenziare molto bene l’architettura tendinea, la presenza di iperemia, neovascolarizzazione, flogosi, calcificazioni e rotture. Rx tradizionale e Risonanza magnetica possono dare informazioni utili e complementari.

Terapia: Il trattamento delle tendinopatie prevede inizialmente un approccio di tipo conservativo multidisciplinare, basato sull’utilizzo di terapie farmacologiche, strumentali e rieducative, bilanciate tra loro a seconda della fase clinica. Nell’iter riabilitativo le fasi cliniche si possono suddividere in tre fasi:

  1. Fase: riduzione della flogosi e del dolore
  2. Fase: recupero della forza e della coordinazione
  3. Fase: recupero della funzionalità e del gesto

Nella prima fase l’obiettivo principale è la riduzione del dolore e dell’infiammazione. A tale scopo consigliamo l’associazione tra terapia farmacologica, strumentale e tecniche rieducative e manuali, volte alla detensione e al rilassamento muscolare. Molto importante è il riposo attivo attraverso la riduzione/eliminazione delle attività dolorose e dei movimenti ripetitivi causali (sport e lavoro). I farmaci più utilizzati sono i FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), i corticosteroidi (Metilprednisolone, Triamcinolone e Betametasone) ad uso sistemico e locale tramite infiltrazione e/o mesoterapia, l’acido ialuronico intratendineo e peritendineo, gli integratori orali per il trofismo muscolo-tendineo (a base di collagene idrolizzato, vitamine, Metilsulfonilmetano, Arginina, Ornitina…). Più recente, ma con promettenti risultati, è l’impiego dei fattori di crescita sotto forma di Gel Piastrinico, che vengono iniettati per via peri od intratendinea. Le infiltrazioni ecoguidate permettono una maggiore precisione nel raggiungimento del bersaglio terapeutico e la riduzione dei possibili effetti collaterali. Tra le terapie strumentali quelle più impiegate sono la laserterapia ad alta potenza come il laser Nd-YAG ad erogazione pulsata, la diatermia a sistema capacitivo-resistivo e le onde d’urto focalizzate. Tra le tecniche rieducative svolge un ruolo importante, in particolar modo nelle prime fasi, il riequilibrio posturale, attraverso esercizi di stretching analitico e globale, l’utilizzo di plantari meccanici e propriocettivi ed eventualmente la Rieducazione Posturale Globale (RPG). La massoterapia decontratturante è molto importante per rilassare i distretti muscolari contratti e favorirne l’allungamento. Nelle prime fasi si iniziano anche esercizi di potenziamento muscolare, prevalentemente isometrico, in palestra ed in vasca terapeutica. In questa fase, ma anche in quelle successive, risulta molto utile l’ausilio del Taping Neuromuscolare®, al fine di favorire il rilassamento muscolare, detensionare le inserzioni tendinee e proteggere l’unità muscolo-tendinea dall’over-stretching.

Nella seconda fase proseguono gli esercizi di detensione mio fasciale, propriocettivi e la massoterapia decontratturante, ma si incrementa il potenziamento muscolare introducendo esercizi isotonici concentrici ed eccentrici e il ricondizionamento cardio-respiratorio in palestra ed in vasca terapeutica. Inoltre, nel paziente sportivo, si introduce gradualmente la corsa, inizialmente in palestra su tapis-roulant. In questa fase proseguono anche le terapie strumentali ad effetto trofico e decontratturante.

La terza fase è volta al recupero ed alla correzione delle gestualità sportive o lavorative. Molto importanti sono gli esercizi preventivi di tipo posturale e di rinforzo eccentrico per limitare più possibile le ricadute. In particolare l’esercizio eccentrico induce ipertrofia del tessuto tendineo, facilita l’allungamento dell’unità muscolo-tendinea e l’orientamento delle fibre collagene neoformate.

Per una corretta diagnosi e terapia di ogni forma di tendinopatia contatta il Dr. Alessandro Valent

Piede piatto valgo

Il piede piatto valgo è una deformità comune, caratterizzata da valgismo e pronazione del retropiede con riduzione della volta plantare mediale. Questa deformità si sviluppa a causa dello scivolamento dell’astragalo medialmente ed in basso con contestuale rotazione laterale del calcagno.

Nei primi mesi di vita fino ai 3-4 anni un certo grado di piattismo è del tutto normale in quanto fa parte del fisiologico sviluppo dei piedi. Negli anni successivi i piedi tenderanno a correggersi spontaneamente, completando la loro maturazione verso i 7 anni. Solo nei casi di piattismo più marcato risulta consigliabile l’uso di plantari e l’effettuazione di adeguati esercizi per migliorare l’appoggio e facilitare la normale maturazione del piede. Dopo i 7-8 anni i plantari dovranno essere utilizzati solo nei bimbi che presentino una strutturazione del piede piatto valgo, per evitare che lo scorretto assetto provochi problemi nell’età adulta.

L’eccessiva pronazione del piede provoca, infatti, un’alterata distribuzione dei carichi durante la deambulazione e la corsa, come ad esempio il valgo dinamico (rotazione interna di femore e tibia e valgismo di ginocchio). La sindrome pronatoria, se abbinata al sovraccarico funzionale, può facilitare l’insorgenza di varie patologie come tendiniti (tibiale posteriore, sottorotuleo e bandeletta), sindrome da stress tibiale, sindrome femoro-rotulea e lombalgia. I casi di piede piatto valgo di maggiore entità, possono favorire lo sviluppo di artrosi precoce di caviglia ed alluce valgo.

A seconda del tipo e della gravità del quadro clinico, il trattamento del piede piatto valgo può essere conservativo o chirurgico. Ad entrambi i tipi di trattamento va sempre associata la rieducazione allo scopo di ottenere:

  1. La correzione delle deformità e la sua stabilizzazione in associazione al plantare nelle forme non chirurgiche
  2. Il recupero dei deficit articolari, muscolari e propriocettivi nel piede piatto operato.

PREVENZIONE

Molto spesso mamme di bambini di 2-3 anni consultano lo specialista preoccupate per il piattismo dei dei piedi dei loro figli. In questi casi si tratta di piedi piatti cosiddetti “falsi”, sia perché il calcagno non ha ancora fisiologicamente completato la sua migrazione sotto l’astragalo, sia perché il batuffolo adiposo plantare ancora ben rappresentato, maschera la volta che si sta formando. Questi piedi non necessitano di trattamento. Tuttavia, a scopo preventivo, è bene consigliare calzature morbide a scarponcino, che lascino libera la tibio-tarsica e le metatarso-falangee, mantenendo il calcagno in buon atteggiamento mediante contrafforti bassi che non abbiano plantari incorporati. Per quanto riguarda la deambulazione, si consiglia di alternare terreni diversi al fine di dare al bambino svariate afferenze propriocettive. Il discorso preventivo si allarga ai bambini dai 4 ai 6-7 anni qualora siano presenti quei fattori costituzionali, psicologici o ambientali che possono favorire l’insorgenza di un piede piatto. Si tratta di bambini con habitus astenico, carattere introverso, poco propensi all’attività fisica con conseguente aumento ponderale ed ulteriore riduzione del movimento. In questi casi occorre rivolgersi al bambino nel suo insieme sollecitando oltre il controllo ponderale, l’inserimento in ambienti sociali idonei dove possa stare con i coetanei e praticare attività fisica.

RIEDUCAZIONE DEL PIEDE PIATTO DI I° GRADO

Nel bambino con piede piatto di I° grado e valgismo correggibile in punta di piedi o con la flessione dorsale passiva dell’alluce, non si ritiene necessario l’uso del plantare. In questi casi il trattamento rieducativo si propone di rinforzare la muscolatura in modo da favorire un buon allineamento osseo e di aumentare le afferenze sensitive e propriocettive per migliorare lo sviluppo del piede. Per quanto riguarda la componente muscolare, consideriamo importante soprattutto l’azione del tibiale posteriore, del flessore proprio dell’alluce e dei muscoli intrinseci. Per la correzione della deformità sfruttiamo, oltre a questi meccanismi attivi, muscolari, anche meccanismi passivi, come l’aponeurosi plantare che stabilizza l’arcata longitudinale. Da seduto il bambino rinforza i muscoli cavizzanti sollevando un tallone da terra o facendo combaciare i margini esterni delle piante affrontate. La flessione dorsale del piede, insieme alla plantare delle dita, determina il lavoro dei flessori delle dita partendo dal massimo allungamento e quindi una contrazione più efficace. Gli esercizi di presa interessano globalmente tutta la muscolatura e migliorano la coordinazione. Vengono eseguiti con difficoltà crescente: il bambino solleva e sposta dei sassi e prende un fazzoletto. In piedi rinforziamo gli intrinseci e i flessori delle dita facendo “raggomitolare” un pezzo di stoffa. La gara nell’ “arrotolare con le dita dei piedi” quanta più stoffa possibile, incrementa la forza oltre che la coordinazione. Infine il tibiale posteriore è sollecitato e rinforzato dal cammino: sul bordo esterno del piede, con una palla stretta tra i bordi mediali del piede in supinazione, con passo incrociato. Il trattamento rieducativo si completa con esercizi per arricchire le afferenze sensitive e propriocettive che si eseguono facendo camminare il bambino su materiali diversi: moquette di vario spessore e consistenza, gommapiuma, sacchi pieni di acqua, sacchi pieni di argilla espansa. Tutti questi esercizi che il bambino apprende durante il trattamento devono essere ripetuti a casa quotidianamente più volte al giorno.

RIEDUCAZIONE DEL PIEDE PIATTO IN ASSOCIAZIONE AL PLANTARE

Dopo i 3-4 anni di età, il piede clinicamente e funzionalmente piatto di 2°-3° grado non doloroso, necessita di un trattamento con ortesi. Questa ha lo scopo di ristabilire il normale rapporto tra astragalo e calcagno e mantenere la correzione per un tempo sufficiente a consentire la strutturazione reciproca del retropiede durante il successivo accrescimento. Per essere efficace il plantare, oltre a correggere il valgismo del retropiede e sostenere a livello dell’astragalo-scafoidea, deve essere poco ingombrante mobile e permettere il movimento corretto del piede. La calzatura consigliata per l’uso del plantare ha suola morbida, pianta larga, forti posteriori bassi e rigidi, tacco di 2 cm. L’azione del plantare si realizza con il carico, è necessario pertanto che l’ortesi venga usata a tempo pieno e che con essa, e quindi con il retropiede corretto, il bambino pratichi attività fisica o sportiva, giochi, corra, salti. Associamo al trattamento ortesico quello chinesiterapico allo scopo di favorire lo sviluppo scheletrico del piede in posizione corretta e la stabilizzazione della correzione. Il bambino rinforza il tibiale posteriore, i flessori delle dita ed i muscoli intrinseci con esercizi analoghi a quelli visti precedentemente, sollevando sassi o una palla. In piedi, con plantare e calzature, si esercita nel cammino sulle punte e nel cammino sui talloni, con il tallone in supinazione, nel cammino con la palla e nel passo incrociato. L’abbandono del plantare avviene quando il piede ha raggiunto un piattismo di l° grado o si è stabilizzato intorno al 2° grado dopo circa 2-3 anni di trattamento o comunque dopo un periodo corrispondente al cambio di 3 numeri di calzatura. Dopo la rimozione del plantare, il bambino deve continuare gli esercizi di rinforzo muscolare associando a questo punto anche la ginnastica di stimolazione sensitivo-propriocettiva che, sollecitando l’arcata plantare, favorisce il normale sviluppo del piede.

 LA RIEDUCAZIONE DEL PIEDE PIATTO VALGO OPERATO

Nei bambini dai sette ai tredici anni con piede piatto doloroso, grave o trattato incruentemente senza successo è indicato il trattamento chirurgico. I due principali interventi sono chiamati Calcagno stop ed Artrorisi e consistono nell’introduzione nel seno del tarso di una vite o endortesi al fine di correggere la pronazione, facendo così risalire la volta plantare. Spesso si associa a questi interventi un tempo interno, cioè la messa in tensione delle componenti capsulo-legamentose mediali del retropiede (a volte gli si allunga anche il tendine d’Achille…). Il trattamento rieducativo dopo intervento chirurgico si propone di ridare al piede la sua funzione di sostegno e spostamento del corpo nello spazio e raggiunge questo obiettivo tramite:

  • Recupero dell’articolarità
  • Rinforzo muscolare
  • Recupero della propriocettività.