Dolore calcaneare

Il dolore calcaneare (o talalgia) è molto comune sia nella popolazione generale che nello sportivo (oltre il 10% della popolazione e fino al 18% tra gli sportivi). Colpisce con maggiore frequenza gli sportivi (ballerini, podisti, saltatori), le persone attive oltre i 40 anni ed i bambini dagli 8 ai 13 anni. I principali fattori di rischio sono scorretto appoggio plantare (in particolare il piede cavo che genera sovraccarico al tallone ed alla catena posteriore), obesità, utilizzo di calzature inadeguate, deambulazione o corsa su terreni duri o sconnessi, lavoro prevalente in piedi, deficit muscolari o di articolarità di piede e caviglia.

I meccanismi causali sono: sovraccarico funzionale (più frequente), traumi, patologie nervose e reumatiche. Sono coinvolti in primis fascia plantare e tendini, poi nervi periferici, osso e tessuti molli (cuscinetto adiposo calcaneare e sperone). Le caratteristiche del dolore (meccanico o infiammatorio), la sua localizzazione e l’esame obiettivo di piede e caviglia possono facilitare la diagnosi.

Da un punto di vista topografico il dolore calcaneare si classifica in: plantare (A), posteriore (B), mediale (C) e laterale (D).

Alcune delle cause di dolore calcaneare. Da: Priscilla Tu. Heel Pain: diagnosis and managment. Am Fam Physician. 2018;97(2):86-93.

A) Plantare:

  • La causa più frequente è la fascite plantare (per approfondimento vai a Fascite plantare), che si presenta con dolore a livello del bordo infero-mediale del calcagno specialmente durante i primi passi dopo il riposo; tipico il dolore al tallone mediale alla mattina scendendo dal letto. Meno tipico è il dolore lungo la fascia plantare, per la presenza di un ispessimento nodulare a 2-3 cm distalmente all’inserzione. L’esame ecografico evidenzia bene i quadri di fascite, mostrando flogosi, ispessimento e degenerazione inserzionale, oppure l’ispessimento infiammatorio nodulare nel caso della forma atipica. La terapia è basata sul riposo funzionale, terapia manuale, allungamento mio-fasciale, terapie strumentali (laser, tecar, onde d’urto), plantari correttivi. Le infiltrazioni ecoguidate forniscono una valida opzione terapeutica nelle forme iperacute o in quelle resistenti alle terapie tradizionali.
  • Lo sperone calcaneare plantare è un’escrescenza ossea puntiforme a livello della tuberosità calcaneare, subito sopra alla fascia plantare, probabilmente nel contesto della muscolatura intrinseca del piede (in particolare il muscolo flessore breve delle dita). La causa della formazione dello sperone è un adattamento del corpo a stress meccanici. Lo sperone è presente nel 15% della popolazione e ha come fattori predisponenti età avanzata, obesità, sport di fondo, presenza di fascite, artrite e scorretto appoggio plantare. Il dolore è generalmente al centro del tallone che peggiora durante la deambulazione e la stazione eretta prolungata. Nel 50% dei casi lo sperone risulta asintomatico. La Rx tradizionale è diagnostica per lo sperone. Le onde d’urto focali e radiali sono il gold standard per trattare gli speroni sintomatici.
Rx con evidenza di sperone calcaneare plantare e dorsale
  • La frattura da stress del calcagno consiste in una frattura non completa (coinvolge solo una corticale e parte della spongiosa) causata da sovraccarico funzionale ripetuto, tipica ad esempio di fondisti o mezzo-fondisti. Il calcagno è la sede più comune nel piede dopo i metatarsi. Si presenta con dolore sordo che peggiora durante la deambulazione/corsa o passando su una superficie più dura. Alla palpazione è apprezzabile un punto maggiormente dolente accompagnato da edema; la compressione medio-laterale del calcagno (test della “spremitura” del calcagno) è dolorosa. Le radiografie sono spesso negative, per cui si rende necessaria l’esecuzione di RMN che evidenzia bene l’edema spongioso presente nelle fratture da stress. La diagnosi differenziale è con la periostite che è un’infiammazione del periostio senza frattura. La terapia consiste nell’immobilizzazione in scarico o carico parziale (in tutore tipo walker), campi elettro magnetici pulsati (CEMP) e bisfosfonati (come Clodronato) intramuscolo.
  • La sindrome del cuscinetto calcaneare è causata dall’infiammazione o atrofia del tessuto adiposo sotto calcaneare. Si manifesta con dolore e tumefazione al centro del tallone, peggiorato dal cammino a piedi nudi o su superfici dure. La perdita di elasticità del tessuto dovuta all’età, l’aumento di peso e le infiltrazioni con steroidi (possono determinare atrofia sottocutanea) possono favorire l’insorgenza della sindrome. La terapia consiste nel riposo, terapia antiinfiammatoria, terapie fisiche come laser e tecar, utilizzo di solette ammortizzanti e calzature idonee.
  • Le neuropatie da intrappolamento interessano i nervi plantare mediale e laterale (nervi misti) che derivano dal nervo tibiale e che decorrono lungo la pianta del piede. Possono provocare dolore plantare accompagnato da parestesie, bruciore ed ipoestesia. La diagnosi differenziale è con la radicolopatia S1 a partenza lombare e con la fascite plantare che però non provoca parestesie o bruciore. La terapia è basata sull’utilizzo di neurotrofici, antiinfiammatori e riposo funzionale. Tra le terapie fisiche l’InterX risulta efficace.

B) Posteriore:

  • La tendinopatia achillea inserzionale (TA) è la principale causa di dolore calcaneare posteriore. La TA È caratterizzata da degenerazione inserzionale con ispessimento, calcificazione inserzionale e lesione parziale. Al power doppler può essere presente neo-vascolarizzazione tendinea. Frequentemente è accompagnata da borsite superficiale e/o retrocalcaneare. Rappresenta circa il 25% delle tendinopatie achillee e condivide con le altre forme la genesi da sovraccarico funzionale favorito da sovrappeso, disfunzioni metaboliche, attività sportive di corsa o la danza, piede a morfotipo cavo supinato. Nel 25% dei casi è inoltre presente la cosiddetta deformità di Haglund che consiste nell’alterazione del profilo postero-superiore del calcagno. Questa deformità può determinare una sindrome da conflitto con la borsa retrocalcaneare e con il tendine d’achille, nella sua parte ventrale, durante i movimenti ripetuti di flesso-estensione della caviglia. I sintomi tipici sono dolore durante e dopo l’attività fisica, algia alla palpazione inserzionale e rigidità mattutina. Può essere presente tumefazione e rossore in sede postero-laterale che sono espressione di borsite retro calcaneare superficiale. Il trattamento conservativo prevede il riposo funzionale, crioterapia, ortesi plantari, esercizi eccentrici e terapia infiltrativa ecoguidata. Tra le terapie strumentali le più efficaci sono laser ad alta potenza e onde d’urto (per approfondimenti vai a Tendinopatia achillea).
  • Il conflitto posteriore di caviglia consiste nell’attrito tra il tubercolo posteriore dell’astragalo (terzo malleolo) o l’os Trigonum (osso accessorio presente nel 10% della popolazione) ed i tessuti molli posteriori come il tendine flessore lungo dell’alluce e la borsa retrocalcaneare. Questo conflitto si manifesta soprattutto nelle donne che portano tacchi alti, nei ballerini per i movimenti ripetuti sulle punte dei piedi e nei saltatori che estendono bruscamente e ripetutamente la caviglia. Si manifesta con dolore e versamento al compartimento posteriore, esacerbati dalla flessione plantare passiva (effetto “schiaccianoci”). Nel caso di conflitto posteriore possono risultare utili le infiltrazioni ecoguidate nel comparto posteriore.
  • Il morbo di Sever fa parte delle cosiddette apofisiti (come quella di Osgood-schlatter nel ginocchio) e consiste nell’infiammazione a livello del nucleo di accrescimento calcaneare. Rappresenta la principale causa di dolore calcaneare in bambini e adolescenti tra gli 8-13 anni. È più frequente nei ragazzi che praticano calcio o sport di salto, soprattutto in allenamenti su superfici dure e con frequenti balzi. Anche un tendine d’achille rigido favorisce la comparsa di m. di Sever. Il dolore compare durante le attività prolungate e scompare con il riposo. La compressione medio-laterale del calcagno è dolorosa. Le Rx possono evidenziare aumentata irregolarità e diastasi ossea del nucleo di accrescimento. La terapia consiste in riposo funzionale soprattutto dai balzi, crioterapia, terapia antiinfiammatoria sistemica e locale, allungamento delle catene posteriori ed utilizzo di talloniere morbide.

C) Mediale:

  • tendinopatia del tibiale posteriore: le funzioni del muscolo tibiale posteriore sono la flessione plantare del piede e la supinazione dell’articolazione sottoastragalica. Il tendine decorre all’interno della sua guaina dietro il malleolo tibiale mediale e che si divide in due fasci: il fascio mediale, più robusto si inserisce alla tuberosità dello scafoide, il fascio laterale invece si inserisce alle tre ossa cuneiformi. È un importante muscolo cavizzante e stabilizzatore mediale della caviglia che viene particolarmente sollecitato negli sport che richiedono numerosi cambi di direzione (basket, calcio, salti, corsa). La causa principale di tenosinovite è l’overuse, favorito da sindrome pronatoria e sovrappeso. Inizialmente si manifesta come tenosinovite, nelle forme più avanzate come tendinosi fino alla rottura del tendine. Anche i traumi acuti come fratture del malleolo mediale o distorsioni in eversione possono determinare tendinopatia. I sintomi sono dolore e edema sotto malleolare mediale che può arrivare fino allo scafoide, positività alla inversione contro-resistenza del piede e difficoltà nell’andatura sulla punta del piede. La valutazione dell’appoggio può evidenziare iperpronazione della sotto-astragalica con avampiede abdotto e retropiede valgo (segno delle “troppe dita”) nel lato affetto per insufficienza del tibiale posteriore. Nei casi avanzati dove vi è collasso mediale si può evidenziare anche conflitto del seno del tarso con dolore sotto-malleolare laterale. La diagnosi è clinica ed ecografica, eventualmente accompagnata da Rx (può evidenziare uno scafoide accessorio o frattura) ed RMN. La terapia è prevalentemente conservativa basata sulla terapia farmacologica antiinfiammatoria, riposo funzionale, ortesi correttive dell’iperpronazione ed infiltrazioni ecoguidate. Si possono abbinare terapie fisiche come laser ed ultrasuoni. In caso di rottura del tibiale posteriore l’approccio è chirurgico.
Insufficienza del tibiale posteriore dx. Segno delle “troppe dita”.
  • tendinopatia del flessore lungo dell’alluce: Il tendine FLA decorre sotto al malleolo mediale, posteriormente al fascio vascolo nervoso mediale, giunge la regione plantare, incrocia il tendine flessore lungo delle dita e va a inserirsi alla base della F2 del primo dito. Il muscolo flessore dell’alluce flette l’alluce e concorre alla flessione delle altre quattro dita ed alla flessione plantare del piede. Il tendine si può infiammare a livello del tunnel tarsale (ballerine) oppure a livello della fibrocartilagine tra le ossa sesamoidee (podisti). Fattori favorenti sono il sovraccarico funzionale in flessione plantare, ipertrofia del muscolo FLA, conflitto posteriore di caviglia. I sintomi principali solo dolore, crepitio ed a volte “scatto” in sede sotto malleolare mediale, che aumenta stando sulle punte nella tendinopatia prossimale. Nella tendinopatia distale, dolore alla flessione dell’alluce contro resistenza e riduzione della forza di flessione dell’alluce. La terapia è basata su terapia farmacologica antiinfiammatoria, ghiaccio e riposo funzionale, terapie fisiche, ortesi correttive ed infiltrazioni ecoguidate. Nei casi avanzati o nella rottura del FLA può essere chirurgica.
  • sindrome del tunnel tarsale: sindrome da intrappolamento del nervo tibiale posteriore a livello del tunnel tarsale che è costituito dal retinacolo dei flessori, superficie mediale di calcagno ed astragalo, legamento deltoideo e malleolo mediale. Le principali cause sono tenosinovite cronica dei flessori, iperpronazione del retropiede, esiti di frattura, artriti, neoformazioni occupanti spazio. La sintomatologia consiste in dolore e parestesie a tallone, pianta del piede e dita, peggiorata dalla stazione eretta, deambulazione e corsa. Il riposo e lo scarico alleviano il dolore. L’esame clinico evidenzia dolore alla compressione del tunnel (test di Tinel), deficit di flessione delle dita e positività al test di dorsiflessione/eversione passiva. La RMN accompagnata da ecografia ed EMG sono gli esami diagnostici. La terapia è prevalentemente conservativa basata sulla terapia farmacologica (neurotrofici ed antiinfiammatori), riposo funzionale, ortesi correttive ed infiltrazioni ecoguidate. Tra le terapie fisiche l’InterX risulta efficace.

D) Laterale:

  • tendinopatia dei peronei: il peroneo breve e lungo sono i cosiddetti tendini peronei; essi decorrono attraverso il retinacolo dei peronei in sede retro e sotto malleolare esterno per inserirsi alla base del V metatarso (peroneo breve) ed alla base del I metatarso e cuneiforme mediale (peroneo lungo). Le loro funzioni principali sono di flessione plantare, eversione e stabilizzazione laterale di caviglia. La tenosinovite dei peronei (sono dotati di guaina sinoviale) è causata da overuse (sport di fondo, salto, calcio, basket, pallavolo), favorito da appoggio cavo-supinato, sovrappeso, instabilità antero-laterale a seguito di pregresse distorsioni di caviglia, incontinenza del retinacolo dei peronei, frattura di calcagno. Nelle fasi avanzate ci può essere tendinosi e rottura tendinea degenerativa. La rottura tendinea può essere anche acuta nelle distorsioni di caviglia in inversione. In caso di rottura del retinacolo dei peronei vi può essere lussazione tendinea che necessità riparazione chirurgica. Clinicamente è presente dolore postero-laterale alla caviglia, con irradiazione laterale al retropiede e mesopiede, aggravato dall’inversione passiva e dall’eversione attiva, edema, tumefazione e sensazione di cedimento; positivo è il Test di compressione peroneale (rotture longitudinali del peroneo breve). La terapia è conservativa nelle tenosinoviti, anche correggendo mediante plantari l’appoggio cavo-supinato. Può essere chirurgica in caso di rottura tendinea e lussazione acuta o cronica dei peronei.
  • sindrome del seno del tarso: il seno del tarso è lo spazio anatomico tra astragalo e calcagno, che contiene strutture vascolo-nervose e legamenti (interosseo o a siepe) deputati alla stabilità dell’articolazione sotto-astragalica ed alla propriocezione durante il passo. La sindrome del seno del tarso può essere causata da trauma distorsivo acuto o ripetuto in inversione e da sindrome pronatoria cronica che determinano instabilità dell’articolazione sotto-astragalica. Clinicamente si manifesta con dolore sotto al malleolo peroneale accompagnato da sensazione di instabilità durante deambulazione e corsa su terreni accidentati e nei salti. La diagnosi è clinica. La RMN può documentare la lesione dei legamenti sotto-astragalici. Il trattamento è conservativo basato protocolli specifici di rinforzo muscolare ed allenamento propriocettivo, utilizzo di bendaggio (taping) durante l’attività sportiva. Le infiltrazioni con steroidi nel seno del tarso posso essere efficaci nel dolore persistente.

Fascite plantare

Fascia plantare

Per fascite plantare si intende un processo infiammatorio acuto o cronico a carico della fascia plantare. La fascite è una causa frequente di dolore al tallone (ha una prevalenza di circa il 10% nella popolazione). La fascia plantare (o aponeurosi plantare) è una banda fibrosa di tessuto connettivo che origina dalla tuberosità mediale del calcagno, decorre lungo la pianta del piede e si inserisce a ventaglio sulla base delle falangi e sulle articolazioni metatarso-falangee. Le funzioni della fascia plantare sono quella di partecipare alla stabilizzazione della pianta del piede e supportare l’arco longitudinale mediale (volta plantare).

La causa principale di fascite plantare è il sovraccarico funzionale in presenza di fattori predisponenti quali obesità, terreni di gioco o di lavoro duri, utilizzo di calzature rigide (come quelle anti-infortunio), iperpronazione dell’articolazione sotto-astragalica, dismetria degli arti inferiori, scarsa elasticità della volta plantare, accorciamento delle catene muscolo-tendinee posteriori, piede cavo (il morfotipo cavo-supinato che è maggiormente diffuso nella popolazione crea un’eccessiva tensione in sede inserzionale sia del tendine d’achille che della fascia plantare), ridotta dorsiflessione di caviglia.

Sono maggiormente soggetti all’insorgenza di fascite plantare gli sportivi dediti al salto, alla corsa (fino al 15% dei podisti soffrono di fascite) e quelli impegnati in sport con scatti, cambi di direzione ed arresti bruschi. inoltre la fascite plantare colpisce anche le persone comuni che mantengano una stazione eretta prolungata ed in sovrappeso.

In alcuni casi alla fascite plantare si associa la presenza di sperone calcaneare plantare (nel 30-40% dei casi) che tuttavia si può presentare anche come entità isolata. Lo sperone calcaneare plantare è un’escrescenza ossea puntiforme a livello della tuberosità calcaneare, subito sopra alla fascia plantare, probabilmente nel contesto della muscolatura intrinseca del piede (in particolare il muscolo flessore breve delle dita). La causa della formazione dello sperone è un adattamento del corpo a stress meccanici. Lo sperone è presente nel 15% della popolazione e ha come fattori predisponenti età avanzata, obesità, sport di fondo, presenza di fascite, artrite e scorretto appoggio plantare. Nel 50% dei casi lo sperone risulta del tutto asintomatico.

La fascite plantare si presenta solitamente con un dolore calcaneare mediale che ha il suo apice al risveglio mattutino, per poi migliorare durante il giorno e ripresentarsi al termine della giornata. Generalmente interessa solo un piede.

Nella fascite il dolore calcaneare è generalmente mediale (foto a sx); sperone calcaneare all’Rx (immagine a dx)

La diagnosi è prevalentemente clinica, basata sull’anamnesi e sull’esame obiettivo che evidenzia un dolore in sede di bordo inferiore e mediale del calcagno, peggiorato dalla pressione manuale e dalla flessione dorsale passiva di caviglia ed alluce. Coadiuvano la diagnosi l’esame ecografico e la radiografia tradizionale che possono confermare la presenza di flogosi inserzionale della fascia plantare e la presenza di sperone calcaneare. La diagnosi differenziale si pone prevalentemente con lo sperone calcaneare senza fascite (il dolore in questo caso è generalmente centrale al di sotto del tallone), frattura da stress del calcagno, periostite del bordo mediale calcaneare, rottura della fascia plantare, malattia di Sever (apofisite del calcagno che compare tra gli 8-13 anni), borsite calcaneare ed atrofia del cuscinetto adiposo sotto calcaneare. La fascite plantare inoltre si può presentare anche in corso di patologia reumatica infiammatoria ed è reperto frequente nel paziente fibromialgico e con disturbi emozionali.

La terapia della fascite plantare si avvale dell’utilizzo della terapia farmacologica con antiinfiammatori sistemici e locali, associata alle terapie strumentali (laserterapia ad alta intensità, Ultrasuonoterapia, diatermia ed onde d’urto) ed alla terapia manuale mio-tensiva, mirata al rilassamento della fascia ed all’allungamento delle catene posteriori. Importante, in caso di scorretto appoggio plantare e/o dismetria, l’utilizzo di plantari correttivi su misura. Nei casi più gravi si possono praticare infiltrazioni locali con preparati cortisonici, collagene o acido ialuronico, da effettuare per via ecoguidata limitatamente a 1-3 sedute. Nelle forme maggiormente cronicizzate è utile anche il Massaggio Trasverso Profondo (MTP) in sede inserzionale della fascia. Tra le terapie strumentali le onde d’urto focalizzate (EWST) o radiali, trovano indicazione non solo nel trattamento della fascite ma soprattutto in quello dello sperone calcaneare plantare e dorsale.

Immagine ecografica di fascite plantare (la fascia di dx è ispessita ed ipoecogena a causa della flogosi e degenerazione)

Piede piatto valgo

Il piede piatto valgo è una deformità comune, caratterizzata da valgismo e pronazione del retropiede con riduzione della volta plantare mediale. Questa deformità si sviluppa a causa dello scivolamento dell’astragalo medialmente ed in basso con contestuale rotazione laterale del calcagno.

Nei primi mesi di vita fino ai 3-4 anni un certo grado di piattismo è del tutto normale in quanto fa parte del fisiologico sviluppo dei piedi. Negli anni successivi i piedi tenderanno a correggersi spontaneamente, completando la loro maturazione verso i 7 anni. Solo nei casi di piattismo più marcato risulta consigliabile l’uso di plantari e l’effettuazione di adeguati esercizi per migliorare l’appoggio e facilitare la normale maturazione del piede. Dopo i 7-8 anni i plantari dovranno essere utilizzati solo nei bimbi che presentino una strutturazione del piede piatto valgo, per evitare che lo scorretto assetto provochi problemi nell’età adulta.

L’eccessiva pronazione del piede provoca, infatti, un’alterata distribuzione dei carichi durante la deambulazione e la corsa, come ad esempio il valgo dinamico (rotazione interna di femore e tibia e valgismo di ginocchio). La sindrome pronatoria, se abbinata al sovraccarico funzionale, può facilitare l’insorgenza di varie patologie come tendiniti (tibiale posteriore, sottorotuleo e bandeletta), sindrome da stress tibiale, sindrome femoro-rotulea e lombalgia. I casi di piede piatto valgo di maggiore entità, possono favorire lo sviluppo di artrosi precoce di caviglia ed alluce valgo. Attenzione che in alcuni casi la sindrome pronatoria è causata da infiammazione o lesione del tendine tibiale posteriore con conseguente insufficienza funzionale del tendine stesso. In questi casi lo sfiammamento o riparazione (in caso di lesione) del tendine riduce l’iperpronazione.

A seconda del tipo e della gravità del quadro clinico, il trattamento del piede piatto valgo può essere conservativo o chirurgico. Ad entrambi i tipi di trattamento va sempre associata la rieducazione allo scopo di ottenere:

  1. La correzione delle deformità e la sua stabilizzazione in associazione al plantare nelle forme non chirurgiche
  2. Il recupero dei deficit articolari, muscolari e propriocettivi nel piede piatto operato.

PREVENZIONE

Molto spesso mamme di bambini di 2-3 anni consultano lo specialista preoccupate per il piattismo dei dei piedi dei loro figli. In questi casi si tratta di piedi piatti cosiddetti “falsi”, sia perché il calcagno non ha ancora fisiologicamente completato la sua migrazione sotto l’astragalo, sia perché il batuffolo adiposo plantare ancora ben rappresentato, maschera la volta che si sta formando. Questi piedi non necessitano di trattamento. Tuttavia, a scopo preventivo, è bene consigliare calzature morbide a scarponcino, che lascino libera la tibio-tarsica e le metatarso-falangee, mantenendo il calcagno in buon atteggiamento mediante contrafforti bassi che non abbiano plantari incorporati. Per quanto riguarda la deambulazione, si consiglia di alternare terreni diversi al fine di dare al bambino svariate afferenze propriocettive. Il discorso preventivo si allarga ai bambini dai 4 ai 6-7 anni qualora siano presenti quei fattori costituzionali, psicologici o ambientali che possono favorire l’insorgenza di un piede piatto. Si tratta di bambini con habitus astenico, carattere introverso, poco propensi all’attività fisica con conseguente aumento ponderale ed ulteriore riduzione del movimento. In questi casi occorre rivolgersi al bambino nel suo insieme sollecitando oltre il controllo ponderale, l’inserimento in ambienti sociali idonei dove possa stare con i coetanei e praticare attività fisica.

RIEDUCAZIONE DEL PIEDE PIATTO DI I° GRADO

Nel bambino con piede piatto di I° grado e valgismo correggibile in punta di piedi o con la flessione dorsale passiva dell’alluce, non si ritiene necessario l’uso del plantare. In questi casi il trattamento rieducativo si propone di rinforzare la muscolatura in modo da favorire un buon allineamento osseo e di aumentare le afferenze sensitive e propriocettive per migliorare lo sviluppo del piede. Per quanto riguarda la componente muscolare, consideriamo importante soprattutto l’azione del tibiale posteriore, del flessore proprio dell’alluce e dei muscoli intrinseci. Per la correzione della deformità sfruttiamo, oltre a questi meccanismi attivi, muscolari, anche meccanismi passivi, come l’aponeurosi plantare che stabilizza l’arcata longitudinale. Da seduto il bambino rinforza i muscoli cavizzanti sollevando un tallone da terra o facendo combaciare i margini esterni delle piante affrontate. La flessione dorsale del piede, insieme alla plantare delle dita, determina il lavoro dei flessori delle dita partendo dal massimo allungamento e quindi una contrazione più efficace. Gli esercizi di presa interessano globalmente tutta la muscolatura e migliorano la coordinazione. Vengono eseguiti con difficoltà crescente: il bambino solleva e sposta dei sassi e prende un fazzoletto. In piedi rinforziamo gli intrinseci e i flessori delle dita facendo “raggomitolare” un pezzo di stoffa. La gara nell’ “arrotolare con le dita dei piedi” quanta più stoffa possibile, incrementa la forza oltre che la coordinazione. Infine il tibiale posteriore è sollecitato e rinforzato dal cammino: sul bordo esterno del piede, con una palla stretta tra i bordi mediali del piede in supinazione, con passo incrociato. Il trattamento rieducativo si completa con esercizi per arricchire le afferenze sensitive e propriocettive che si eseguono facendo camminare il bambino su materiali diversi: moquette di vario spessore e consistenza, gommapiuma, sacchi pieni di acqua, sacchi pieni di argilla espansa. Tutti questi esercizi che il bambino apprende durante il trattamento devono essere ripetuti a casa quotidianamente più volte al giorno.

RIEDUCAZIONE DEL PIEDE PIATTO IN ASSOCIAZIONE AL PLANTARE

Dopo i 3-4 anni di età, il piede clinicamente e funzionalmente piatto di 2°-3° grado non doloroso, necessita di un trattamento con ortesi. Questa ha lo scopo di ristabilire il normale rapporto tra astragalo e calcagno e mantenere la correzione per un tempo sufficiente a consentire la strutturazione reciproca del retropiede durante il successivo accrescimento. Per essere efficace il plantare, oltre a correggere il valgismo del retropiede e sostenere a livello dell’astragalo-scafoidea, deve essere poco ingombrante mobile e permettere il movimento corretto del piede. La calzatura consigliata per l’uso del plantare ha suola morbida, pianta larga, forti posteriori bassi e rigidi, tacco di 2 cm. L’azione del plantare si realizza con il carico, è necessario pertanto che l’ortesi venga usata a tempo pieno e che con essa, e quindi con il retropiede corretto, il bambino pratichi attività fisica o sportiva, giochi, corra, salti. Associamo al trattamento ortesico quello chinesiterapico allo scopo di favorire lo sviluppo scheletrico del piede in posizione corretta e la stabilizzazione della correzione. Il bambino rinforza il tibiale posteriore, i flessori delle dita ed i muscoli intrinseci con esercizi analoghi a quelli visti precedentemente, sollevando sassi o una palla. In piedi, con plantare e calzature, si esercita nel cammino sulle punte e nel cammino sui talloni, con il tallone in supinazione, nel cammino con la palla e nel passo incrociato. L’abbandono del plantare avviene quando il piede ha raggiunto un piattismo di l° grado o si è stabilizzato intorno al 2° grado dopo circa 2-3 anni di trattamento o comunque dopo un periodo corrispondente al cambio di 3 numeri di calzatura. Dopo la rimozione del plantare, il bambino deve continuare gli esercizi di rinforzo muscolare associando a questo punto anche la ginnastica di stimolazione sensitivo-propriocettiva che, sollecitando l’arcata plantare, favorisce il normale sviluppo del piede.

 LA RIEDUCAZIONE DEL PIEDE PIATTO VALGO OPERATO

Nei bambini dai sette ai tredici anni con piede piatto doloroso, grave o trattato incruentemente senza successo è indicato il trattamento chirurgico. I due principali interventi sono chiamati Calcagno stop ed Artrorisi e consistono nell’introduzione nel seno del tarso di una vite o endortesi al fine di correggere la pronazione, facendo così risalire la volta plantare. Spesso si associa a questi interventi un tempo interno, cioè la messa in tensione delle componenti capsulo-legamentose mediali del retropiede (a volte gli si allunga anche il tendine d’Achille…). Il trattamento rieducativo dopo intervento chirurgico si propone di ridare al piede la sua funzione di sostegno e spostamento del corpo nello spazio e raggiunge questo obiettivo tramite:

  • Recupero dell’articolarità
  • Rinforzo muscolare
  • Recupero della propriocettività.